Cannes 2016. Recensione: ELLE, il grande ritorno di Paul Verhoeven (con una Huppert immensa)

8abeae73cded62ea5ffc9a48e0805d66735fdbe935aec8baf3dfe45c868200a7Elle, un film di Paul Verhoeven. Con Isabelle Huppert, Anne Consigny, Charles Berling, Laurent Lafitte, Christian Berkel, Virginie Efira. In concorso.

Paul Verhoeven con Isabelle Huppert

Paul Verhoeven con Isabelle Huppert

Si può costruire una commedia nera, cinica e beffarda intorno a una donna ripetutamente stuprata da un aggressore bardato come Diabolik? Se ti chiami Paul Verhoeven e hai girato Basic Instinct e RoboCop, sì, puoi farlo. Il grande olandese ritorna al cinema, e lo fa nei migliore dei modi. Due ore in cui ci si diverte parecchio, nonostante, o forse proprio grazie a, il teatro della crudeltà approntato dal regista con la complicità di una strepitosa Isabelle Huppert. Voto 7 e mezzo
e582277a095daf428f3bf82b905b482eMassimo rispetto per Paul Verhoeven, classe 1938, che torna, a dieci anni dal suo bellissimo Black Book, con il primo film della sua carriera girato in francese, ed è un gran risultato. Il film di un maestro che non si può discutere. Non c’è mai un cedimento in Elle, c’è invece una voglia inesasuta di fare cinema e di farlo bene, al più alto grado possibile. Che lezione, signori. Di autori così oggi non se ne fan più. Intendo: così cinici, così lucidamente consapevoli del male e di quella povera cosa chiamata uomo. Così disincantati, così dandysticamente freddi e distaccati. Ma ve lo imaginate un millennial alle prese con una storia come questa, con un personaggio al limite del demoniaco (e che non è un horror, ma è vita) come la Michèle interpretata da Isabelle Huppert? Una storia nera e perversa piena di ambiguità e ombre, con un che di buñueliano, di piccoli sordidi segreti borghesi nascosti sotto il tappeto e di pulsioni così potenti da scardinare ogni freno morale e ogni controllo razionale. C’è la violenza, c’è il sangue, c’è il mostruoso, c’è quel senso tutto fiammingo del sordido che sono elementi squisitamente à la Verhoeven, mescolati e reimpastati in chiave di thriller-noir, ma soprattutto, e inaspettatamente, di black comedy. Con una protagonista ripetutamente stuprata da un uomo mascherato che penetra in casa sua e la aggredisce, eppure tutto il racconto è mantenuto sul tono della commedia cinica, e a pochi altri autori una simile acrobatica impresa oggi sarebbe possibile. Tratto da un noir di Philippe Djian, sul quale però lo sceneggiatore David Birke mi sembra sia intervenuto parecchio, specie nello svoltare in comedy il racconto. Dunque: Michèle LeBlanc è un’imprenditrice stronzissima, la boss di una factory di ragazzi e ragazzini che per lei creano videogames di successo. Videogames che lei vuole duri, tosti, sanguinolenti, sporcaccioneschi, perversi. Sex & violence. Come quello che tra molte discussioni stanno mettendo a punto, con un mostro tentacolare che violenta una ragazza. Dura e temprata, Michèle. Separata dal marito che la tradiva, amante del marito della sua migliore amica nonché sua collaboratrice in azienda. Quel che vuole se lo prende, Michèle. La nemesi è suo figlio, un ragazzone buono e buono a nulla che s’è messo con una stronzetta da cui sta per avere un figlio. Ecco, in questo scenario di benessere irrompe l’imprevisto, ed è un’irruzione vera, con vetri infranti, allorché un misterioso aggressore bardato come Fantomas o Diabolik entra in casa di Michèle e la stupra. Non fa una piega, la tosta signora. Mica vorrete che si mette a piagnucolare per uno stupro? Lei che comanda col pugno di ferro quella banda di ragazzi che la odiano compatti, tranne uno. Lei che si ritrova con una madre ultraottantenne che s’è messa in casa un gigolo. Lei che sa che la vita è quella che è, e gli uomini (e le donne) pure peggio. Tornerà, l’aggressore, e lei cercherà di scoprirne l’identità, conducendo una sua privatissima indagine. Perché anche Michèle non ne vuole saper della polizia, esattamente coma la protagonista aggredita del film di Asghar Farhadi Forushande. Però, verhoevenianamente, perversamente, Michèle è anche attratta dal suo violentatore. Intanto si incapriccia del vicino, sposato a una proba ragazza cattolica, spiandolo col binocolo e masturbandosi (mentre lui porta in giardino le statue del presepe!). E sembra una replica di certi indimenticabili momenti di La pianista di Haneke. Solo l’algida Huppert può reggere una parte del genere, in mano a un’altra attrice il film si sbriciolerebbe. Elle è lei, costruito su e intorno a lei. Non fa una piega, mai, neanche quando deve raccontare la sua infanzia di figlia di un serial killer di bambini. Quando si ritroverà davanti e addosso, il suo aggressore riuscirà a strappargli la maschera, e allora le cose prenderanno una piega imprevista e pure assai pericolosa, ma volete che Michèle soccombe? Momenti fantastici, come quando cerca di convincere il tonto rampollo che il figlio avuto dalla stronzetta mica è suo, mica può esserlo, vista la pelle così scura e africaneggiante. Si ride e si resta ammirati dal consapevole teatro della crudeltà approntato da Paul Verhoeven con la complicità totale di Isabelle Huppert. Alla quale dovrebbe essere dato subito il premio di migliore attrice, e invece vincerà Sonia Braga di Aquarius, grazie a un ruolo assai più piacione del suo. Occhio a Laurent Lafitte, il vicino bòno e concupito: è anche il presentatore della serata finale di questo Cannes 69. Da noi sconosciuto, in Francia è una star.

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