al cinema. Recensione: BANAT – IL VIAGGIO di Adriano Valerio. Opera prima dallo stile forte e dalla narrazione debole

Banat_actors1Banat – Il viaggio, un film di Adriano Valerio. Con Edorardo Gabbriellini, Elena Radonicich, Piera Degli Esposti, Stefan Velniciuc, Ovanes Torosyan.
JcXSqzKB5H4CL5XJhnEI3FZX-F8WViuSv_1kB6Rv0j4iOwSCp3suMrWdXBFKUk-2-7TsuxwICAcHWr57Hm0T4IFilm italiani indipendenti crescono (e sarebbe il caso di starci dietro con meno pigrizia). Come questo primo lungometraggio di Adriano Valerio, italiano abitante in Francia e già vincitore con un corto a Cannes. Film dove si racconto di un giovane agronomo che lascia Bari per andarsene a lavorare in una remota e spettrale regione rumena. Non succede molto, anzi quasi niente. Come in molto cinema giovane, la narrazione è rarefatta fino all’anoressia. Ma c’è uno stile riconoscibile, sicuro, c’è la capacità di comunicarci il senso di spaesamento e della liqufazione delle radici. Troppo poco o può bastare? No che non basta, ma aspettiamo fiduciosi il prossimo film di Valerio. Voto 6 e mezzo
maxresdefaultSe ricordo bene, Adriano Valerio fu l’unico italiano a salire sul palco del Grand Théatre Lumière nella serata dei premi di Cannes 2013. Tutti a chiedersi straniti in sala stampa, me compreso: Valerio chi? E perché mai lo premiano? Ebbene, si prese una menzione dalla giuria presieduta da Jane Campion per il suo cortometraggio 37°4S girato a, e su, Tristan de Cunha, una di quegli arcipelaghi dispersi in un qualche punto lontano lontano dell’Atlantico. E però il corto risultava ufficialmente francese (vedi alla pagina di Cannes), mica italiano, per via della produzione di lì, della Francia dove Adriano Valerio vive e lavora. Che, partendo dal suo caso, sarebbe il caso di parlare di diaspora dei talenti italiani giovani, e un po’ più che giovani, del nostro cinema. Perché oltre a Valerio se ricordo bene vive in Francia anche il friulano Alessandro Comodin, tra poco alla Semaine de la critique con I tempi felici verranno presto (esempio di un cinema radicale che non so quanto piacerà ai nostri critici, sempre che lo vadano a vedere) e già vincitore a Locarno-Cineasti del presente con L’estate di Giacomo. E, a quanto mi risulta, sta e opera a Berlino Matteo Zoppis, vincitore allo scorso Torino Film Festival della sezione documentario italiano con Il Solengo, e pure nella capitale tedesca ormai polo d’attrazione per i nostri venti-trentenni è andato a stabilirsi Luca Marinelli, fresco David di Donatello come migliore attore non protagonista (per Lo chiamavano Jeeg Robot). Segno che le frontiere son sempre più porose e che, banalmente, si va dove trovi lavoro e i film riesci a farli. Ufficialmente italiano è però il primo lungometraggio di Adriano Valerio, questo Banat-Il viaggio presentato lo scorso settembre a Venezia alla Settimana della critica e uscito in qualche (qualche) sala poche settimane fa: io a Milano l’ho intercettato al Beltrade. Film nomade, di viaggio, esilio, spaesamento. Fors’anche apolide e sradicato. E film di paesaggi che ti sovrastano e ingoiano (come, immagino, fosse anche il corto vincitore a Cannes che non ho visto). Che verrebbe facile tracciare una qualche connessione tra i lavori di Adriano Valerio e la sua vita di italiano oltre l’Italia e fuori, ma temo sarebbe una forzatura. Di Banat si è parlato e scritto pigramente – quando intorno a un film si cristallizza un cliché ecco che, grazie al copiaincollismo malattia endemica della rete, vien replicato all’infinito in recensioni e commenti assestandosi come verità indiscutibile – come di un film sull’emigrazione intellettuale oggi, la cosiddetta, e orrendamente detta, fuga di cervelli, visto che il protagonista Ivo, un agronomo sui trenta e qualcosa, lascia l’Italia dove non trova un impiego per andarsene in Romania, nella regione del Banato, dove un posto invece gliel’hanno offerto (ma in che modo? Il film non ce lo dice). Ah signora mia, se fino all’altroieri eran solo i rumeni a scappare qui, adesso c’è anche chi costretto dalla crisi economica nostra fa il viaggio contrario. Se poi il film lo vai a vedere, ti rendi conto invece che il tragitto Bari-Banato (o Banat*) del giovane uomo Ivo è più un pretesto per la messa in scena per immagini e suggestioni d’ambiente di Adriano Valerio che un vero binario narrativo. In Banat il racconto latita clamorosamente, (non) procedendo per silenzi, non detti, allusioni, ellissi, volute omissioni, come in moltissimo giovane cinema da festival in cui fatichiamo a intravedere il tessuto connettivo. Film anoressico che mostra, e mostra benissimo con grande eleganza, senza riuscire mai a renderci interessanti i suoi personaggi e le loro vaghe trame esistenziali, e i loro tormenti e dilemmi. Valerio traduce in lingua