Cannes 2016. Recensione: MA’ ROSA di Brillante Mendoza. Mamma Roma a Manila

Ma’ Rosa, un film di Brillante Mendoza. Con Jaclyn Jose, Julio Diaz, Baron Geisler, Jomari Angeles. Filippine. Concorso.
2bc75714dd780af47a42326726cd1191Brillante Mendoza ritorna a raccontare in cinema il lumpenproletariato di Manila, la miseria, il degrado. Partendo da una donna arrestata dalla polizia insieme al marito per spaccio. Per tornare liberi, dovranno versare alla polizia corrotta parecchi soldi. E allora tutto sarà lecito per portarsi a casa la somma necessaria. Un film in cui senti l’odore della miseria e dello sfacelo. Voto 7+

Spaccio di droghe di vario tipo, ma soprattutto di quella che tutti là nei vicoli sordidi di Manila chiamano semplicemente cristallo. Poliziotti marci e brutali. Ragazzini che si prostituiscono a timidi impiegati. Infamate alla polizia inguaiando vicini di casa per salvare la pelle. La peggio umanità e disumanità della megalopoli filippina in questo film di Brillante Mendoza che, dopo il non memorabile docu sul tifone nelle Filippine presentato qui l’anno scorso a Un certain regard (e dopo il cinema antropologico di Thy Womb visto un tre anni fa a Venezia), torna a raccontare come già nel suo capolavoro Serbis il degrado, la miseria (sì, anche morale), l’azzeramento di quel che venivan detti i valori. Nella città-giungla dove tutto può accadere, e dove pietà l’è morta. Siamo tra i pasolinismi di Mamma Roma però riadattati al lumpenproletariat asiatico d’oggigiorno e il noiraccio urbano. Piove sempre, in questa Manila, una pioggia sporca che invade le strade a serpente, e ci sguazzano i bambini semibiotti, le donne con i sacchi della spesa, i lestofanti di ogni suburra, di ogni casbah, di ogni slum. Con una macchina da presa mobile che segue personaggi maggiori e collaterali nel loro incessante movimento di formiche umane tese a sopravvivere o a schiacciare gli altri per migliorare la propria posizione nella catena alimentar-sociale. Puro darwinismo fatto cinema. Ognuno pensa a sé, alla propria sopravvivenza, in questa storia con al centro Ma’ Rosa, due figli maschi e una figlia, un marito di nome Nestor debole, fanigottone e dal cervello spappolato dalle droghe. Ma’ Rosa, che nel suo baracchino bordo-strada finge di vendere abitucci e ciarpame vario e invece piazza droga. Tutto un urlare e litigarsi tra vicini e parenti serpenti come in un film italoromano degli anni Cinquanta, ma con parecchia disperazion e disfacimento in più, e con tutte le merci del consumo globale a troneggiare possenti, nuovi idoli di una nuova fede. Succede che arrivano dei poliziotti a portare via Ma’ Rosa e Nestor. Per lo spaccio, ovvio. Neanche li portano al posto di polizia ufficiale, no, in un antro fuori da ogni controllo dove la squadraccia può fare il bello e il cattivo tempo. Un lurido appartamento in cui gli agenti corrotti convivono con lacché vari, servi, informatori. Un pezzo di inferno, ecco. Ai due arrestati viene chiesta una cifra enorme per poter essere liberati, spacciata per cauzione, ma che cauzione è se manco un magistrato appare all’orizzonte? Non potendo pagare, saranno costretti a fare il nome del loro fornitore, in modo che anche a lui si possa estorcere denaro, anzi di più. Ma neanche questo basterà, e i tre figli di Rosa e Nestor dovranno pensarci loro a tirar su, e in poche ore, i soldi che mancano. Come? Trovateli e basta, ordina la madre-matriarca. Il film tiene benissimo, pur nell’apparente destrutturazione del racconto, che invece c’è, e perfettamente funzionante, in grado di tenerci avvinti fino all’ultima scena. Senti l’odore di marcio, di merda, di piscio, di chiuso, l’odore della miseria e della ferocia. Il dubbio è che, più che una denuncia, Ma’ Rosa sia l’approdo al manierismo compiaciuto e all’autoreplica di Brillante Mendoza. Ci si alza dalla poltrona allarmati e con lo stomaco rivoltato. Come diceva una mia vecchia amica: siamo stati fortunati a nascere dalla parte gusta del mondo, e ci lamentiamo pure.

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