Agli Oscar hanno vinto Chris Rock, DiCaprio, Morricone. E le parole diversity e inclusivity

Chris Rock

Chris Rock (foto dal sito degli Oscar)

da sinistra: Rylance, Larson, DiCaprio, Vikander (foto dal sito degli Oscar)

da sinistra: Rylance, Larson, DiCaprio, Vikander (foto dal sito degli Oscar)

Due parole hanno dominato la consegna degli Oscar la scorsa notte al Dolby Theater di Los Angeles. La prima: diversity. La seconda: inclusivity. Ripetute come un mantra da intervistatori e intervistati sul red carpet, poi dai vari premiati e intervenuti sul palco. Virtuose parole di massima correttezza politica a disinnescare la mina della questione black, diventata esplosiva dopo l’anatema lanciato dal sempre-combattente e sempre-incazzato Spike Lee contro gli Academy Awards di quest’anno colpevoli di non aver nominato neri americani (a parte una candidatura per Straight Outta Compton). Con susseguente varo di una campagna di boicottaggio di Hollywod e dei suoi #OscarSoWhite. E Hollywood, che avrebbe potuto bellamente ignorare la faccenda, ha invece voluto attraverso l’Academy prendere di petto la questione, lustrando la sua tradizionale anima liberal e esibendo il proprio lato buono, quello dell’apertura, dell’inclusività appunto, dell’abbraccio allargato a ogni possibile portatore di diversity. Lo ha fatto designando come host della cerimonia un nero (e dandogli la massima libertà di dire, fare e strafare), quel genio in forma di stand-up comedian che risponde al nome di Chris Rock, talento comico sboccato e raffinato in grado di percorrere arditamente il sottile crinale tra il sublime e la spazzatura. Chris Rock ha fatto sua la serata uscendone da vincitore, ancora più di Leonardo Di Caprio il quale, dopo inenarrabili traversie che avevan fatto pensare che potessse pendere su di lui una maledizione azteca, ce l’ha fatta ad agguantare il suo Oscar, ed è stato per The Revenant naturalmente. Film per cui ha dovuto subire ogni brutalità, ogni oltraggio, dall’assalto di un’orsa all’immersione nudo in gelidi fiumi invernali. L’introduzione di Rock, solo un po’ troppo lunga, credo che passerà alla piccola storia degli Oscar, e non solo a quella. Con un impavido monologo dove lui, la lingua più sciolta, veloce e puntuta dell’entertainment americano, ha parlato senza eufemismi di racism a Hollywood, ricordando di come a suo tempo a una serata di supporto a Obama fossero stati in quattro gatti, i soliti, e di come dietro ai melliflui modi liberal continuino a celarsi un classismo e uno snobismo per cui il black non è (quasi) mai ritenuto ‘all’altezza’. Ma non è stata la solita lagna politicamente e noiosamente corretta, non pensate all’ennesimo esempio di quella cultura del piagnisteo tanto deprecata da Robert Hughes a suo tempo, perché con Rock non si chiagne, lui sa come non fare del vittimismo black o di altro colore, riuscendo anche a ironizzare e lanciare strali contro i professionisti del lamento. Con quella battuta formidabile che ci vogliono gli attributi a farla agli Oscar: “Negli anni Sessanta i neri erano esclusi da Hollywoow, ma non si lagnavano. È perché avevano cose più serie da fare e alle quali pensare. Allora i neri li linciavano, li impiccavano agli alberi, mica c’era il tempo di lamentarsi per la mancata nomination ai corti” (ho citato a memoria, dunque perdonate qualche approssimazione). Châpeau. Poi, per bilanciare il colpo, ne ha mandata un’altra memorabile sull’altro fronte: “Chissà se nello spazio commemorazione verranno ricordati i neri sparati dalla polizia mentre stavano andando al cinema”. L’unico suo torto è stata di avere esagerato a piegare tutta, ma proprio tutta la serata alla questione black, con alcuni momenti felici (le interviste fuori da un cinema di Compton a neri che manco sapevano cosa fossero Spotlight o Il ponte delle spie) e altri così così (la parodia con inserimenti black di alcuni film candidati, e però la danish girl nera era irresistibile, diciamolo). Comunque, Chris Rock ha marchiato questi Oscar. Certo, quando non c’erano lui, la sua ironia e complessità di pensiero a fare da antidoto, la faccenda si degradava subito a pura, convenzionalissima correttezza politica e a trionfo del pensiero unico e unidirezionale. Mi riferisco allo speech di accettazione del pur adorabile e appassionato Leo, con l’evocazione dell’apocalisse da climate change, “e ricordiamoci che questo pianeta non è scontato”. O a Sam Smith, giusto vincitore per la miglior canzone, Writing’s on the Wall da Spectre (che lui però ha eseguito al di sotto delle sue possibilità), salito a ritirare l’Oscar con, se ho ben capito, il suo compagno: “Ian McKellen tempo fa ha detto che nessun gay dichiarato ha mai vinto un Oscar, ecco, io lo sono: sono