contemporanea la lontana lezione di Antonioni, piazza la macchina da presa perlopiù frontalmente, immergendo cose e figure all’interno di paesaggi che sembrano il suo vero oggetto d’attenzione (e per diluire ancora di più le figure adotta il grande schermo). Con scarsi movimenti di macchina, perlopiù lentissimi e con carrellate orizzontali destra-sinistra o sinistra-destra. Quel Banat rumeno seminvernale, plumbeo, quei frutteti spettrali e sterili, quei villaggi desolati da Balcani periferici e di confine, quella livida distesa d’acqua (un lago?), rubano la scena e si impongono come il vero fulcro del film. Come faceva Antonioni trsformando i personaggi in arredi paesaggistici (vedi il finale dell’Eclisse). Lo stesso nella prima parte che si svolge a Bari, ma forse più per il supporto dell’Apulia Film Commission che per reale necessità drammaturgica (potremmo essere in un qualsiasi altro punto d’Italia, anzi del pianeta, e il film non cambierebbe di senso). Da una Bari anonima e astratta a un Banat altrettanto astratto e quasi metafisico, tant’è che si potrebbe scambiare il luogo di partenza di Ivo con quello del suo arrivo, e quasi non ce ne accorgeremmo. Alla faccia del cliché fuga-di-cervelli di cui sopra. Certo, Valerio cerca di convincerci dell’irrinunciabilità di Bari nella sua economia drammaturgica aprendo Banat con i vecchi filmati di una mitica nevicata e di un maradonesco gol di un giovane Cassano, cuore di Bari vecchia, icona assoluta della città. Ma, con quel che si vede di lì a poco, lo si direbbe quasi un depistaggio. Perché si entra poi in una cornice di anonimato, in una Bari depurata di ogni riconoscibilità e ogni specifico con Ivo che sta facendo le valigie in vista della trasferta nel Banat rumeno. Ed ecco arrivare l’inquilina subentrante, bella e bionda ragazza che vedremo poi improbabilmente al lavoro in un cantiere (sta calatafando, mi pare, una barca. Ma si dirà così? Scusate, sono uno di terra, anzi padano, o per dirla con il libro di Mirko Volpi, da Oceano padano). Si chiama Clara, e pur nella rarefazione impressa alla storia da Adriano Valerio, capiamo che un qualcosa tra lei e Ivo succederà. Non sto a dirvi più di tanto, se non che Ivo dopo un partiam partiam senza molta convinzione e rimandando continuamente ora con un pretesto ora con l’altro (e par di stare nei Due Foscari di Verdi dove tutti devono andarsene e stan sempre lì e non si muovono mai: copyright Alberto Arbasino) finalmente lascia Bari. Lo ritroviamo tra le nebbie di un frutteto transilvanico con un padrone, un brav’uomo che s’è inimicato certo foschi poteri locali e sta pagando caro pagando tutto, ed è sull’orlo del fallimento. Ci saranno parecchi problemi, ci sarà un sabotaggio tramite incendio, ci sarà che Clara, perso il lavoro, raggiungerà Ivo. Finiranno a letto, finalmente. E lui non farà una piaga quando lei rivelerà di essere incinta del suo ex, e che diamine, siamo in un film postmoderno e post-tutto, dopotutto, mica faremo i veteroitaliani rosi dalla gelosia. Purtroppo mai, in nessun momento, riusciamo a coinvolgerci nei destini dei due, più oppressi da un immotivato e inestinguibile spleen che da autentici e concretissimi problemi (neanche la disoccupazione di entrambi sembra esserlo). Il meglio sta nella sensazione di spaesamento, di liquefazione di ogni radice e vincolo e appartenenza che Banat ci comunica. Uno spaesamento che sembra essere diventato tratto antropologico di una generazione ormai, profondo, ineliminabile. E Valerio azzecca parecchie cose belle. Come la casa-tana del ragazzo rumeno che lavora con Ivo, e che passa il tempo a proiettare sulla parete vecchi film e video musicali anni Ottanta. Compresa l’ultracamp Se t’amo t’amo di Rosanna Fratello (lyrics by Malgioglio!) doppiata in lypsinc e ballata da Clara. Un pezzo dance che riuscì a piazzarsi nelle classifiche tedesche e da lì dilagò nei Balcani e nell’Est Europa. Una scena finalmente sfrenata, un piccolo guilty pleasure incastonato in un film di massimo rigore e austerità, e tanto più divertente quanto più inaspettata. Edoardo Gabbriellini è molto giusto, molto in parte, e asseconda bene l’approccio rigoroso e asettico del regista. Elena Radonicich è quasi una rivelazione, bella e brava davvero, pur senza smancerie. Incredibilmente credibile la lunga scena d’amore.
*(Banato (in rumeno e tedesco: Banat; in serbo: Банат o Banat; in ungherese: Bánság o Bánát) è una regione storico-geografica dell’Europa Centrale, oggi divisa politicamente tra la Serbia, la Romania e l’Ungheria. Capitale storica del Banato è la città di Timișoara (ungh. Temesvár): da Wikipedia).

 

Questa voce è stata pubblicata in al cinema, cinema, Container, film, recensioni e contrassegnata con , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi