Recensione: A TESTA ALTA di Emmanuelle Bercot. E il femminile domò il giovane ribelle

dfacf947ae557d67de459aebbd30ae16A testa alta (La tête haute), un film di Emmanuelle Bercot. Con Catherine Deneuve, Benoît Magimel, Rod Paradot, Sara Forestier, Diane Rouxel. Al cinema da giovedì 19 novembre.
f95d8d821d836877b110c5766e7447d3Storia di un ragazzo difficile e selvaggio. Figlio di una famiglia complicata, capace di esplosiva violenza. Una giudice dei minori tenterà il recupero. L’ennesimo racconto del tragitto di un giovane maschio del branco verso la civilizzazione. Buono nella prima parte, meno nella seconda, dove si eccede in toni larmoyant. Regia mobile e assai corporale, di Emmanuelle Bercot. Monumentale Deneuve. Voto 6 e mezzo
492a3a6a53e35e7dfc338ff202518a5eNel 1959 il film di un esordiente chiamato François Truffaut lasciò il suo segno sul festival di Cannes con la storia di un ragazzino difficile, malamato in famiglia, finito in un istituto correzionale. Era I 400 colpi, naturalmente. Quando ho visto in apertura di Cannes 2015 La tête haute mi son ritrovato a pensare a quel Truffaut aurorale. Anche La testa alta (questo il titolo italiano) racconta di un ragazzino – nome: Malony, uno di quei nomi da banlieu che son già da soli uno stigma sociale – che oggi nel linguaggio dell’assistentato sociale si dice difficile, disagiato, disadattato. Certo, Emmanuelle Bercot che sta dietro la macchina da presa e ha co-scritto la sceneggiatura, mica è Truffaut, e però a quel ribellismo senza causa, a quei furori istintualmente anarchici e distruttivi e pure autodistruttivi si riallaccia, e da francese che fa cinema come potrebbe essere altrimenti? Certo, non è il caso di fare paragoni, ma La tête haute è dignitosissimo. Storia popolare, semplice, universale, mille volte vista e raccontata, ma pur sempre in grado di produrre una narrazione avvincente se appena la si sa aggiornare ai climi della contemporaneità. Operazione che Emmanuelle Bercot sa condurre con mestiere e un bel po’ di partecipazione verso i suoi personaggi. Malony, anni 16, è il solito grumo di rabbia compressa, pronto a esplodere in attacchi violenti contro cose e persone. Figlio di una madre sola accanto alla quale si succedono vari uomini senza che nessuno se ne stia lì stabilmente, e con un fratellino, Toni, al quale vorrebbe risparmiare la ripetizione cartacarbone della sua vita, Malony è un incazzato con il mondo. Che vuol dire ribellismi a scuola, fuga dalla stessa, teppismi, reati vari con particolare propensione per il furto di macchine e la guida pericolosa, la sua passione. Finisce davanto alla giudichessa dei minori, una Catherine Deneuve monumentale, madre putativa di un nugolo di ragazzi disagiati e disgraziati messi sotto la sua tutela, incarnazione di un potere femminile che ha a che fare con gli eterni archetipi della Grande Madre e della Grande Dea. Deneuve grandiosa, che quando è in scena incenerisce tutto intorno e tutti soggioga, cui basta uno sguardo, un fremito della voce per esercitare il dominio, e spalancare mondi e abissi, e quando alla fine accenna a un pianto è tutta la platea che dà mano ai fazzoletti (cosa che non sarà mai perdonata dai critici più estremi). Il film è il tragitto del ragazzetto tra carcere minorile e istituto di rieducazione dove cercano di contenere le sue esplosioni e di incanalarle verso un qualcosa. Ma lui è riottoso, ogni tentativo si dimostra inutile, ogni pur timido miglioramento si rovescia presto in una nuova catastrofe, e l’impresa di condurlo a una possibile convivenza con il mondo sembra fallire più di una volta. C’è di mezzo una ragazzetta, Tess, faccia e modi da tomboy, di cui Malony si innamorerà. Con una parte finale che è la meno convincente, con le sue sbavature sentimentali e un buonismo che non ce la fa a gurdare fisso il male e lo nasconde sotto il tappeto. Ma per almeno la metà e oltre A testa alta tiene, Bercot ce le fa a costruire il suo main character immergendolo in contesti credibili, facendolo agire e parlare in un lingugaggio che mima efficacemente il broken french delle subculture giovanil-banlieuesarde-rappettare. In fondo, questa è la storia di un giovane maschio dal testosterone troppo alto e non tenuto sotto controllo, che passa dalla selvaggeria alla civilizzazione, dalla fase anarchica e violenta di componente del branco a uomo consapevole delle proprie responsabilità sociale. Processo che da tempo immemore nelle varie culture è affidato anche alle donne attraverso il matrimonio e la formazione di una coppia stabile. Anche in questo film è una ragazza a far mettere, letteralmente, le testa a posto a Malony, è una donna-regista a raccontarne esemplarmente il tragitto, è una donna-giudice, Deneuve, a regolare sapientemente le tappe. Film di un femminile protagonista e forte, e di un maschile in ritirata, oscillante tra la violenza distruttrice e l’accettazione di una piatta normalità. Con troppa enfasi su quello smisurato apparato di controllo sociale che si è formato in  Occidente nelle ultime decade attraverso assistenti sociali, educatori, educatrici, tribunali dei minori, centri di recupero. Gli attori son tutti assai bravi, e anche le star – Deneuve e Benoît Magimel – si spogliano di ogni aura divistica e si calano nella naturalezza della vita secondo i codici mimetici del cinéma-vérité. Sara Forestier, la madre disgraziata, è parecchio cambiata dai tempi in cui ci incantò in La schivata di Abdellatif Kéchiche, ma è sempre brava. Il ragazzino Rod Paradot ricorda da vicino il protagonista di Mommy visto in concorso un anno fa (film con cui c’è qualche somiglianza, e però Bercot non è Dolan, diciamolo). A Cannes è stata ovazione per Madame Denueve. Meritata.

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