Recensione: WEEKEND. Un bellissimo film gay, una storia universale. Correte

Schermata 2016-03-12 alle 19.56.30Weekend, un film di Andrew Haigh. Con Tom Cullen, Chris New, Jonathan Race, Laura Freeman. Canzoni di John Grant. Uscito giovedì 10 marzo 2016 in dieci cinema (qui la lista).
Schermata 2016-03-12 alle 19.57.40Dal regista di 45 anni uno dei più bei film gay degli ultimi anni. Non solo per gay però, perché la storia raccontata è universale, fatta per piacere trasversalmente a ogni pubblico. Il bagnino Russell incontra l’aspirante artista concettuale Glen. Dovrebbe essere solo la faccenda di una notte, diventerà di più. Ma la vita giocherà contro. Preparate i fazzoletti. Un breve incontro lgbt dove il sesso, assai realistico, diventa il linguaggio, perfino la grammatica, con cui Russell e Glen si conoscono, si indagano, si saggiano a vicenda, comunicano. Gran film. Voto 8 e mezzo
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Andrew Haigh chi? Sì, il regista del molto celebrato e premiato 45 anni, radiografia (anatomia?) assai sottile di una coppia sui settanta messa a rischio da improvvisa rivelazione sul passato di lui. Con una magnifica Charlotte Rampling e dialoghi allusivi e insieme taglienti, implacabili nell’andare a sondare l’insondabile, a scoperchiare il rimosso, il mai detto, l’indicibile. Con qualche eco pinteriana. È stato quel successo, decollato inaspettatamente alla Berlinale 2014, a indurre, immagino, Teodora (intesa come distribuzione), a tirar fuori adesso il precedente film di Haigh, e precedente di parecchio visto che è del 2011. Questo Weekend. Dove si mette sempre in scena una coppia, però stavolta gay-maschile e parecchio più giovane, sui trent’anni. E sarebbe interessante confrontarlo con 45 anni, per capire come Andrew Haigh, regista dichiaratamente gay (ha scritto e girato anche parecchie puntate di Looking), sia brillantemente riuscito a esportarne il format in versione eterosessuale, senza restare schiacciato nel cliché e anche nella gabbia di autore identitario  di film esclusivamente per omosessuali. Il che lo rende piuttosto interessante, uno da tenere d’occhio per il futuro (sta preparando un film sul fashion designer inglese, morto suicida, Alexander McQueen). Che sia in grado di uscire dal ghetto lo si vede benissimo già in Weekend, dove racconta sì una storia pienamente gay, e però non ripiegata su se stessa, riuscendo nella difficile impresa di trasformarla in storia universale senza connotazione di sessi e genere e gender, fruibile e consumabile da ogni pubblico. Come peraltro era già riuscito all’Ang Lee di Brokeback Mountain e all’Abdellatif Kéchiche di La vie d’Adèle. Erano anni che sentivo parlare di Weekend, senza essere mai riuscito a intercettarlo (neanche in rete), e devo dire che son rimasto folgorato, non me l’aspettavo così buono, così riuscito e importante, di sicuro uno dei film gay (sarà meglio dire queer o lgbt? mah) migliori degli anni Duemila, che pure ce ne hanno serviti in quantità strabordante. Ancora più che in 45 anni, Haigh dà prova di essere un eccellente sceneggiatore e dialoghista, di sapere penetrare nei corpi e nelle anime dei suoi personaggi a coglierne sfumature e pieghe, e ombre e penombre, di saper mimare mirabilmente attraverso la scrittura la vita e restituirla al massimo possibile dell’aderenza e della fedeltà. O, se vogliamo, di simularla alla perfezione. Weekend è film costruitissimo, pensato, elaborato nel suo apparente automatismo, nel suo apparente farsi e montarsi quasi da solo davanti ai nostri occhi (si pensi solo alla progressione drammaturgica assolutamente classica e al finale), pur nelle sembianze documentaristiche, da cinema del reale. Tant’è che il modello dichiarato di Andrew Haig resta un caposaldo del Free Cinema inglese come Sabato sera, domenica mattina di Karel Reisz, omaggiato e citato anche nella scelta della location, che è la lontana-da-Londra Nottingham. Anche se poi il vero per quanto taciuto, e fors’anche inconsapevole, riferimento resta pur sempre Breve incontro di David Lean. Là un uomo incontra una donna, qui un uomo