Recensione: AVE, CESARE! dei fratelli Coen. Molto divertente, molto intelligente, ma un grande film mancato

12646881_747860858683961_1067230147870847318_o201613909_5Hail, Caesar! (Ave, Cesare), un film  di Joel e Ethan Coen. Con Josh Brolin, George Clooney, Channing Tatum, Tilda Swinton, Scarlett Johansson, Frances McDormand, Ralph Fiennes, Christopher Lambert, Alden Ehrenreich.
201613909_6Con parecchia ironia e altrettanta nostalgia i Coen rievocano la grande Hollywood primi Cinquanta, quella dei film danzati in acqua, dei musical, dei peplum, dei western, dei divi dalla vita pubblica specchiata e dalla vita privata peccaminosa. Mannix è un fixer, l’uomo degli studios che risolve ogni problema, compresi i potenziali scandali che potrebbero travolgere le sue star. Finché si trova ad affrontare la grana di tutte le grane: il rapimento del divo del peplum Ave, Cesare! Trama esile, poco più che un pretesto per mettere in scena mirabolanti ricalchi dei film di allora. Con però un nucleo forte: la religione, la dialettica tra ebraismo e cristianesimo in quella Hollywood. Ecco, se i Coen si fossero concentrati su questo ne sarebbe venuto fuori un capolavoro. Invece, è solo un film parecchio buono (appesantito anche dall’ambiguissima parte sulla cellula comunista che sembra dar ragione – e non si dica che è una parodia – alla propaganda maccartista). Voto 7+
Hail, Caesar!12841198_765042380299142_6438868396197992741_oUn divertissement di enorme classe, e di cultura solida però mai smaccatamante esibita, giacché i signori Joel e Ethan non son mica dei bru-bru. Anche loro entrati nella fase del manierismo e dell’autocitazione selvaggia (questo film è a tratti un self-remake di Barton Fink di cui si riprende il tema degli sceneggiatori-scrittori conculcati dagli studios), come Tarantino, e però meno celebrativi di se stessi e, diciamolo, anche capaci di riferimenti e clin-d’oeils che denotano buone letture e non solo visioni di – per quanto pregevoli – B- e Z-movies e italian western. I Coen si divertono, e noi con loro, e però bisognerà pur dire anche senza fare i superciliosi che la trama è stupidarella, un filo esile esile a tenere insieme un paio di sottotrame interessanti (il set del peplum, il rapimento della star) e molti ritrattoni che sono un puro tributo alla Grande Hollywood dei primi cinquanta e ai suoi generi. Ed ecco il balletto acquatico alla Ester Williams (con la sirena Scarlett Johansson), il musical con numero danzato e scatenato tra marinai alla Gene Kelly con però in bella trasparenza parecchi sottotesti omo (Channing Tatum è strepitoso e balla come nessuno oggi), il romantic movie di raffinatezza britannica diretto da un regista gay (Ralph Fiennes) con protagonista il ragazzotto venuto dal Texas con faccetta alla James Dean e modi rozzi, del tutto incapace di recitare ma imposto dal produttore onnipotente (applausi alla quasi-rivelazione Alden Ehrenreich). E come li fan bene i Coen questi ricalchi, con passione e rigore, e nelle scenografie acquatice di Scarlett tutto è sincronizzato e niente è fuori tempo, lo stesso il numero musicale di Tatum. C’è amore, c’è devozione per quel cinema, c’è ironia mai velenosa, c’è la nostagia di chi in quegli anni e con quei film è cresciuto (Ave, Cesare! si svolge nel 1951, i Coen son nati poco dopo, e Richard Brody in una molto bella anche se discutibile review sul New Yorker scrive più o meno: né ebraismo né cristianesimo, la vera religione dei Coen è quella del cinema della Golden Era). A tenere insieme i vari pezzi che altrimenti resterebbero sconnessi c’è il personaggio-perno di Eddie Mannix, fixer di un grande studio, alle dirette dipendenze di un produttore di nome Nick Schenck che non vediamo mai ma sentiamo dare gli ordini per telefono da New York, fixer nel senso che tocca a lui aggiustare i vari inghippi e problemi che possono tormentare il lavoro, dalle piogge che bloccano gli esterni ai guai combinati in privato che potrebbero ledere l’immagine di una star. Come nascondere l’omosessualità di un divo facendolo ammogliare con una qualche tizia disposta a fargli da copertura. E qui in Ave, Cesare! anche di potenziali scandali omoerotici si parla. Eddie è lì, sempre presente, sempre in controllo della situazione. La star acquatica che agli occhi delle platee americane incarna la purezza è incinta non si sa di chi e manco è sposata? Niente paura, si inventa che il figlio sia di altri e lei ne sia la madre adottiva, ovviamente basta trovare chi si presti alla manovra e pagarlo il dovuto. Eddie quanto è spregiudicato nel lavoro tanto è scrupoloso nel privato, fedelissimo alla moglie, cattolico osservante e fors’anche bigotto, sempre lì a confessarsi a una media di una volta al giorno, e a confessare cosucce tipo ho promesso che avrei smesso di fumare e invece mi son fatto di nascosto due sigarette. I Coen hanno preso nome e mestiere del più famoso fixer degli studios – il vero