Cannes 2016. Recensione. THE LAST FACE di Sean Penn. Imbarazzante

dfe9f081e04f6aa66656162f3cca0b74The Last Face, un film di Sean Penn. Con Charlize Theron, Javier Bardem, Jean Reno, Adèle Exarchopoulos. Usa. In concorso.
64333f98bdd53e5dc62ae15ee9ba80e0Il peggiore del concorso. Un’orrida mistura di amore e guerre d’Africa, quelle atroci dei machete, dei kalashnikov e dei bambini-soldato. Un medico e una medichessa di un’organizzazione umanitaria si innamorano mentre intorno ne succedono di ogni. Imbarazzante, con pericolosi slittameti verso la pornografia della violenza. Un pessimo regalo di Sean Penn a Charlize Theron. Voto 3
cb9879bc5771cefd44c42d3df6591603Adoro la parte del contrarian, infrangere conformismi e pensiero unico, dunque mi piacerebbe assai scrivere un elogio di questo The Last Face, fischiato in sala e poi maltrattato dalla  critica mondiale, senza eccezioni. Ma proprio non posso. Il film fa davvero schifo, senza rimedio. Che Sean Penn non fosse un regista lo si era capito, nonostante che cose come Into the Wild avessero depistato qualcuno. Adesso questo The Last Face certifica la sua mediocrità, se non peggio, di autore. Un’orrenda misura, che ci vuole lo stomaco forte a metterla insieme, composta di umanitarismo pop e rock, di pornografia del dolore spacciata per engagement, più un amore tutto bianco (e biondo dalla parte di lei) vissuto in mezzo a neri sofferenti d’Africa di cui non ci può importare di meno (dell’amore, intendo). Tutto un lasciarsi e ritrovarsi e scopare sotto le tende mentre là fuori imperversano le squadracce della morte di ogni fazione etnica e politica e i corpi vengono squarciati, fatti a pezzi, in una violenza tribale e – concedetemelo, anche se non sarà politicamente corretto – primitiva da far accapponare la pelle. Con una macchina da presa che indulge pericolosamente su smembrati, uccisi, violentati, tagliati, anche se non raggiunge il voyeurismo atroce e compiaciuto del peggior film sul tema delle guerre d’Africa anni Duemila che si sia mai fatto, il bestiale, equivoco, malato Beasts of No Nation visto purtroppo in concorso a Venezia. Qui l’incoscienza di Penn sta soprattutto nel non rendersi conto come non si possano e non si debbano mescolare i ti-amo-poi-ti-odio-poi-ti-odio-poi-ti-amo di due tizi, per quanto medici umanitari, alle catastrofi umanitarie, ma quelle vere. Dio santo, ci dev’essere un senso del limite e della misura, e qui non c’è. Che The Last Face sembra il giro-safari di due turisti belli, bianchi e lei pure biondissima essendo Charlize Theron (lui è Javier Bardem) stavolta non in un qualsiasi Kruger Park ma tra le guerre. Si rimpiangono il dichiarato e a suo modo onesto cinismo da vecchio uomo bianco di Gualtiero Jacopetti e il suo (meraviglioso, altroché) Africa addio, sempre meglio di questa pappa molliccia di buoni sentimenti e affettati solidarismi che nasconde solo l’eterno voyeurismo occidentale, quello sguardo sulle altre culture sempre gonfio di pregiudizi che Edward Said chiamava orientalismo. The Last Face è come quelle festone charity con balli e glamour e celebrities dalle facce afflitte e tanti soldi e tante carte di credito tirate fuori dalle borse Balenciaga e Vuitton per lavarsi la coscienza e, già che si siamo, anche per fare il bucato simbolico a qualche bell’abituccio couture costosissimo. Non voglio fare del moralismo, detesto il moralismo, ma quei charity e questi film ti tiran fuori dalla grazia di Dio. Charlize Theron, sempre bellissima (io l’adoro), quale Wren Petersen eredita l’impero morale del papà se ho ben capito sudafricano, fondatore di un’organizzazione chiamata Medici del mondo, insomma un simil Medici senza frontiere. E dunque eccola a Ginevra all’Onu a concionare e sensibilizzare (siamo nei prima anni Duemila), ed eccola sul campo. Prima vediamo povera gente attendata assalita da uomini venuti dalla savana, o dal deserto, ed è strage: siamo in Darfur, il Sudan più infelice, teatro in quegli anni di una tragedia per cui poco si mossero le organizazioni internazionali e un po’ di più qualche celebrity. Poi il quadro si sposta in Liberia durante la guerra civile del 2003. Wren Petersen lascia la gestione organizzativa di Medici del mondo e si butta letteralmente sul campo a medicare, operare, suturare. E tra una tragedia e l’altra ecco scoppiare l’amore con il feminizer Miguel, medico assai dedito alla sua missione ma anche alle donne, pare che non gliene scappi una. Ovvio che con Wren sarà amore speciale, almeno così assicura lui. Ma la catastrofe si avvicina, bisogna mettersi in marcia, i medici come gli africani da loro assititi, verso la Sierra Leone, e sarà una marcia punteggiata da imoprevisti e varie atrocità. Con il culmine della squadraccia di ragazzini soldati con la testa spappolata dalle droghe e ormai malati di violenza, e capitanati da una ragazza feroce, ultima incarnazione dell’immaginario cinematografico delle perfide regine della giungla. Spesso si capisce poco giacché Sean Penn, per enfatizzare la drammaticità, ricorre a un montaggo frenetico e survoltato bruciando parecchi passaggi narrativi necessari. Javier Bardem nella sua peggiore interpretazione, sempre con l’occhio acchiappante anche in mezzo alle budella dei feriti e dei morti (la scena più atroce è un cadavere sventrato con l’intestino steso come filo stendibiancheria, o come una ghirlanda). Come già nei resoconti (e anche nei film) sul genocidio Tutsi in Rwanda, come già nelle molte e atroci cronache delle guerre tribali di Liberia, Sierra Leone, Darfur, Repubblica del Congo, si resta esterrefatti non solo dalla violenza, ma dalla sua barbarica qualità. Non è vero che tutti i massacri e i genocidi sono uguali, ognuno ha il suo marchio distintivo. Da quello gelido e tecnologico della Shoah a quello marx-ecologista-contadino di Pol Pot. In questi c’è quella cupa africanità composta di culti animistici, di ferocia tribale, e come arma simbolo il terribile machete a tagliare testa, a spaccarle in due come meloni, a cavare occhi, a strappare arti. Come in un sabba di sacrifici rituali in cui il corpo del nemico è volutamente disumanizzato, sistematicamente violato. E non mi si dica che è la cattiva eredità del colonialismo, che è tutta colpa dellOccidente, che è colpa nostra, che siamo noi a fornire le armi alle guerre tribali. Non voltiamo gli occhi, in quegli orrori c’è un segno autoctono, originale, non importato. Ecco, almeno questo l’orrendo The Last Face serve a ricordacelo. La povera Adèle Exarchopoulos (ricordate La vie d’Adèle?) sacrificatissima in una particina di un paio di scene, lo stesso Jean Reno.

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