incontra un uomo, ma in entrambi i casi si tratta di una passione a termine, con una fine già segnata fin dall’inizio. Russell è un bravo ragazzo proletario che di mestiere fa il bagnino alla piscina comunale, è single, ha alle spalle una infelice storia di bambino abbandonato dai genitori di cui però non si lagna, è molto legato al suo amico fraterno Jamie passato come lui per anni e anni attraverso famiglie affidatarie. È gay, senza smargiassate, senza proclamarlo coram populo, mezzo dichiarato mezzo no, inquadrabile nel modello ‘i miei amici lo sanno, agli altri non l’ho detto’. Non dirlo, non nasconderlo. Una sera nel gay bar di Nottingham incoccia in Glen, si guardano, si ritrovano al cesso e lì combinano. Qualcosa che nasce come un incontro occasionale, una botta e via, e che si rivelerà invece dopo la prima notte qualcosa di più, o quantomeno di diverso. Da quel momento la macchina da presa non molla più i due, li riprende a letto in scene parecchio realistiche, ne registra il lasciarsi andare, il raccontarsi, la voglia di farsi del bene e anche del male. Con un senso di verità che letteralmente ci travolge e ipnotizza. Qui grazie a Dio non si vuol vendere un’immagine migliorata e ideologizzata o idealizzata della sessualità lui-lui, niente coppiette in procinto di sposarsi e adottare e far bambini con madri più o meno surrogate, qui vengon mostrati due gay diversamente imperfetti, umani molto umani nei loro lati deboli, non così effemminati, che si baciano, si leccano, si toccano, si penetrano, si sporcano l’un l’altro di sperma e altre cose corporali. E il primo incontro, quello che fa scattare la chemistry, non succede parlando di Proust ma a un orinatoio. “Puzzo di sperma e di culo”, dice Glen mentre il buon Russell gli porta il caffè (pessimo caffè liofilizzato: siamo a Nottingham, mica nella Napoli di Eduardo) a letto dopo che han fatto l’amore, ma sarebbe proprio il caso di dire dopo che hanno scopato. Weekend ci fa sentire l’odore del sesso tra questi due giovani uomini, eppure riesce nel miracolo di estrarre da questo suo essere fatto di carne e di fluidi corporali l’incanto vero di quella cosa che si chiama convenzionalmente, e pigramente, amore. Sì signori, di fronte a Russell e Glenn che non giocano mai, in nessun momento, alla coppietta in rosa, che per pudore (sì, ci può essere pudore, come in questo caso, anche quando si mostrano corpi maschili ricoperti di sperma fresco) e per un senso di dignità scansano ogni cattivo sentimentalismo, ecco, di fronte a questi due trentenni alieni da ogni pessimo romanticismo e ogni smanceria, ci si appassiona e ci si commuove come poche volte gli ultimi anni al cinema. Arrivando a una scena finale che è, semplicemente, straziante e ti strappa fuori chirurgicamente l’anima. Con un lavoro mostruoso di osservazione e riproduzione del reale, Haigh riesce a raccontarci dell’omosessualità maschile post-liberazionista e post-comingout molto più di cento inchieste e mille paper e mille talk. Fregandosene di ogni diktat di militanza e di messaggio, con il coraggio di presentarci gay che non sono manichini su cui appendere astratte formule politiche e teoriche, ma gente di carne ripresa nella sua qualunquità non sempre così caruccia e gradevole. Alle anime belle potrà anche dispiacere, e però la promiscuità o la facilità con cui si cambiano i partner in Weekend sono alquanto verosimimili, anche se all’opposto della gaytudine matrimoniabile e bon ton oggi egemone sui media. E potranno dispiacere l’uso e abuso di alcol e droghe varie, cocaina ma non solo (cosa mai c’è in quelle pipe di vetro di Russell? crack o altri cristalli?), già anticipando nel 2011 il chemsex oggi assai praticato e anche assai famigerato (vedi delitto di Roma). E potrà dispiacere l’odiosità di Glen, quel suo fondo luciferino e manipolatorio verso Russell, quel suo piccolo superomismo, quella sua ipertrofia dell’ego gay, sempre lì a rimproverare l’amico-compagno di non essere abbastanza liberato e risolto ecc. ecc. Andrew Haig ha il coraggio di presentarci con Glen e in Glen il lato antipatico di questa coppia