Un film da vedere stasera in tv: GLI EQUILIBRISTI (mart. 26 apr. 2016, tv in chiaro)

Gli equilibristi, Rai Movie, ore 23,05.
orig_c_52_film_1224_immaginetopGli equilibristi, regia di Ivano De Matteo. Con Valerio Mastandrea e Barbora Bobulova.
Un onesto film (fin troppo didascalico e dimostrativo) sul problema dei padri separati a rischio povertà. Giulio entra in crisi con la moglie, se ne va di casa, e da lì è tutto un precipitare. Valerio Mastandrea dolente e indimenticabile. Qua e là, perfino qualche eco di Umberto D. di De Sica. Voto 6+
(recensione scritta il 29 agosto 2012 dopo la presentazione del film al festival di Venezia)
Peccato che questo film sia stato preceduto sullo stesso tema qualche mese fa da Posti in piedi in Paradiso di Carlo Verdone, che di padri separati afflitti da molti e immaginabili problemi, massimamente economici, ce ne prsentava tre, e in chiave sì di commedia, ma con parecchie coloriture drammatiche. Questo Gli equilibristi è più duro, ma sconta pesantemente il fatto di arrivare dopo, e di affrontare il tema del separato a rischio miseria sì con onestà, ma anche con una certa rigidità didascalica che lo rende assai prevedibile. Ormai, anche per via di inchieste giornalistiche plurime e ripetute, associazioni di categoria, sommovimenti e sensibilizzizazioni della pubblica opinione, quella del padre che se ne va di casa e che, sommerso da spese cui non riesce più a far front,e finisce alla mensa Caritas o a dormire in macchina, ci è diventata una figura sociale per così dire familiare, conosciuta. Le stori si assomigliano e seguono un canovaccio comune. Lui entra in crisi coniugale o perde il lavoro, o entrambe le cose, se ne va lasciando la casa a moglie e figli,  si ritrova letteralmente sulla strada. Anche uno stipendio normale non basta a garantire un alloggio (sappiamo quanto possa costare un monolocale in affitto in una grande o media città italiana), i soldi alla moglie e ai figli bisogna pur continuare a passarli, ed ecco che subito si va in rosso, e si rischia il barbonismo, l’esistenza da homeless, la pubblica assistenza quando va bene. Ora, io non so quanto questa figura sia stata dilatata e perfino mitologizzata dalle inchieste giornalistiche, che non sempre sono così affidabili, e quanto invece corrisponda a una seria emergenza sociale (ci vorrebbero dati Istat in merito, o Censis, insomma ci vorrebbero ricerche condotte con ferrea metodologia). Questo film prende per buona la vulgata e ci presenta la parabola esemplarissima di Giulio, quasi cinquant’anni, romano, lavoro impiegatizio in un qualche ufficio comunale, una moglie bella e severa, due figli. Poi ci scappa la storia con la collega bbona, la moglie legge i messaggini ed è rottura, crisi, “sì, è meglio che me ne vada via”. Da lì comincia il precipizio, il calvario, la via crucis. Ospite di un amico con madre paranoica e badante filippino protervo, poi giù giù, sempre più giù in pensioncine infime con padrone spietate e brutali spalleggiate da malavitosi serbi. Le spese per Giulio aumentano, c’è l’apparecchio ai denti del figlio, il viaggio a Barcellona della figlia, il mutuo, la macchina da sistemare. Un gorgo. Il nostro si inguaia sempre più con gentaglia da paura, e non ha il coraggio di dir nulla a moglie e figli, cui per orgoglio racconta menzogne su menzogne.Si finisce in un Natale da straziare il cuore. Film tosto, abbastanza pudico e misurato, con qualche sentimentalismo di troppo ma senza essere ricattatorio, con un Mastandrea dolente e perfetto che ti si imprime nel cervello e si consustanzia nel suo personaggio, bravo davvero nello smarrimento progressivo, nella perdita di sè, nel precipitare nell’abulia, nella catatonia, nello sperdimento fisico e psichico. Il limite di questo buon film è il suo didascalicismo, la sua dimostratività, il rispecchiare e seguire un percorso drammaturgico già segnato all’inizio e prevedibile in ogni suo passaggio narrativo, in ogni suo girone infernale. Ma Ivano Di Matteo sa cogliere bene quest’Italia confusa e smarrita che viviamo, il rinchiudersi degli orizzonti, la mancanza di prospettive, il gelo della crisi, il terrore di ripiombare nella miseria. Questo precipitare di Giulio mi ha fatto venire alla mente in certi momenti l’Umberto D. di De Sica, cui per certi versi si apparenta. Non so se per questa Italia sia un complimento.

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