a proud gay man”. Applausissimi. E però, che regia occulta dietro la cerimonia, che capolavoro di diplomazia, tutto un tessere reti e connessioni a prevenire eventuali strappi, come quei summit preparati dietro le quinte da giorni e giorni di colloqui tra sherpa di parti opposte e anche avverse. Non c’erano black nominati? Bene, lo era l’host, lo era, lo è, la stessa presidentessa dell’Academy, che si è presentata sul palco a ricordare come l’associazione dei votanti si interrogherà sempre di più sulla diversity e sempre più fattivamente si impegnerà sul fronte dell’inclusivity. Che, tradotto, vuol dire: più votanti neri. Sicché l’anno prossimo aspettiamoci una valanga di Oscar black, che poi c’è già un candidato bell’e pronto per il trionfo, The Birth of a Nation di Nate Parker, appena presentato al Sundance e salutato come un film-evento. Scommettiamo? Anyway, applausissimi pure per lei. Tra i presenters la quota black era significativa, si è andati dal ragazzo Mohammed Atta (sì, il protagonista dell’ignobile Beasts of No Nation e vincitore a Venezia del premio Mastroianni) a colui che ha introdotto l’Oscar di maggior peso, quello del miglior film, un regale Morgan Freeman. Scampoli e scintille di correttezza politica pure da Lady Gaga presentatasi in un abito bianco transgender pantalone-gonna lunga di rara bruttezza e con pettinatura scolpita da bella del Sud a cantare il suo pezzo, concorrente come migliore canzone, sulle violenze sessuali nei college: tema di cui si parla molto in America a e per cui Germanotta si è impegnata con un documentario e la ruffianissima canzone. Peraltro eseguita con superbo mestiere e introdotta nientedimeno che dal vicepresidente americano Joe Biden, il cui patronnage non è però bastato a Germanotta a beccarsi l’Oscar, intascato come detto da Sam Smith (a proposito di canzoni in gara: resta il mistero di come mai ne siano state eseguite solo tre su cinque: forse non c’era più tempo per le ultime due candidate, tra cui quella da Youth di Sorrentino?). Insommma, gli Academy Awards numero 88 son stati i più politici di sempre, e son stati più about the black issue che intorno ai film, e questo un po’ ha infastidito, ecco. I film: sapete già tutto, inutile che faccia la lista della spesa di chi ha vinto e chi ha perso. Rimando nel caso alla pagina Winners del sito degli Oscar (sempre meglio andare alla fonte). Avanti con il commento, piuttosto. Tutto abbastanza secondo le previsioni con due soli scostamenti di rilievo. Il primo: Il caso Spotlight, che ha sfilato la vittoria come miglior film al frontrunner The Revanant. Non era del tutto imprevedibile, e però che ingiustizia. Quello di Iñarritu è un film grande, anche nella sua dismisura, e Spotlight solo uno di quei prodotti furbi e di perfetta, implacabile confezione e costruzione americana (ritmo, sceneggiatura d’acciaio ecc.), però quanto a linguaggio cinematografico abbastanza fermo al paleolitico, e di una rozzezza e semplificazione fastidiosi (confrontarlo, sul caso dei preti pedofili, con il magnifico Il Club di Pablo Larrain uscito questo weekend nelle sale italiane, per rendersi conto della differenza). Quando l’avevo visto a Venezia gli avevo pronosticato successo al box office e premi, e mi pare di averci azzeccato. Non mi è piaciuto neanche lo speech di uno dei produttori (o era il regista?) che, Oscar in mano, ha chiesto a papa Francesco di dare una risposta ai problemi sollevati dal film. Scusate, come si permette? e poi la Chiesa di Roma non ha già ampiamente recitato il mea culpa e chiesto perdono per gli abusi sessuali nella diocesi di Boston e in Irlanda? Alejandro González Iñarritu ci sarà rimasto di sicuro male dello scippo, ma si sarà consolato con il secondo Oscar di fila (in the row, dicono gli americani) per la migliore regia dopo quello dell’anno scorso per Birdman. Invece Emanuel ‘Chino’ Lubezki, premiato per la fotografia di The Revenant, è adddirittura al terzo di fila dopo quelli per Gravity e Birdman. D’altra parte, lui è di altra categoria, di un altro pianeta. Quanto a DiCaprio, che con il suo ha portato a tre gli Oscar complessivi di The Revenant, s’è già detto, e però val la pena sottolineare come i suoi colleghi in platea l’abbiano caldissimamente omaggiato di una quasi standing ovation, segno che Leo è persona amata e stimata pure dagli addetti ai lavori di un ambiente in cui vipere, cobra e serpenti a sonagli non scarseggiano. L’altra (relativa) sorpresa è stato l’Academy Award per il migliore attore non protagonista al sublime Mark Rylance di Il ponte delle spie (unico premio al film di Spielberg della serata) a spese del favorito Sylvester Stallone. Il quale, intervistato sul red carpet, si era mostrato di un garbo squisito