(al cinema) HEIDI, la recensione. Ebbene sì, un film dignitoso

HeidiHeidi, regia di Alain Gsponer. Con Bruno Ganz, Anuk Steffen, Katharina Schttler, Jella Haase.
heidi_3_20160129_1180126402Certo, questo film tedesco è il prodotto buonista e la fabbrica di lacrime che deve essere, e però ha il merito di recuperare un qualcosa del romanzo di Johanna Spyri andato disperso nelle varie versioni cinema e tv: la descrizione della classi popolari ottocentesche, della loro miseria e di quella dei bambini. Un film-favola con dentro una qualche eco dickensiana. Voto 6
heidi_1_20160129_1833771817Naturalmente mi aspettavo il peggio da questo live action, ennesima versione della storia inventata e scritta da Johanna Spyri nel 1880. Invece. Invece, come qualche volta capita al cinema (e fuori dal cinema), mi son dovuto ricredere. A guardarlo senza pregiudizi e snobismi scemi, questo Heidi di produzione tedesca appare come un dignitosissimo prodotto per l’infanzia e per chi i bambini li accompagna al cinema. Sempre che l’infanzia d’oggigiorno, cosa di cui dubito alquanto, sia ancora in grado di apprezzare la storia non fracassona, senza panda e altre creature (dis)animate, di una pastorella sempre garrula lassù tra le Alpi svizzere (o bavaresi?) nonostante le sia occorsa ogni possibile disgrazia. Spero di sì, perché son preferibili le caprette che fanno ciao all’overdose di effetti e effettacci speciali e rombanti. Oltretutto, questa versione pulita e quasi (quasi) filologica, recupera la Heidi del testo originario togliendole parecchie sovrastrutture che le si erano incrostate addosso nel corso di tanti trattamenti cinematografici e televisivi, compreso quello con la smorfiosa Shirley Temple, Zoccoletti olandesi (e comunque onore al mitologico cartone giapponese cui diede il suo contributo pure Hayao Miyazaki). Ridico per sommi capi, e senza rivelare troppo, la pur stranota storia. Dunque, l’orfanella Heidi viene spedita dall’orrida e avida zia su su nell’alpeggio del ruvido nonno. Che sulla prime, misantropo com’è – dicono pure in paese che abbia ammazzato un tizio – non vuol sapere della nipotina, salvo poi affezionarcisi rivelando sotto i modi burberi un cuor d’oro (attenzione, è il grande Bruno Ganz, totem del cinema e del teatro tedeschi). Pur venendo dalla pianura, Heidi si trova da Dio lì, nella selvaggeria dei pascoli, divertendosi un mondo tra fiori – ah, l’edelweiss! -, prati, animali e l’amichetto pastorello Peter. Ma proprio quando l’armonia tra nonno e nipote è totale, ecco rispuntare la ziaccia che ha trovato una sistemazione – dietro adeguato compenso, la megera! – in città per la bambinella, sicché nonostante la doppia opposizione, di Heidi e del nonno, la rapisce e la porta là in una casa borghesissima e austera. Dove abita la povera Klara, condannata sulla sedia a rotelle, ed è a lei che Heidi dovrà fare da piccola dama di compagnia e un po’ da buffona e compagna di giochi. Segue molto altro, in una storia che induce in pari misura a sorrisi e lacrime. Con clamoroso ritorno di Heidi ai monti cui aveva dato l’addio. Bisogna riconoscere a autori e produttori di essere riusciti a scansare le peggio e più ruffiane melensaggini. Heidi è quello che è, mica Delitto e castigo, ma questa nuova produzione ha una sua dignità, una sua misura, un suo garbo, un suo pudore. Dev’essere, è, soprattutto una macchina produttrice di commozione e lacrime, ma riporta anche alla luce certi aspetti che c’erano in Johanna Spyri e poi son stati ignorati, la spaventosa miseria in cui vivevano le classi popolari, soprattutto contadine, l’analfabetismo diffuso, la condizione servile dei bambini, costretti in campagna a lavorare già a cinque-sei anni per dare una mano alle scassate finanze di famiglia. Bambini denutriti, maltrattati. Bambini schiavi. In Europa, un secolo e qualcosa fa. Ce ne siamo dimenticati, ammesso che ne siamo mai stati consapevoli. Rileggere Dickens, e magari pure Johanna Spyri. E un’occhiata a questo film, e portarci i bambini, sarà utile, sempre che i bambini-padroni, i bambini-tiranni di oggi cui tutto è concesso riescano a sintonizzarsi su quella condizione così lontana e opposta alla loro. Heidi è qui una ragazzetta sempre a piedi nudi anche tra le irte montagne svizzere che dorme nel fienile, si nutre di pane e latte, mentre il suo amico Peter è un tipo già indurito dalla vita, uno che lavora tutto il giorno senza poter andare a scuola. Il villaggio giù è pieno di gente che campa come può. In certi momenti senti la puzza delle stalle, e delle case miserrime in cui gli umani coabitano con le bestie (in Europa, un secolo e poco più fa): in certi momenti, perché il film naturalmente può solo suggerire la miseria ché poi devono prevalere le regole implacabili dello spettacolo e dell’edulcorazione. Sicché l’impronta realista resta sfumatissima, un accenno, poco più di un’intenzione, onde non disturbare la resa del prodotto presso il pubblico. Ma il problema non è solo il marketing, il problema è che oggi è pressoché impossibile mostrare credibilmente la miseria delle classi subalterne di fine Ottocento. Se ne è persa ogni memoria e dunque anche il know how non solo per ricostruirla e rappresentarla, ma anche solo per immaginarla. Non ci sono nemmeno più i corpi, le facce, i tratti fisiognomici per interpretare credibilmente quella povertà assoluta, per incarnarla agli occhi dello spettatore. Sicché alla fine il risultato di questo Heidi è inevitabilmente quello di un presepe con tanto di pastorellerie dove, nonostante le buone intenzioni, la falsificazione vince sull’adesione al reale.

Questa voce è stata pubblicata in al cinema, cinema, Container, recensioni e contrassegnata con , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi