Berlinale 2016. Recensione: AVE, CESARE! dei fratelli Coen. Molto divertente, molto intelligente, e però non così grande

201613909_1201613909_5Hail, Caesar! (Ave, Cesare), un film  di Joel e Ethan Coen. Con Josh Brolin, George Clooney, Channing Tatum, Tilda Swinton, Scarlett Johansson, Frances McDormand, Ralph Fiennes, Christopher Lambert, Alden Ehrenreich.
201613909_6Film di apertura (fuori concorso) della Berlinale66. Con parecchia ironia e altrettanta nostalgia i Coen rievocano la grande Hollywood primi Cinquanta, quella dei film danzati in acqua, dei musical, dei peplum, dei western, dei divi dalla vita pubblica specchiata e dalla vita privata peccaminosa. Mannix è un fixer, l’uomo degli studios che risolve ogni problma, compresi i potenziali scandali che potrebbero travolgere le sue star. Finché si trova ad affrontare la grana di tutte le grane: il rapimento del divo del peplum Ave, Cesare! Trama esile, poco più che un pretesto per mettere un scena mirabolanti ricalchi dei film di allora. Con però un nucleo forte: la religione, la dialettica tra ebraismo e cristianesimo in quella Hollywood. Ecco, se i Coen si fossero concentrati su questo ne sarebbe venuto fuori un capolavoro. Invece, è solo un film parecchio buono (appesantito anche dall’ambiguissima parte sulla cellula comunista che sembra riecheggiare – e non si dica che è una parodia grottesca – certa propaganda maccartista). Voto 7+
Hail, Caesar!Bene, cominciamo con le recensioni (stavo per dire, dandomi della arie, corrispondenze, ma non è il caso) da Berlino parlando di un film che non ho visto a Berlino. Nel senso che Hail, Caesar!, il film che in pompa magna ha aperto questa Berlinale 66, è stato proiettato lunedì sera a Milano in anteprima stampa (affollatissima, con, grazie a Dio, i sottotitoli in italiano. Che qua oggi nei due press screening con code mostruose al Cinemaxx è stato dato in v.o. con sottotitoli in tedesco, e allora meglio Milano). Però poi sono andato alla conf. stampa della banda Coen quasi al completo, stanco rito, quello delle c.s., cui a un festival non vado quasi mai per via che è tutto tempo buttato via e sottratto a film sconosciuti e però magari belli e interessanti, mentre sai già che le domande dei giornalisti saranno perlopiù sceme, tremende o inutili, essendo le conf. stampa una delle esperienze peggiori che possano capitare in questa vita, e devo dire che oggi alle 14,15 a quella dei Coen tutti i miei pregiudizi hanno ottenuto clamorosa conferma allorquando una cretina che da mezz’ora smaniava di fare la sua domanda si è prodotta in uno stupidario dando il via a sghignazzi in platea e doppisensi sul palco degli illustri ospiti sulla parola balls. Però, insomma, anche in me alberga un groupie e qualche volta, per film di cui val la pena sentire gli autori e gli attori, mi butto nella ressa per vedere i divi da vicino. Così oggi ero lì in prima fila (grazie a Valeria che mi aveva tenuto il posto) ad aspettare i fratelli più famosi e bravi del cinema america, con in più Channing Tatum, George Clooney, Tilda Swinton, Josh Brolin e la rivelazione di questo Ave, Cesare!, il giovane e molto bravo Alden Ehrenreich. Clima festoso e complice, segno che il film era piaciuto davvero agli schifiltosi giornalisti venuti-da-ogni-parte-del-mondo (con gli italiani numerosi a fare la loro parte). Applausi per tutti all’entrata, e applausone a Tilda Swinton, levigata come un idolo di alabastro, dalla pelle diafana e trasparente come un uovo di serpente (cit. Donatella Rettore e Ingmar Bergman, del suo unico film girato a Berlino). Ma il film? Un divertissement di enorme classe, e di cultura solida e però mai smaccatamante esibita, giacché i signori Joel e Ethan non son mica dei bru-bru. Anche loro però entrati nella fase del manierismo e dell’autocitazionismo (questo film è a tratti un self-remake di Barton Fink di cui si riprende il tema degli sceneggiatori-scrittori conculcati dagli studios), come Tarantino, e però meno celebrativi di