che si forma per un weekend e poi basta (questo amore appena nato e già finito: canzone di Morricone degli anni Sessanta), il quasi-fighetto del centro che lavora in una galleria d’arte, fa l’artista concettuale registrando le voci di quelli con cui ha appena scopato e tratta Russell come un rozzo proletario. Che ti chiedi come il buon bagnino ne sia rimasto ammaliato (“è che mi piacciono i tipi bassi come te”, spiega), e però pure questo contribuisce allo straordinario senso di verità del film. Con notevoli intuizioni, come l’appartamento del proletario Russell dove si svolge gran parte della narrazione posto al quattordicesimo piano di una torre di periferia e arredato solo con oggetti di seconda mano, in uno shabby-chic inconsapevole e naïf e a modo suo sublime. Senza quasi che ce ne accorgiamo veniamo trascinati nell’avvicinarsi dei due, in quello che per convenzione si chiama innamoramento, e sarà allora tremenda, per Russell e per noi spettatori, la rivelazione che Glen il giorno doppo dovrà partire per l’America – a Portland! in Oregon! – per starci qualche anno. Meglio preparare i kleenex. Riflettendo però nel frattempo su come Weekend sia non solo il resoconto fedele di un breve incontro, ma l’istantanea dell’essere omosessuali maschi qui e ora, in questo tornante della nostra contemporaneità. E riflettendo su come, oltre alla pratica del sesso e dell’amore, si giochi silenziosamente tra i due una partita di potere, perché anche qui, e ancora una volta, le differenze sociali incidono, contano, sono determinanti, stabiliscono vincitori e vinti. Weekend non è solo una meravigliosa storia d’amore, è anche, più ambiguamente e sottilmente, la storia di un’impossibile storia: quella tra il solito intellettuale stronzo e il proletario o sottoproletario inerme, assai meno provvisto di armi di difesa e offesa sociali. Che finisca subito, è forse un bene per Russell perché, avrebbero detto le vecchie zie che ben sapevano come andasse il mondo, quello lì l’avrebbe fatto soffrire. E allora alla scena della stazione, che sembra quella di Un uomo, una donna capovolta, piangiamo sì, ma pensiamo che Russell in fondo l’ha scampata. Di Weekend resta moltissimo, non ultima una rappresentazione del sesso finalmente plausibile che non è né sporcaccionesca-chic-glamourizzata tipo le sfumature di grigio né pornografica, un sesso al massimo grado del realismo che diventa la grammatica con cui Russell e Glen si comunicano, si parlano senza parlare, si conoscono, imparano a stare insieme.
Nota. C’è grande indignazione in questi giorni sui social per via che Weekend ha ottenuto dalla Commissione Nazionale Valutazione Film della Cei (Conferenza episcopale italiana) un giudizio sfavorevole: “sconsigliato, non utilizzabile, scabroso”. La distributrice Teodora fa risalire a questo verdetto l’impossibilità per il film di accedere alle sale parrocchiali o comunque riconducibili al circuito cattolico. Spiacente, ma non mi associo al coro degli indignados. Scusate, cosa si pretende? che i vescovi rinuncino a fare i vescovi e inneggino a un film con parecchio sesso tra due uomini e amplissimo uso di droghe? La Chiesa fa il suo mestiere, ha tutto il diritto di dire la sua, e non è il caso di scandalizzarsi.
Ecco parte del comunicato della casa di distribuzione: “Teodora avrebbe sperato di avere più cinema ma non è stato possibile per l’affollamento di titoli e per il giudizio negativo della Commissione Nazionale Valutazione Film della CEI (che preclude molte sale del circuito di qualità, spesso anche gestite da laici) e che ha giudicato il film come “Sconsigliato/Non utilizzabile/Scabroso” in quanto legato a due sole tematiche: droga e omosessualità. Un film che in realtà racconta una semplice storia d’amore, “un’onesta, intima, autentica storia d’amore” come la descrivono le parole del regista. Per questo motivo, invitiamo gli spettatori a vedere il film nel primo weekend: come auspichiamo tutti, una media copia alta potrà permettere una distribuzione più ampia nella seconda settimana di programmazione”.

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