Recensione: LUI È TORNATO, al cinema il 26, 27 e 28 aprile. Un revenant di nome Hitler: un film da non perdere

01_CABRIOTmasucci_riemann_2022Lui è tornato, un film di David Wnendt. Con Oliver Masucci, Fabian Busch, Christoph Maria Herbst, Katja Riemann. Tratto dal libro di Timur Vermes edito in Italia da Bompiani. Al cinema il 26-27 e 28 aprile 2016. Distribuzione Nexo Digital. La lista delle sale sul sito Nexo.
03_EDA_Fabian_Busch_Oliver_Masucci_0037Lui è Adolf Hitler che, non si sa come, si ritrova catapultato nella Berlino di oggi. Segue una commedia nera dai molti paradossi, con un Führer che diventa popolarissimo come star della tv. Piacciono le sue opinioni aliene piace la sua assertività, piacciono i suoi modi spicci. Si ride, però amarissimamente. Salvo il finale didascalico e politicamente ultracorretto, questo film tedesco è assai buono: una sorpresa, e merita la visione. Voto 7+
07_EDAOFFshots_2052Meglio di quanto mi aspettassi. Vale davvero la pena vederlo, questo Lui è tornato, dove lui sta per Adolf Hitler. Una commedia nera acuta, brillante, cattiva fino alla devastazione delle nostre certezze, una commedia che non ha mica paura di darci dentro e di affondare la lama della critica nella coscienza intorpidita della Germania di oggi, e non solo della Germania. Magari un po’ troppo a tesi, troppo costruita e programmata per allarmare e additare a noi tutti i possibili nuovi pericoli e i nuovi spettri autoritari in agguato appena girato l’angolo. Con un finale più da predichetta politicamente corretta, asfissiantemente corretta, che in linea con il tono cinico, perfido e beffardo della narrazione fino a quel momento. Tant’è che nel corso del film ti pare di intravedere dietro la macchina da presa il fantasma di Billy Wilder. Il quale peraltro a Berlino, location principale di Lui è tornato, ci aveva lavorato a lungo prima di involarsi fortunatamente, per lui e per noi, per Hollywood. A nuocere al film è se mai, oltre all’eccesso di dimostratività, una certa teutonica pignoleria, una mancanza di leggerezza (questa poco wilderiana), un andamento lineare e ordinato un filo televisivo (della vecchia e nuova televisione, neoserialità compresa). Ma son limiti che, se impediscono al film di diventare qualcosa di memorabile e di elevarsi oltre l’ottimo prodotto, non ne pregiudicano l’interesse. Si assiste allarmati e divertiti a questa parabola che, per l’ardire di giocare sul filo del paradosso, ha in certi passaggi un che del primo e migliore Sacha Baron Cohen. No, per carità, non l’ultimo del devastante Grimsby. In un angolo di un parchetto berlinese si materializza non si sa come – per via di una qualche frattura nello spazio-tempo? – Adolf Hitler, il Führer, il padre-padrone del Terzo Reich. Non è che sulle prime provochi chissà quali sconvolgimenti e shock, visto che quasi nessuno si accorge di lui, e solo un edicolante se lo prende a carico rifocillandolo e ripulendolo e ospitandolo, credendolo un matto. Certo ci si diverte a vedere l’uomo venuto dal bunker di Berlino affacciarsi al mondo tedesco di oggi, e quando resta sgomento e indignato di fronte alla televisione inondata di programmi di pentole e fornelli e spignattamenti, ahinoi ci troviamo d’accordo con lui (sì, lo so, è imbarazzante essere d’accordo con Hitler, per quanto su una quisquilia: ma ci si può consolare all’idea che si tratti di un fake). Insomma, il film lo usa nella sua prima parte come in tanti modelli narrativi visti e replicati, con l’alieno venuto da chissà dove, o lo straniero, catapultati in un mondo a loro sconosciuto, e stiamo a vedere l’effetto che gli fa. Solo che stavolta lui è il Führer, e dunque mica disposto a tollerare e transigere, e se mai più portato a incazzarsi invocando la restaurazione di una Germania dura e pura non rammollita da simili vizi di massa. Certo che quando lo vediamo dichiararsi d’accordo con i Verdi sulla difesa dell’ambiente (mica per niente il nazismo mitizzava il sacro suolo tedesco), capiamo definitivamente che non è la solita commedia piaciona, che tra i bersagli non ci sono solo le mai estinte pulsioni e tentazioni autoritarie di certa Germania, ma anche le mitologie neopagane che sotto l’ombrello dell’ideologia ecologista e ambientalista si sono propagate in ambienti insospettabili tracciando un invisibile asse con simili mitologie del Terzo Reich. Finisce che, inevitabilmente, Hitler venga adocchiato da un giornalista che lo piazza nella tv per cui lavoro. Diventerà una star con le sue opinioni tranchant e il suo sguardo alieno sui riti del vivere postmoderno. Tutti lo credono un impersonator, anche se lui continua a dirsi il vero Hitler. Una delle idee vincenti del film è che Hitler resti pienamente se stesso, razzista, guerrafondaio, un politico criminale e folle posseduto dai suoi demoni. Solo che, anziché allrmare e suscitare rigetto, diventa immensamente popolare, adorato dal popolo tedesco ora trasmutatosi in un popolo di spettatori e videodipoendenti. Il regista usa il suo pritagonista come cartina di tornasole, come reagente per portare a galla e condensare, materializzare il rimosso di un paese, riuscendoci in pieno. Le parti migliori, e le più allarmanti, son quando il regista David Wnendt, scostandosi dal libro da cui ha preso origine, porta il suo Hitler in mezzo alla gente di Germania, a Berlino ma anche in borghi piccoli e remoti dove albergo la più profonda germanitudine, e documentaristicamente riprende le reazioni della gggente. I turisti si fanno i selfie con lui vicino alla porta di Brandeburgo, ma qualcuno, là nella Deutschland profonda, grida “ricostruisci i lager!”, e allora vengono i brividi. E però quando lui si trova in mezzo a certi militanti del partite neonazi non è mica così contento, non gli sembrano all’altezza. Certo, i più lo credono un attore, ma l’affinità profonda che si ristabilisce tra lui, i suoi proclami e i suoi deliri, e le viscere della nazione lascia sgomenti. Fin quando il film resta sul piano della commedia perfida e devastante che non guarda in faccia nessuno e tira sciabolate a destra come a sinistra, funziona magnificamente. Lui è tornato perde quota quando dal paradossa passa al monito esplicito e politicamente ultracorretto, adombrando un possibile ritorno dell’hitlerismo sull’onda della paranoia antistranieri. Troppo facile, per un film che fino a quel momento aveva avuto il coraggio di tenersi lontano dalle semplificazioni e di andare a colpire anche dove non ti aspetti (esempio: HItler perde la sua popolarità non quando esterna in tv le sue più criminali opinioni, ma quando vien mostrato un video in cui uccide a pistolettate un cane: oggi secondo la sensibilità collettiva il più turpe dei crimini). Ma va bene lo stesso. Lui è tornato è un’ottima occasione per andare oltre le nostre pigre opinioni e i nostri obsoleti schemi mentali con cui giudichiamo il mondo e quella cosa chiamata politica. Adolf Hitler non era un mostro venuto da una qualche galassia, interpretava e intercettava e dava corpo a molti oscuri fantasmi dell’inconscio colletivo. Esprimeva una nazione, o almeno una sua parte consistente, non  era un accidente della storia. Si potrebbe ripetere. I peggio fantasmi stan sempre acquattati dentro di noi, in attesa che qualche cattivo sciamano li evochi e li tiri fuori.

 

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