se stessi e, diciamolo, anche capaci di riferimenti e clin-d’oeils che denotano buone letture e non solo visioni di – per quanto pregevoli – B- e Z-movies e italian western. I Coen si divertono, e noi con loro, e però bisognerà pur dire anche senza fare i superciliosi che la trama è stupidarella, un filo esile esile a tenere insieme un paio di sottotrame intetressanti (il set del peplum, il rapimento della star) e molti ritrattoni che sono un puro tributo alla Grande Hollywood dei primi cinquanta e ai suoi generi. Ed ecco il balletto acquatico alla Ester Williams (con la sirena Scarlett Johansson), il musical con numero danzato e scatenato tra marinai alla Gene Kelly con però in bella trasparenza parecchi sottotesti omo (Channing Tatum è strepitoso e balla come nessuno oggi), il romantic movie di raffinatezza britannica diretto da un regista gay (Ralph Fiennes) con protagonista il ragazzotto venuto dal Texas con faccetta alla James Dean e modi rozzi, del tutto incapace di recitare ma imposto dal produttore onnipotente (applausi a Alden Ehrenreich). E come li fan bene i Coen questi ricalchi, con passione e rigore, e nelle scenografie acquatice di Scarlett tutto è sincroniazzato e niente è fuori tempo, lo stesso il numero musicale di Tatum. C’è amore, c’è devozione per quel cinema, c’è bonaria ironia, c’è la nostagia di chi in quegli anni e con quei film è cresciuto (Ave, Cesare! si svolge nel 1951, i Coen son nati poco dopo (e Richard Brody in una molto bella anche se discutibile review sul New Yorker scrive più o meno: né ebraismo né cristianesimo, la vera religione dei Coen è quella del cinema della Golden Era). A tenere insieme i vari pezzi che altrimenti resterebbero sconnessi c’è il personaggio-perno di Eddie Mannix, fixer di un grande studio, alle dirette dipendenze di un produttore di nome Nick Schenck che non vediamo mai ma sentiamo dare gli ordini per telefono da New York, fixer nel senso che tocca a lui aggiustare i vari inghippi e problemi che possono tormentare il lavoro, dalle piogge che bloccano le riprese in esterni ai guai combinati in privato dalle star che potrebbero ledere la loro immagine. Come nascondere l’omosessualità di un divo facendolo ammogliare con una qualche tizia disposta a fargli da copertura. E qui in Ave, Cesare! anche di potenziali scandali omoerotici si parla. Eddie è lì, sempre presente, sempre in controllo della situazione. La star acquatica che agli occhi delle platee americane incarna la purezza è incinta non si sa di chi e manco è sposata? Niente paura, si inventa che il figlio si di un altro e che lei ne sia la madre adottiva, ovviamente basta trovare chi si presti alla manovra e pagare il dovuto. Eddie quanto è spregiudicato nel lavoro tanto è scrupoloso nel privato, fedelissimo alla moglie, cattolico osservante e fors’anche bigotto, sempre lì a confessarsi a una media di una volta al giorno, e a confessare cosucce tipo ho promesso a mia moglie che avrei smesso di fumare e invece mi son fatto di nascosto due sigaratte. I Coen hanno preso nome e mestiere del più famoso fixer degli studios – il vero Eddie Mannix lavorava per la Mgm – solo che ne hanno completamente rivoltato e reinventato la biografia, e se nel loro film Mannix è un uomo probo e virtuoso nella realtà ci furono parecchie ombre, allorquando l’amante della moglie (che era poi l’attore di Superman) fu trovato ammazzato e lui fu sospettato di esserne in qualche modo coinvolto. Qui nella finzione secondo Coen la grana maggiore ce l’ha quando lo stolido per quanto simpatico interprete della produzione più costosa dello studio, un peplum dal titolo Ave, Cesare!, viene rapito. Che fare? Ci si diverte quando per girare una scena col braciere si chiama la controfigura sempre ripresa di spalle e a viso coperto fingendo che le fiamme l’abbiano ustionato (geniale!). Solo che Bird Whitlock (interpretato da un George Clooney che fa benone la parte del divo svampito e anche un po’ grullo) è stato preso in ostaggio da una cellula