Cannes 2016. CAFÉ SOCIETY di Woody Allen (recensione). Ricco, sontuoso, ma storia evanescente e personaggi fragili

6a23614dc3df31a1593cd04742e2457bCafé Society, un film di Woody Allen. Con Jesse Eisenberg, Kristen Stewart, Steve Carell, Parker Posey, Blake Lively, Jeannie Berlin, Ken Scott, Corey Stoll. Film di apertura di Cannes 69, fuori concorso.

Woody Allen e VIttorio Storaro sul set

Woody Allen e VIttorio Storaro sul set

I 30 milioni di dollari messsi a disposizione di Woody Allen da Amazon si vedono tutti: fastosa ricostruzione d’epoca (gli anni Trenta tra Hollywood e New York), meravigliosi costumi e scenografie, perfino scene di insieme inconsuete per il suo autore. Forse il film più sontuoso di Woody Allen, con una fotografia di Vittorio Storare semplicemente da Oscar. Allen tenta l’affresco d’epoca, ma si arena in troppi cliché, e i personaggi son troppo fragili per reggere un disegno tanto ambizioso. Il meglio sta nel ritratto dell’ebraismo americano: se il film si fosse focalizzato su quello sarebbe stato grandissimo. Ottimi Jesse Eisenberg e Kristen Stewart. Potrebbe diventare un successo al box office. Voto 6 meno
cffc1b397a3df2e10247198e9f10b6b9Pare che Amazon per questo suo primo film con Woody Allen abbia stanziato 30 milioni di dollari, esattamente il doppio del budget standard cui l’autore di Midnight in Paris era abituato. E bisogna dire che il raddoppio di mezzi lo si vede tutto in questo film sontuosissimo e di una ricchezza visiva, di ambienti, e di scene d’insieme come poche volte s’è vista in WA (confrontare, please, con Moonlight Magic ambientato come Café Society entre deux guerres per rendersi conto della differenza). Amazon lascia il suo segno fortissimo, e lo lascia anche di più Vittorio Storaro che ritorna dopo anni di volontario ritiro (cosa ci siamo persi!) e si reinstalla al rango che gli compete, facendo suo Café Society con una fotografia luminosa e nitida, e con quei colori caldi che sono il suo marchio di fabbrica. Da parte sua Woody osa molto di più rispetto ai suoi film recenti, pensa e realizza in grande e ci prova a tracciare un affresco diciamo pure storico, a restituire un’epoca, a inserire le sue figure e figurine in una narrazione dal respiro amplissimo che passa dalla Hollywood anni Trenta, la Hollywood al suo zenith, alla New York pre-guerra dei club fumosi e peccaminosi con jazz e swing e frequentazioni high class, e però la mafia dietro a far da manovratore. Splendente stagione di bellezza, belle donne, bella musica, bei vestiti, e ville meravigliose, e di una gioia di vivere sposata al glamour, dove anche la cafonaggine e l’energia proletaria e sottoproletaria diventano spezia necessaria ad arricchire il piatto, e la tavolozza. E dietro, e sotto, a costituirsi come nerbo vero del racconto, l’ebraismo yiddish-americano anni Trenta, compresso da pregiudizi ancora assai radicati e diffusi ma deciso a costitursi come parte attiva e riconosciutà dell’americanità, e diviso tra legalitarismo e laboriosità da una parte e frange illegali mafiose dall’altra. Molta roba, tanta, che Woody Allen governa con sicurezza, ma che finisce con lo schiacciare i personaggi, o renderli non interessanti, tutt’alpiù comparse e pure funzioni della Grande Storia. Nessuno di loro, a parte forse la Vonnie di Kristen Stewart, ce la fanno a elevarsi e distinguersi nella tela che l’artigiano WA tesse, connette e riconnette. Che poi si fa clamorosament evidente in Café Society quel che è sempre stato un limite in Woody Allen, spesso mascherato da smaglianti sceneggiature e prodigiose battute. Vale a dire una certa pigrizia, un certo adagiarsi nei cliché. Pensate a Midnight in Paris con quei personaggi come ritagliati da un corretto saggio di storia dell’arte del Novecento, o da una ricostruzione degli Americans in Paris, con tutta la prevedibilità e il déjà-vu del caso. Con un Hemingway, tanto per dirne uno, tale e quale la sua leggenda e il suo stereotipo. Lo stesso in Café Society, con la sua Hollywood anni Trenta che ruota