Recensione di CAROL, il film delle 5 nomination ai Golden Globe (con il trailer italiano)

12189287_414793595391541_5772603437639418672_o12188024_414793502058217_5463519061045888711_oRese note oggi (giovedì 12 dicembre) le nomination ai Golden Globe, i premi più importanti della awards’ season americana dopo gli Oscar: premi, è il caso di ricordare, assegnati ogni anno dall’associazione dei giornalisti stranieri. Proclamazione dei vincitori la sera del 10 gennaio a Los Angeles. Il maggior numero di candidature se l’è assicurato il favoritissimo Carol, storia di un tormentato e ostacolatissimo amore tra donne nell’America familocentrica degli anni Cinquanta direttada Todd Haynes (che di mélo Fifties è uno specialista fin dai tempi di Lontano dal paradiso) e tratto dal romanzo omonimo di Patricia Highsmith. Gran prova di Cate Blanchett e Rooney Mara, entrambe nominate ai Golden Globe nella stessa categoria, quella di migliore attrice categoria drama. Le altre tre nomination: miglior film categoria drama, migliore regista categoria drama (Todd Haynes), migliore colonna sonora (Carter Burnwell). Di sicuro ben piazzato anche per gli Oscar, Carol è stato presentato in prima mondiale lo scorso maggio a Cannes, dov’era in concorso uscendone con un solo premio, anzi un mezzo premio, quello a Rooney Mara come migliore attrice ex aequo con la Emmanuelle Bercot di Mon Roi. Ripubblico tale e quale (ho aggiunto solo l’accento grave a Therèse) la recensione scritta allora a Cannes. Uscita nei cinema italiani: 5 gennaio.fde5db75a15012411deff380154b6ea3Carol, un film di Todd Haynes. Da Patricia Highsmith. Con Cate Blanchett e Rooney Mara. In concorso.
c9846aaaac2f7d91c3200d5e4d59e17cTodd Haynes torna a raccontare un amore difficile nell’America anni Cinquanta, come in Lontano dal paradiso. Stavolta è la storia tra Carol, elegante signora alto-newyorkese, e la commessa Therèse a far scattare le difese del mondo in cui vivono. Ricostruzione visiva portentosa per verosimiglianza e bellezza. Ma è il racconto a non convincere, soprattutto nella vagolante e indecisa parte finale. E però già se ne parla come di un capolavoro (non lo è). Vincerà qualcosa. Prodotto perfetto anche per la awards’ season americana 2016. Voto tra il 6 e il 7
173ae47fa0e9e140c6c5151498f5fb64Si sa, i giorni peggiori ai festival, specialment a Cannes, sono il sabato e la domenica, quando calano i visitatori e i giornalisti dei giorni di festa, incrementando la già possente folla che si accalca alle proiezioni. Oggi alle 19 per Carol di Todd Haynes, attesissimo film del concorso con la gran coppia femminile Cate Blanchett-Rooney Mara, mi sono messo in fila 50 minuti prima. Non è bastato, non ce l’ho fatta. C’era una tale ressa che sono rimasto fuori, e come me almeno altri quattrocento giornalisti. Per essere ragionevolmente sicuro di farcela per il successivo press screening delle 21,30 alla famigerata Salle Bazin mi sono messo in coda alle 19,20 e contate voi il tempo di attesa (oltretutto con iPhone privo di connessione internet da ieri per via di un’offerta Tim in viaggio che non funziona, nonostante le 9 chiamate, dico 9, al 119, e dunque mentre stavo in fila manco potevo ammazzare il tempo smanettando in rete e twittando). Intanto da chi alle 19 era riuscito a entrare arrivavano commenti adoranti e genuflessi. Meraviglia. Capolavoro. Da Palma d’oro. Cate più formidabile che mai. Tutto un niagara di tweets di fan scatenati in tutte le lingue del mondo. Sicché mi sono prediposto alla visione, anche per via della stima per Haynes e i suoi precedenti lavori, col massimo del pregiudizio favorevole. Invece, delusione, per quanto parziale. Il film è bello, a tratti lo è molto, ma l’ultima mezz’ora non la si regge proprio, e Carol vagola senza mai trovare un finale, cercando in un esercizio di virtuosismo cerchiobottista di accontentare tutti. La storia è una storia di lesbismo tratta da Patricia Highsmith, in un’America anni Cinquanta con la coppia Mamie e Ike Eisenhower alla Casa Bianca e i family values imperanti (mentre si dà la caccia al comunista in casa con il maccartismo). Molte le somiglianze con Lontano da paradiso dello stesso Haynes. Anche là i Fifties americani, anche là un amore ostacolato e reso impossibile dalle convenzioni sociali. Ma purtroppo il regista non ce la fa a replicare l’esito di quel film seminale, uno dei più innovativi della scorsa decade, e lo riproduce rischiando l’automanierismo, oltretutto con una materia narrativamente assai più confusa e meno convincente. Vien da pensare che Todd Haynes abbia venduto l’anima a