e di commovente umiltà, ed è un peccato che l’Oscar sia stato dirottato altrove, anche perché quando mai gli ricapiterà un’altra nomination. Scontata la vittoria di Brie Larson (Brie chi? ancora a dire in Italia) per Room, quasi altrettanto scontato quella, con pieno merito, di Alicia Vikander come best supporting actress per The Danish Girl, dove ha messo in ombra Eddie Redmayne. Bella, brava, e niente diva. Seduta per tutto il tempo vicino a Michael Fassbender, candidato per Steve Jobs. Salendo sul (o scendendo dal: non ricordo esattamente) palco Vikander l’ha baciato, lasciando pensare che i due si siano rimessi insieme dopo la crisi a riformare la coppia più bella del mondo. Fassbender che ha dovuto cedere allo strapotere di DiCaprio. Per il quale tifava vistosamente Kate Winslet seduta pure lei accanto a Fassbender e pure lei candidata (categoria best supporting actress) per Steve Jobs, ma sconfitta dalla di lui fidanzata Vikander. Che incroci, che intersezioni, che intrecci complicati di amori-amicizie-colleganze-rivalità. Il film che ha cumulato più statuette, ben sei, è stato Mad Max: Fury Road, però tutte in categorie tecniche e zero in quelle pesanti quali migliore regia, miglior film, migliore sceneggiatura, migliori attori. Essendosi invece imposto in: 1) migliori costumi; 2) migliore scenografia; 3) miglior montaggio; 4) make up e hair-styling; 5) montaggio sonoro: 7) sound mixing. Se questo è lo stroytelling, il romanzo principale della serata, c’è anche un importante subplot: ma ne ha vinti più Cannes o Venezia? Intendendo, hanno preso più Oscar i film presentati in prima mondiale nell’uno e nell’altro festival. Dalla sua Venezia conta i 2 a Spotlight (oltre al miglior film, alla migliore sceneggiatura originale) e quello ad Alicia Vikander per The Danish Girl, Cannes può buttare sul piatto i 6 di Mad Max, presentato sulla Croisette fuori concorso, e su quello per il migliore film in lingua straniera andato, e si tratta di scelta sacrosanta, a Il figlio di Saul. Dunque, 7 a 3 per i francesi. Ma in questo caso gli Oscar non si contano, si pesano, e allora bisogna dire che i 3 presi da Venezia pesano moltissimo, son tutti delle categorie più importanti. Continuando: scontati gli Oscar a Inside Out (temo il film più sopravvalutato dell’anno) come migliore animazione a scapito ahimè di Anomalisa, e quello per il documentario a Amy, dove l’avrebbe meritato invece The Look of Silence di Joshua Oppenheimer. Mi rendo conto adesso scrivendone che anche Amy era stato presentato in prima mondiale a Cannes fuori concorso, e dunque una pallina in più sul suo pallottoliere. Risultato (quantitativo) finale: Cannes batte Venezia 8 a 3. Ineccepibile – una delle scelte più felici – l’Oscar per gli effetti speciali andato sorprendentemente a Ex Machina, piccolo film preferito in questa categoria tecnica al più fracassone e sgargiante Mad Max, e condivisibile anche quello a La grande scommessa per la migliore sceneggiatura non originale. Dietro alla quale c’è un gran lavoro di Charles Randolph e Adam McKay per rendere commestibili alle masse i misteri finanziari della crisi dei subprime. Mi rendo conto di essere arrivato quasi alla fine senza aver accennato a Ennio Morricone, cui è andato l’Oscar per la migliore colonna sonora, quella del tarantiniano The Hateful Eight. Per il quale il maestro (quando ci vuole, ci vuole) ha composto una musica formidabile e per niente conservativa, intendo non tirata via tanto per onorare il contratto ma elaborata, piena di invenzioni, rifinita con immutata curiosità e passione. È stato l’Oscar più acclamato. Standing ovation, a conferma di come Morricone sia uno degli italiani più conosciuti e riveriti nel mondo, e fa tristezza vedere come certi ragazzacci nati ieri si permettano sui social e sulle webzine di sbertucciarlo. Piuttosto – come usano dire elegantemente i boss nelle gomorre e nei romanzi criminali – si sciacquino la bocca prima di parlarne, e si mettano in ginocchio. A 87 anni ha raggiunto il palco accompagnato dal figlio, che ha anche tradotto in inglese il breve speech, salendo senza fatica i gradini. Poche, sobrie parole di ringraziamento, per Quentin Tarantino, per Harvey Weinstein, anche per il collega John Williams arrivato alla sua cinquantesima e passa nomination (per Star Wars, il film che è il grande sconfitto della serata: poche nomination e zero Oscar). Un signore, Morricone. Che, in un’intervista trasmessa da Sky durate la nottata e fattagli prima dei premi a Los Angeles da Alessandra Veenzia, ha ricordato a Tarantino come la prossima volta vorrebbe essere avvisato un po’ prima e avere più tempo per poter lavorare meglio. Capito Quentin?

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