comunista di Hollywod, perlopiù composta da scrittori che si sentono sfruttati e sottopagati e odiano il capitalismo hollywoodiano, mentre adorano l’egualitarismo sovietico e il sole dell’avvenire. Sarà un rapimento da burla, e però verrà chiesto un congruo riscatto, e Eddie si troverà a maneggiare e dover risolvere la delicata situazione. I Coen presentano la cellula clandestina coma una sgangherata ghenga di gente che parla per slogan, con un teorico arruffato come Einstein e dalle idee ancora più arruffate che di nome fa Herbert Marcuse, già, come il guru del Sessantotto, l’autore di L’uomo a una dimensione, e però qui parodizzato e presentato come un vecchio citrullo e verboso, assai distante dal vero, elegantissimo, misuratissimo Marcuse che era sì molto marxista, ma della fichissima e scicchissima scuola di Francoforte di Adorno e Horkheimer (e che nel ’51 era più giovane del simil-Einsteim che ci mostrano i Coen). Devo dire che questa parte è quantomeno sconcertante. Presentandoci un gruppo di comunisti degli studios in combutta con l’Unione Sovietica i Coen sembrano prendere alla lettera la paranoia del senatore McCarthy verso i dieci blacklisted di Hollywood e sposarne pericolosamente la tesi (‘si sono infiltratri a Hollywood, hanno fatto propaganda comunista occulta attraverso le sceneggiature che hanno scritto, sono spie dell’Unione Sovietica’). Vero che i nostri due fratelli parodizzano e la buttano sul grottesco, ma era davvero il caso di giocare così pericolosamente e indurre qualcuno a pensare che allora, in fondo, se le cose così stavano, McCarthy non ci aveva poi tutti i torti? Al di là della smagliante confezione, tutta questa parte è imbarazzante, e impiomba il film. Il cui nucleo però va cercato da un’altra parte, nel confronto tra giudaismo e cristianesimo, e non è la prima volta che i Coen in forma di facezia e in chiave di leggerezza affrontano il religioso, il sacro, si pensi a quello che è uno dei loro vertici, A Serious Man (capolavoro!). Stavolta il tema, di meravigliosa complessità e finezza intellettuale, è come mai i tycoon della Grande Hollywood, in gran parte di origine ebraica, riuscissero a intercettare con tanta sagacia i gusti della maggioranza cristiana d’America, e come nello stesso tempo sapessero portare in quanto producevano le loro radici yiddisch, il loro retroterra spesso assai complicato. Hail, Caesar!, il film che Nick Schenck sta realizzando (e Schenck è il vero nome di un produttore di quegli anni), cortocircuita ebraismo e cristianesimo nascente nella ennesima versione della vita di Cristo e della sua passione. Con un centurions eromano (Clooney) che si converte assistendo prima alla generosità di Gesù poi alla sua atroce morte in croce. Con di seguito la migliore scena di tutto il fim, quando il fixer Eddie Mannix convoca un rabbino e tre rappresentanti del cristianesimo (un cattolico, un ortodosso, un protestante) perché dicano la loro su quella rappresentazione di Cristo, e rilevino eventuali inesattezze, o dettagli in grado di irritare i loro correligionari. Meravigliosa discussione, con il rabbino che se ne esce con un ‘potete rappresentare Gesù come volete, tanto per noi non è il figlio di Dio!’. Ecco, se i Coen avessere avuto il coraggio di concentrarsi su questo, sul confronto e forse scontro dietro le quinte di Hollywood tra ebraismo e cristianesimo, e di come quell’interfacciarsi  abbia prodotto film immensamente popolari e una cultura popolare formidabile, ne sarebbe venuto fuori, credo, un capolavoro. Un film di spettacolo e di idee insieme. Invece i due fratelli intorno a questo nucleo narrativo potente buttano lì scene e parti assai più facili e ruffiane, e certo che ci si diverte, come no, e però si rimpiange cosa questo film sarebbe potuto diventare e non è. Incredibilmente ritorna Christopher Lambert, e non vi dico quale sia il suo personaggio: cercate di indovinarlo (io non ci sono riuscito).

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