Harvey Weinstein, che produce il film e di sicuro lo porterà tra i successi dell’anno e in corsa per i premi della prossima awards’ season. Certo, il senso di Haynes per i Cinquanta resta altissimo, nessuno come lui sa ricreare non solo dettagli scenografici, costumi e decori, ma restituire il clima e l’anima di un periodo che fu quello del massimo trionfo americano. La New York che vediamo in Carol è non solo di filologica perfezione visuale, ma è uno spaccato socio-antropologico pulsante e vivo. Risultato magnifico, come no. A convincere meno è quello che Haynes ci mette dentro, è il racconto. Carol è una signora della New York alta e ricca, di algida eleganza ed elevato stile, feticizzata da un visone biondo che è, letteralmente, la sua seconda pelle. Mica per niente la interpreta Cate Blanchett, qui definitivamente armanizzata quale icona fashion, con il rischio di somigliare un po’ troppo alle mannequin d’epoca fotografate da Avedon o Penn su Vogue e Bazaar. Come se Blanchett già di suo non tendesse al regale-ieratico. Insomma, la Carol, mentre sta in una grande magazzino in cerca del giocattolo giusto da regalare all’adorata pargola per Natale, incrocia la vendeuse Therèse, la puntuta e cerbiattesca Rooney Mara. Attrazione più o meno fatale. La Carol invita la Therèse fuori, le fa un mucchio di complimenti, e la Therèse subisce subito il fascino di quella signora così di classe, se ne lascia corteggiare. Certo, prima che finiscano a letto, in una scena che neanche alla lontana è al livello di La vie d’Adèle, passa più di un’ora di film abbastanza estenuante. Todd Haynes lavora di avvolgenti movimenti di macchina, suggerisce atmosfere che un tempo si sarebbero dette morbose e adesso non si può più, la tira per le lunghissime, a suggerire come l’amore tra donne fosse in quel tempo, in quegli anni, ancora un amore che non osava pronunciare il proprio nome (cit. Oscar Wilde). Certo noi, che adesso siam sommersi un giorno sì e l’altro pure da gioiose foto, anche su fb, di lesbiche che si sposano e procreano e adottano, da tutta quella lungaggine restiamo un po’ annoiati. Non manca il côté (melo)drammatico, con Carol che sta divorziando dal marito carogna: il quale, sapendola lesbica dopo aver scoperto la sua relazione con l’amica Abby, ora le vorrebbe togliere la figlia. Proprio mentre Carol passa la sua prima notte d’amore in un hotel con Therèse, succede il fattaccio. Un detective assoldato dal consorte registra tutto, e scatta il vile ricatto. Carol abbandona Therèse, rientra subito a New York, torna a fare la finta moglie devota e perfetta sperando che non le venga tolta la bambina. Ecco, il film dovrebbe finire qui, con il trionfo della convenzione borghese e delle sue implacabili regole sulla legge del desiderio. Come esige il paradigma del melodramma anni Cinquanta alla Sirk al quale evidentissimamente Haynes si ispira. Invece no. Comincia da lì un estenuante balletto tra le due donne, in cui non capiamo più chi voglia chi e che cosa. Il tutto, immagino, per potere presentare al pubblico, in omaggio all’imperante politicamente corretto, una omosessualità femminile non sconfitta. Ma così facendo si va contro ogni buonsenso e ogni coerenza narrativa, fino a un finale sì aperto, ma che non sta né in cielo né in terra. Non ho letto la Highsmith, ma presumo che tutta la parte ultima non venga dal suo libro e sia invece pura invenzione degli sceneggiatori (se mi sbaglio correggetemi, please*). Il film è anche fin troppo cauteloso e ovattato quando entra in ballo la differenza di classe tra le due donne. Quel regalo costoso di Carol a Therèse, quella richiesta di Therèse a Carol si prendere in hotel la camera più cara: sono indizi che potrebbero far pensare che in quella storia, in quel rapporto, intercorrano il denaro e l’interesse. Ma Haynes cancella subito ogni possibile sospetto e dubbio, e la storia finisce affogata in un indistinto sentimentale. Stranamente, il regista dolcifica, attenua le contraddizioni e le crudeltà che percorrono sottotraccia l’amore delle due protagoniste. Applausi molto caldi e convinti. Di sicuro un premio se lo prenderà.
* infatti, mi hanno corretto: una lettrice mi assicura che il finale ripercorre fedelmente quello del romanzo di Patricia Highsmith.

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2 risposte a Recensione di CAROL, il film delle 5 nomination ai Golden Globe (con il trailer italiano)

  1. Anonimo scrive:

    Il film è fedele al libro , anche nel finale , Concordo sul fatto che è lento !

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