(al cinema) recensione: VELOCE COME IL VENTO. Un film-prototipo per il cinema italiano?

foto-veloce-come-il-vento-6-lowVeloce come il vento, un film di Matteo Rovere. Con Stefano Accorsi, Matilda De Angelis, Paolo Graziosi, Roberta Mattei, Lorenzo Gioielli.
foto-veloce-come-il-vento-1-lowfoto-veloce-come-il-vento-8-lowUn film autoctono che prende l’action alla F&F e lo cala nella regione italiana più pazza per i motori, l’Emilia-Romagna, cavandone una storia che è nostra e insieme universale. Una storia di riscatto attraverso lo sport (nella fattispecie: le corse d’auto). Con più di un’analogia con The Fighter di David O. Russell. Ottima la parte adrenalinica, qualche sbandata di troppo invece in quella family-drama. Stefano Accorsi fantastico come fratello tossico (la sua meglio interpretazione?). E Matilda De Angelis è una rivelazione. Voto 7
foto-veloce-come-il-vento-5-lowIncredibile. Un film italiano che ce la fa a essere popolare, e perfino in linea con i gusti di certo pubblico giovane-giovane e testosteronico, senza essere becero. Che flirta con certi generi oggi internazionalmente vincenti e però trova una via autoctona, originale, in cui quei modelli stranieri di riferimento vengono sì usati, ma rimodulati e riconfigurati secondo una sensibilità e un’antropologia tutte nostre. Ci si aspettava all’anteprima stampa il solito film italiano, e in quel solito c’è la disillusione maturata dopo infinite cose mediocri o orrende, ed è stata invece una bella sorpresa. Un film action-adrenalico di corse d’auto tiratissime con gran stridor di freni e gomme qui, da noi, nel nostro cinema? Ebbene sì, e non è un triste Fast & Furious de’ noantri malamente copiato con pochi mezzi e ancor meno idee, è qualcosa di dignitosissimo e originale che affonda nella passione tutta nazionale per i motori rombanti. Anzi, più che nazionale si dovrebbe dire macroregionale, di quell’area che comprende l’Emilia, la Romagna e le immediate vicinanze (come l’alto pesarese, da dove viene Valentino Rossi). La terra di Enzo Ferrari e dei circuiti di Imola e di Misano, della Ducati e della Lamborghini. Pazzi per tutto quello che va su ruote e fa rumore. Ma come mai nessuno ci ha pensato prima di pescare da quell’enorme serbatoio di passioni e storie e sfide un qualcosa di bello per il cinema? Lo fa adesso Matteo Rovere con Veloce come il vento, perfetto titolo italo-popolare, e il risultato è, benché non eccezionale e con qualche scompenso e sbilanciamento (un pit-stop di controllo in più non avrebbe guastato), davvero buono. Echi dal cinema americano, e mica solo dall’action isterico e ipercinetico alla F&F, ma anche di quelle success story in cui gli umiliati e offesi dalla vita, gli ultimi e gli ultimissimi, ce la fanno a uscire dal fango e salire qualche gradino della scala sociale grazie allo sport. Che sia il pugilato, il baseball, il football americano o europeo. O che sia l’automobilismo di varie formule. In Veloce come il vento ecco una ragazzina assai mascula d’aspetto, una tomboy di molta grinta e con le palle, che cerca di sollevarsi dalla sua disgraziatissima sorte correndo e correndo, unica donna tra gli uomini a competere nel campionato GT, sotto la guida del padre-mentore-trainer. Ci ha i numeri, la Giulia De Martino, ci ha la grinta, ma ancora fatica a tirarsi fuori dal mucchio e primeggiare. Come dicono i gazzettieri sportivi, ha ampi margini di miglioramento: sempre che riesca a migliorare e che qualcuno l’aiuti a farlo. Fino a quando il padre un giorno cade infartuato sulla pista, e la ragazzina si ritrova sola. In pista, ma pure in casa, con fratellino a carico, e nell’officina meccanica di famiglia. La madre è scomparsa da una vita, ci sarebbe un fratello maggiore, Loris, però persosi da anni e anni nelle droghe, tossico pessimamente dipendente da quelle robe di merda che si iniettano, si sniffano, si fumano in cristalli. Ma il fratello, sentendo odore di eredità, ritorna accompagnato dalla poveracrista tossica quanto lui che gli sta insieme, pretende la sua parte, almeno di abitare in casa. Figurarsi la tosta Giulia, ormai calata nel ruolo di capofamiglia e maschio alfa, che non vuole avere quell’impiastro tra le scatole. Si dovrà però rassegnare ad averlo in casa quando si renderà conto che solo la presenza di Loris consentirà a lei, ancora minorenne, di tenersi il