Eddie Mannix lavorava per la Mgm – solo che ne hanno completamente rivoltato e reinventato la biografia, e se nel loro film è un uomo probo, nella realtà sul vero Mannix ci furono parecchie ombre, allorquando l’amante della moglie (che era poi l’attore di Superman) fu trovato ammazzato e lui fu sospettato di esserne in qualche modo coinvolto. Qui nella finzione secondo Coen la grana maggiore ce l’ha quando lo stolido per quanto simpatico interprete della produzione più costosa dello studio, un peplum dal titolo Ave, Cesare!, viene rapito. Che fare? Ci si diverte quando per girare una scena col braciere si chiama la controfigura sempre ripresa di spalle e a viso coperto fingendo che le fiamme l’abbiano ustionato (geniale!). Solo che Bird Whitlock (interpretato da un George Clooney che fa benone la parte del divo svampito e un po’ grullo) è stato preso in ostaggio da una cellula comunista di Hollywod, perlopiù composta da scrittori che si sentono sfruttati e sottopagati e odiano il capitalismo hollywoodiano, mentre adorano l’egualitarismo sovietico e non vedono l’ora che sorga il sole dell’avvenire. Sarà un rapimento da burla, e però verrà chiesto un congruo riscatto, e Eddie si troverà a fronteggiare la delicata situazione. I Coen presentano la cellula clandestina coma una sgangherata ghenga di gente che parla per slogan, con un teorico arruffato come Einstein e dalle idee ancora più arruffate che di nome fa Herbert Marcuse, già, come il guru del Sessantotto, l’autore di L’uomo a una dimensione, e però qui parodizzato e presentato come un vecchio citrullo e verboso, assai distante dal vero, elegantissimo Marcuse che era sì molto marxiano, ma della scicchissima scuola di Francoforte di Adorno e Horkheimer (e che nel ’51 era più giovane del simil-Einsteim che ci mostrano i Coen). Devo dire che questa parte è quantomeno spiazzante. Presentandoci un gruppo di comunisti degli studios in combutta con l’Unione Sovietica i Coen sembrano prendere alla lettera la paranoia del senatore McCarthy verso i dieci blacklisted di Hollywood e sposare pericolosamente la sua tesi (che era più o meno:’si sono infiltratri a Hollywood, hanno fatto propaganda comunista occulta attraverso le sceneggiature che hanno scritto, sono spie dell’Unione Sovietica). Vero che i nostri due fratelli parodizzano e la buttano sul grottesco, ma era davvero il caso di giocare così pericolosamente e indurre qualcuno a pensare che allora, in fondo, se le cose così stavano, McCarthy non ci aveva poi tutti i torti e ha fatto bene a fare quel che ha fatto? Al di là della smagliante confezione, tutta questa parte è imbarazzante, e rischia di mandare a fondo il film. Il cui nucleo però va cercato da un’altra parte, nel confronto tra giudaismo e cristianesimo, e non è la prima volta che i Coen in forma di facezia e in chiave di leggerezza affrontano il religioso, il sacro, si pensi a quello che è uno dei loro vertici, A Serious Man (capolavoro!). Stavolta il tema, di meravigliosa complessità e finezza intellettuale, è come mai i tycoon della Grande Hollywood, in gran parte di origine ebraica, riuscissero a intercettare con tanta sagacia i gusti della maggioranza cristiana d’America, e come nello stesso tempo sapessero immettere in quanto producevano le loro radici yiddisch. Hail, Caesar!, il film che Nick Schenck sta realizzando (e Schenck è il vero nome di un produttore di quegli anni), cortocircuita ebraismo e cristianesimo nascente nella ennesima versione della vita di Cristo e della sua passione. Con un centurions eromano (Clooney) che si converte assistendo prima alla generosità di Gesù poi alla sua atroce morte in croce. Con di seguito la migliore scena di tutto il fim, quando il fixer Eddie Mannix convoca un rabbino e tre rappresentanti del cristianesimo (un cattolico, un ortodosso, un protestante) perché dicano la loro su quella rappresentazione di Cristo, e rilevino eventuali inesattezze, o dettagli in grado di irritare i loro correligionari. Meravigliosa discussione quasi talmudica per sottigliezza, con il rabbino che se ne esce con un ‘potete rappresentare Gesù come volete, tanto per noi non è il figlio di Dio!’. Ecco, se i Coen avessere avuto il coraggio di concentrarsi su questo, sul confronto e forse scontro dietro le quinte di Hollywood tra ebraismo e cristianesimo, e di come quell’interfacciarsi abbia prodotto film immensamente popolari e una cultura popolare formidabile, ne sarebbe venuto fuori, credo, un capolavoro. Un film di spettacolo e di idee insieme. Invece i due fratelli intorno a questo nucleo narrativo potente buttano lì scene e parti assai più facili e ruffiane, e certo che ci si diverte, come no, e però si rimpiange cosa questo film sarebbe potuto diventare e non è. Incredibilmente ritorna Christopher Lambert, e non vi dico quale sia il suo personaggio: cercate di indovinarlo (io non ci sono riuscito).

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