Recensione: IL SAPORE DEL SUCCESSO. Un western in cucina

UNTITLED JOHN WELLS PROJECTIl sapore del successo (Burnt), un film di John Wells, sceneggiatura di Steven Knight. Con Bradley Cooper, Sienna Miller, Omar Sy, Daniel Brühl, Riccardo Scamarcio, Alicia Vikander, Sam Keeley, Jamie Dornan, Uma Thurman, Emma Thompson.
foto-il-sapore-del-successo-1-lowPeccato che Il sapore del successo debba scendere a patti con le regole ferree del comfort-movie, a partire dalla piacioneria del protagonista e dall’happy end obbligatorio. Perché Burnt – tale il titolo originale – tenta di introdurre nell’ormai insopportabile genere del food-movie un qualcosa di non così stantio. Come un approccio virile e muscolare da western o da cinema action. Voto 5 e mezzo
UNTITLED JOHN WELLS PROJECTC’è del nuovo e anche del buono nel piatto dai molti e troppo eterogenei ingredienti che è questo film. Si sente qua e là l’assai distinguibile tocco di quel notevole sceneggiatore e pure regista che risponde al nome di Steven Knight, autore un anno e mezzo fa del magnifico Locke (un uomo solo nella notte a fare i conti con una vita a pezzi, e come solo medium tra lui e il mondo il telefono). In Burnt – decisamente meglio il titolo originale, così semanticamente doppio e ambiguo -, racconto di uno chef caduto in disgrazia che tenta di risalire al vertice dallo sprofondo in cui è caduto e per farcela se la deve vedere con amici e soprattutto nemici, e in particolare con un nemico, si percepisce tutta la vocazione di Knight a disegnare personaggi maschili di solida e indiscussa virilità, il suo genuino interesse (oggi così poco diffuso nelle varie narrazioni, scritte o non scritte che siano) per il mondo degli uomini, i loro riti, le loro istintuali e magari autodistruttive derive, le possessioni e le ossessioni. Peccato che tutto questo sia inscritto nell’ennesimo film di food e chef, un film che si trascina dietro senza riuscire a smaltirla tutta la retorica e la pretenziosità addensatasi come una cattiva béchamel intorno al mondo del cibo, quella (sotto)cultura cuciniera ormai insostenibile che ci ammorba da anni e anni. Che ormai non si può più vedere chef-star che tra vapori e fritture ed eroiche posture inventano perlopiù ignobili ricette accostando ingredienti contronatura e servendo e impiattando (scusate la parola, una delle più vomitevoli degli anni Duemila) con la compunzione dell’artista sommo. Basta. È questa inflazione della food culture, e la conseguente nostra insofferenza, a renderci indigeribile Burnt, che di suo almeno ci prova a introdurre nell’infame genere un qualcosa di non déjà vu, di non così stantio. Il buono sta nel fare di questo film un’avventura tutta maschile e testosteronica, trasportando tra pentole e fornelli e zenzeri la rivalità tra maschi alfa di generi come il western o l’action avventuroso. Peccato che poi lo sceneggiatore debba fare i conti con le regole del comfort movie, derive sentimentaloidi e happy end obbligatorio in testa, fors’anche su prescrizione, per non dire altro, del produttore e distributore Harvey Weinstein (del quale bisogna riconoscere la passione vera per il cinema diciamo così di qualità e mezzoindipendente – mezzo per quanto appartiene agli autori, essendo l’altro mezzo tutto suo – accanto a un’incombente iperpresenza da tycoon da vecchia Hollywood). Adam Jones era il giovane chef più promettente di tutta Parigi, dunque di tutta la Francia, dunque di tutto il mondo alla metà degli anni zero, solo che poi si è inabissato in dipendenze di vario tipo, compresa quella da sostanze assai pesanti. Tant’è che a inizio film lo vediamo in un infame posto se ricordo bene della California, dove però la sua vocazione per la cucina non appare del tutto spenta. Anzi. Ritorna in pista, stavolta a Londra, nuova capitale e nuova scena delle sperimentazioni in padella, con la voglia di metter su un ristorante tutto suo finalmente, con uno staff da lui scelto testa dopo testa, e l’obiettivo di riabilitarsi agli occhi del mondo e beccare la terza stella Michelin. Come un pistolero che, dopo anni di autoesilio, torna in pista. Se la dovrà vedere con ostacoli interni – le proprie turbe caratteriali, le proprie intemperanze, la propria egolatria, la scarsa propensione a preoccuparsi degli altri – e con rivali esterni. Soprattutto un ex collega dei tempi parigini che adesso è una superstar dell’impiattamento e della cucina molecolare, con un risto al massimo dei massimi. Sarà duello, senza risparmio di colpi bassi. A finanziare Adam il revenant c’è un giovin signore di illustre e affluente famiglia, che si butta nella folle impresa più che per interesse per amore. Di Adam. Tony, interpretato con finezza da Daniel Brühl, è forse il personaggio di omosessuale pià interessante e meno politicamente corretto da parecchio cinema in qua, con i suoi tormenti così rétro e così lontani dai trionfalismi e dalla felicità obbligatorie servitici dalla gender culture, e con quel disincanto di chi sa di amare senza la minima chance di essere amato, e che tuttavia decide di giocarsi quella folle partita che parrebbe votata alla sconfitta. Amando Adam e puntando su di lui, Tony rischia molto, dal denaro all’immagine sociale, perché sa che la pur improbabile vittoria sarebbe anche sua, e un suo possibile, per quanto laterale e marginale, riscatto. Ci voleva probabilmente uno sceneggiatore così versato in caratteri maschili come Steven Knight per disegnare con sottigliezza e senza la minima condiscendenza un gay character così credibile, così disincantato e così poco allineato ai dettami dell’ideologia corrente. Adam naturalmente mica si innamorerà di lui, piuttosto di una madre singola (la molto presente nel cinema di quest’anno Sienna Miller, sempre più brava) che purtroppo si porta dietro anche una petulante figliola che impiomba tutto il film e lo fa deviare dalla retta e sobria via originariamente tracciata da Steven Knight. Si mescolano trame e sottotrame, e non è male quella del Michel di Omar Sy e della sua vendetta silenziosamente coltivata contro il narciso Adam. C’è perfino, in un’apparizione piuttosto speciale, Alicia Vikander, che in questo 2015 ha occupato militarmente lo schermo con almeno quattro film (oltre a questo, A Danish Girl, Ex Machina, Operazione UNCLE) e che conferma il suo incredibile camaleontismo. Tutta la parte finale è naturalmente da buttare via, ed è un peccato, perché Burnt contiene, sotto le sue molte convenzionalità, una narrazione vitale e un approccio non così ovvio al romanzo culinario. Bradley Cooper mostra i muscoli come neanche in American Sniper, e disegna con ottimo mestiere il suo chef dall’anima pistolera. Riccardo Scamnarcio, come Omar Sy, è solo uno della crew in cucina, a dimostrare ancora una volta come divie e divetti europei nel cinema anglofono vengano confinati in ruoli minori e spesso etnici. Ma val la pena buttarsi via così?

 

 

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