fratellino, che altrimenti verrebbe subito prelevato dal tribunale e spedito in qualche istituto o famiglia affidataria. Intanto c’è anche che la diciassettenne Giulia deve affrontare una montagna di debiti, rischiando di perdere pure la casa che il babbo aveva dato in pegno a un losco figuro in cambio di soldi per poter mantenere in corsa la figlia. L’unica chance è vincere e vincere. È a questo punto che il rovinato Loris – che non è sempre stato il relitto che vediamo, che prima di farsi uncinare dell’eroina era stato un pilota di leggendario talento – si offre di fare lui da trainer alla sorellina, lui che per la velocità e i motori ha sempre avuto una sensibilità quasi sciamanica. L’alleanza, per quanto tra molte perplessità di Giulia, e tra molti guai procurati dal sempre tossico Loris, è fatta, e resiste. Il resto non lo si può raccontare, ovvio. Nel suo mescolare la narrazione dello sport come chance di riscatto e il family-drama con fratello eroinico in veste di trainer Veloce come il vento somiglia molto, moltissimo al notevole e sottovalutato (in Italia) The Fighter di David O. Russell, con Stefano Accorsi a fare quello che là era Christian Bale e l’esordiente Matilda De Angelis al posto (insomma) di Mark Wahlberg. Lo si direbbe addirittura un ricalco, se non fosse che il film di  Matteo Rovere (prodotto da Domenico Procacci) si ispira a una storia vera, di quelle che si racontano a bordo pista, nei box, nelle autofficine, nei ritrovi degli appassionati di motori, dei folli del rombo su due o quattro ruote. Il paradosso, ma neanche tanto a ben guardare, è che il film migliora quanto più si discosta dai fatti accaduti da cui ha preso ispirazione, quando si muove in una dimensione autonoma, puramente cinematografica – quella delle corse, delle sfide in pista, dei sorpassi, degli incidenti sfiorati ecc. ecc., quella adrenalinica e survolatata alla Fast & Furious – più che in quella strettamente realista-cronachistica. Ci si appassiona a una pericolosissima gara clandestina sulle strade del materano, con avversari che son tremendi ceffi slavi con la faccia da macellai, al servizio di boss ancora più spaventevoli e delle loro femmine bionde e spietate. Ci si annoia e si sbuffa invece quando si insiste troppo sulle beghe di famiglia tra Loris e Giulia, e sul sottomondo dei tossici persi, insomma quando Veloce come il vento rischia pericolosamente di sgonfiarsi e derubricarsi a film qualsiasi di indignata denuncia dell’emarginazione e esclusione sociale. Ma il prototipo messo a punto da Matteo Rovere, perché davvero questo film può essere un modello replicabile per il nostro cinema così abbisognoso di storie popolari ben raccontate e messe in scena in un linguaggio cinematografico non provinciale, ce la fa a stare bellamente in pista nonostante le sue sbandate miserabiliste. Tutta la parte finale in famiglia è davvero terribile nella sua ansia di ammorbidire, accomodare e rassicurare, come se si volesse rimediare a quanto di troppo aspro s’era mostrato fino a quel momento. Ma il resto c’è, e funziona molto, molto bene. L’esordiente Matilda De Angelis è una rivelazione. Ma il film se lo prende Stefano Accorsi, che il suo tossico Loris se lo incorpora in un’operazione impressionante di mimesi, anche fisiognomica, che davvero ricorda quella di Christian Bale in The Fighter. Magro, uno spettro ambulante, i denti marci, il capello lungo e unto, sembra uscito dai peggiori incubi eroinici degli anni Settanta-primi Ottanta. Un’interpretazione che convincerà anche quelli che Accorsi-non-sa-recitare. Se il film ha il sapore di verità che ha, e si tiene lontano dalla tremenda estetica del carino che ammorba tanto cinema italiano, il merito è anche suo, della sua performance così corporale e sporca. Ottima partecipazione di Paolo Graziosi, qui senza il minimo birignao teatrale, perfettamente affondato negli umori di quella Emilia – o è Romagna? – pazza per i motori, per tutto quello che va su ruote e fa rumore (cit. da una trasmissione di auto e moto di una tv locale della Lombardia).foto-veloce-come-il-vento-9-low

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2 risposte a (al cinema) recensione: VELOCE COME IL VENTO. Un film-prototipo per il cinema italiano?

  1. Luigi ferrauto scrive:

    Visto …concordo!

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