Cannes 2016. Recensione: LOVING di Jeff Nichols. Da palmarès

5a298e4c4f500cd90cff5012393f37efLoving, un film di Jeff Nichols. Con Joel Edgerton, Ruth Negga, Michael Shannon.
9f8d8bcd6948cd65247826beea96732bAnni Cinquanta. Richard e Mildred si amano, ma lui è bianco, lei nera, e in Virginia sono un reato i matrimoni inter-razziali. La loro storia diventerà una questione cruciale, un caso che cambierà l’America. Ma il regista Jeff Nichols riuncia a tutti i cliché e i toni predicatori del film militante, privilegiando la vita privata dei suoi due protagonisti, i loro dubbi, le perplessità di fronte a qualcosa che rischia di travolgerli. Volutamente depotenziato, ed è forse il motivo per cui a Cannes non è molto piaciuto. Ma io, che detesto lo sventolio di bandiere, l’ho molto amato. Voto tra il 7 e l’8
815756997d2b7be1227db900e9982a6dÈ proprio il Cannes in cui mi trovo spesso non sintonizzato sulle recensioni della critica internazionale e anche sul comune sentire. È successo anche con questo Loving che ha raccolto in proiezione stampa stenti applausi e zero entusiasmi, e poi commenti malmostosi. A me è parso invece un film importante, uno dei migliori del concorso e uno dei più seri candidati alla vittoria. E probabilmente mi è piaciuto per gli stessi motivi per cui a molti è dispiaciuto, il suo tono volutamente basso e sommesso, il pudore, la sobrietà. Raccontando di una questione cruciale che ha segnato tra anni Cinquanta e primi Sessanta la lotta per i diritti in America degli afroamericani, Loving ribalta e rifiuta radicalmente il modello narrativo finora adottato per simili ricostruzioni storiche (si pensa al pur buono Selma). Jeff Nichols, giovane ma già autore di film magnifici come Take Shelter e Mud, si concentra sui suoi personaggi, sulla loro dimensione privatissima, rispettandone la consistenza umana, anche le debolezze, senza farne degli eroi di una lotta più grande, senza trasformarli in figure e figuranti di un gigantesco affresco. Qui non si urla, non si gridano slogan, non si fanno proclami, non si imbastisce un’epica liberazionista su una vicenda che resta quella di una coppia finita al centro della Storia quasi senza volerlo, semplicemente per poter vivere la propria vita. Meraviglioso understatement, lontano da ogni modo e cliché del cinema militante che piega gli uomini e le donne al Grande Disegno, alla Grande Causa e ne fa sole stampelle, i supporti di un messaggio universale. Virginia, Stati Uniti profondo Sud, anni Cinquanta. Il carpentiere Richard Loving e Mildred si vogliono bene, lei resta incinta, decidono di sposarsi. Ma lui è bianco, lei è nera, e in Virginia il matrimonio inter-razziale è un reato (ed è incredibile, a pensarci oggi, mica si tratta di secoli fa, solo qualche decennio). Per aggirare l’ostacolo si sposano in forma privatissima a Washington DC e vanno ad abitare insieme, senza dar troppo nell’occhio, nella loro città d’origine. Ma vengono scoperti, arrestati. Per non subire un processo su consiglio del loro avvocato patteggiano: dovranno andarsene dalla Virginia, e se ci rimetteranno piede saranno messi subito in galera. Richard e Mildred vanno a vivere da alcuni parenti a Washington, metteranno al mondo tre figli, e mentre un quarto è in arrivo l’epopea dei diritti degli afroamericani innescata da Martin Luther King sfiora, tocca la loro vita. Mildred si rende conto che qualcosa sta cambiando, può finalmente cambiare. Scriverà al ministro della giustizia Robert Kennedy, un’associazione per i diritti civili li contatterà e si occuperà di loro, dando inizio a una lunga e tortuosa causa che avrà il suo gran finale davanti alla Corte Suprema. Altri autori avrebbero cavato da simili fatti un film fiammeggiante, esteriore, gonfio di retorica e politicamente correttissimo, tramutando i Loving in eroi. Invece Loving sceglie la strada assai più difficile di sintonizzarsi sulla quotidianità, di collocarsi quasi alla Ozu al livello stesso dei suoi due personaggi principali. I Loving, soprattutto l’introverso e rude e di poche parole e molti silenzi Richard, non vogliono cambiare il mondo, vogliono solo avere una vita possibile, e decente. Jeff Nichols con enorme sensibilità registra i dubbi, le perplessità, i tormenti della coppia, e la scarsa voglia di esporsi, di diventare casi emblematici, la paura di essere usati e di perdere se stessi. Concederanno qualche intervista, ma solo perché Mildred si rende conto di quanto sia fondamentale il supporto dei media, riuscendo a trascinare davanti ai giornalisti il riluttante marito. Che si rifiuterà però di presenziare nel momento clou, al dibattimento davanti alla Corte Suprema. Un film depotenziato, volutamente senza clamori e senza climax, senza marce e manifestazioni, senza slogan. Che a molti qui a Cannes è sembrato povero, anoressico, troppo low profile. Io l’ho amato proprio per questo. Sommessamente, Jeff Nichols riscrive codici, regole del cinema civile, butta a mare gli intenti pedagogici del cinema di deuncia, in un film-svolta che resterà e che col passare del tempo acquisterà statura e importanza. Spero che entri nei radar della giuria e gli diano qualcosa di importante. Magari il premio di migliore attore a Joel Edgerton, per come riesce a definire il suo personaggio di maschio introverso, leale, dalla rabbia trattenuta. Nella parte di un legale compare anche l’attore feticcio di Nichols, il grande Michael Shannon.

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