intorno a Phil, potentissimo agente-impresario, modellata esattamente come te l’aspetti e come te l’han sempre raccontata, senza una sorpresa o la minima reinvenzione. Sciupio vistoso di nomi di star (nel compulsivo namedropping woodyalleniano ci sono quasi tutti, da Bette Davis a Irene Dunne a Billy Wilder ecc. ecc.). E le maestose mansion di Beverly Hills, messinscena architettonica e simbolo dello status e del potere di un divo. E i party bordopiscina. Come han fatto anche i Coen in Ave Cesare! con maggiore consapevolezza. Quando poi l’azione si risposta da Los Angles a New York si entra in modalità café society manhattaniana con club, cantanti, gangster in guanti bianchi ma dalle mani sporche, stupende eleganze maschili e femminili. E l’aristocrazia del denaro cortocircuitata con la feccia. Ma, direbbero le zie, la storia di questo film qual è? La storia latita alquanto, tant’è vero che, non decollando mai, non si arriva nemmeno a un finale vero. Semplicemente vien calato il sipario in forma di titoli di coda, et c’est fini. Comunque, ecco cosa nel frattempo è successo (senza fare spoiler): il ragazzo Bobby Dorfman lascia la sua famiglia jewish manhattaniana per raggiungere a Los Angeles lo zio Billy impresario dei divi del cinema. Vorrebbe fare lo sceneggiatore, si ritroverà a fare prima il galoppino dello zio, poi il lettore di sceneggiature altrui. Intanto ha modo di innamorarsi della segretaria dello zio, Vonnie (una meravigliosa Kristen Stewart che riesce a dare peso e sostanza e profondità malinconica a un personaggio che di suo non ne avrebbe). Solo che (attenzione: minispoiler) lei è anche l’amante da un anno di zio Phil: lei lo festeggia regalandogli una lettera d’amore scritta da Rodolfo Valentino. La ragazza dovrà scegliere tra i due uomini, e sceglierà. Se vi dico che Bobby torna a Manhattan capirete anche chi abbia scelto. Riapprodato a casa prende in mano la gestione di un club del fratello gangster Ben, e ne fa il locale da-non-perdere in città. Non succede molto di più, e comunque sarà il caso che lo scopriate da soli. Woody Allen avrebbe potuto à la Truffaut puntare con maggior convinzione sulla storia così umanamante contraddittoria e confusa tra Bobby e Vonnie che si lasciano continuando ad amarsi e si ritrovano senza sapere cosa fare delle loro vite, ma non lo fa, sicché questo asse narrativo così potenzialmente ricco resta perlopiù inespresso. Il motore segreto del film, e di gran lunga la sua parte migliore, sta nella ricostruzione attraverso un microcosmo familiare dell’ebraismo americano degli anni Trenta, con ancora addosso i segni e i ricordi dell’emigrazione dall’Est Europa funestata dai pogrom. Mamma Rose – la strepitosissima Jeannie Berlin, che da sola vale il biglietto – è una classica Yiddische mame, pugno di ferro, perno della famiglia, e un realismo e un pragmatismo che le consentono di superare ogni avversità. Una matriarca cui nulla sfugge  che tiene ancora d’occhio i suoi tre figlioli, Bobby andato e tornato da Los Angeles, Ben a capo di un impero gangsteristico costruito con ferocia, e la figlia sposata  a un intellettuale marxista. Un mondo che Woody Allen conosce bene e sa restituita al meglio, come nessuno, e che resta il nucleo irradiante del film. Con memorabili battute: “Se l’ebraismo promettesse come il cristianesimo la vita eterna avrebbe molti più clienti”. Con intelligenza abbondantemente sparsa (“La vita è una commedia scritta da un sadico”). Il film si lascia vedere volentieri per la sua ora e mezza e qualcosa di più di magnifiche scene magnificamente fotografate. Ma non ce la fa a issarsi a grande film. Jesse Eisenberg si conferma uno dei milgiori attor giovani in circolazione dopo la performance di Batman v Superman, Kristen Stewart insieme a Jeannie Berlin è il lato migliore del film, Blake Lively è di una bellezza sofisticata da diva di una volta. Tutti son bravissimi e nessuno è fuori posto: ovvio, siamo in un film di Woody Allen. Et c’est tout.

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