recensione: TOM À LA FERME, un film di Xavier Dolan. Al cinema. (Attenzione, è il miglior Dolan di sempre)

146218Tom à la ferme (Tom at the Farm – Tom alla fattoria), regia di Xavier Dolan. Con Xavier Dolan, Pierre-Yves Cardinal, Lise Roy, Evelyne Brochu. Canada 2013. Al cinema dal 7 luglio 2016. Distribuito da Movies Inspired.100746Tom 1
Sull’onda dell’ormai dilagante culto dolaniano, vien recuperato seppure con un ritardo di tre anni questo notevole film del wunderkind canadese. Tom lascia Montréal per andare in campagna al funerale del fidanzato Guillaume morto in un incidente. Si ritroverà in una fattoria a casa di Dio con una madre che non sapeva dell’omosessualità del figlio e che schianterebbe se lo sapesse, e con un fratello violento che lo costringerà a non rivelare la sua storia con Guillaume. Tom precipita in un gorgo di finzione, in un gioco di maschere che si rivelerà molto, molto pericoloso. Un thriller che è anche un mélo gay alla vecchissima maniera. Relazioni pericolose e ambigue, e partite claustrofobiche al massacro stile Polanski anni Sessanta e Il servo di Losey. Magnifico. Voto 8
162625Continuano i corsi di recupero della distribuzione italiana in materia Xavier Dolan. Il quale dopo Mommy, si sa, è diventato autore conclamato e premiatissimo, e vezzeggiato pure da coloro che non s’erano mai accorti come già da anni e anni il ragazzo girasse film formidabili. Così ecco uscire dal freezer, subito dopo Laurence Anyways arrivato in sala l’altra settimana, anche questo Tom à la ferme presentato in concorso a Venezia 2013 senza che la giuria presieduta da Bernardo Bertolucci lo degnasse della minima attenzione: neanche un premio minore, e il Leone d’oro sciaguratamente assegnato invece a Sacro GRA di Gianfranco Rosi. Che occasione buttata via, signori della giuria e signori tutti della mostra del cinema. Venezia aveva la chance di consacrare il ventenne del Québec e l’ha malamente sprecata, lasciando che fosse Cannes di lì a qualche mese con Mommy a lanciare definitivamente Dolan e fregiarsi dell’impresa. A riprova di come sulla Croisette siano infinitamente più astuti che al Lido, abilissimi nel fiutare il caso e farne una bomba mediatica con benefiche ricadute sulla propria immagine (e di autogol veneziani si potrebbe stilare solo negli ultimi anni un lungo elenco, dalla sottovalutazione di Shame al mancato Leone a quel capolavorissimo che è The Master ai fischi in sala a Terrence Malick). Il guaio è che Tom à la ferme era piaciuto solo ai critici ragazzini, e alle critiche (critichesse?) ragazzine le quali, si sa, son lo zoccolo durissimo dei dolaniani, e molto meno ai recensori che ai festival italiani ancora stabiliscono lo standard valutativo di un film. E ricordo in sala stampa alla cerimonia di premiazione la delusione dei ventenni che almeno un qualcosa per il loro coetaneo di Montréal se l’aspettavano.
Al netto del deludente suo ultimo film Juste la fin du monde visto a Cannes e dei suoi ormai evidenti vezzi e manierismi, Xavier Dolan resta di sicuro un autore vero, intendo uno che persegue una sua idea di cinema, che gira e filma per agguantare e materializzare i propri fantasmi e le proprie idee e visioni, prima che per compiacere il pubblico. E benché gay dichiarato, non fa per sua e nostra fortuna del cinema omosessuale militante, come dimostra chiarissimamente proprio Tom à la ferme dove tende assai più al melodramma pre-liberazione gay, a certi Tennessee Williams anni Cinquanta dove gli omo-innamoramenti, gli amori, il sesso, lo stordimento si accompagnavano a cupe atmosfere repressive, a foschi intrecci.Tom à la ferme Dolan lo ha preso da un play che molto l’aveva colpito a teatro, come disse in conf. stampa veneziana, e che lui ha riscritto piegandolo a sé. Una storia di crudeltà, una mattanza psicologica in un luogo sperduto, in un clima opprimente, cattivo, minaccioso, claustrofobico. Qualcosa che mi ha ricordato certo Roman Polanski anni Sessanta, da Il coltello nell’acqua a Cul-de-sac, con l’impossibilità o l’incapacità di sfuggire a un pericolo che si sta man mano materializzando, ma al quale non vuoi o non puoi sottrarti. Strano per un ventenne, perché sono atmosfere, è un cinema, caduti del tutto in disuso e lontani dalla sensibilità delle nuove generazioni. Non solo Xavier Dolan (madre canadese e padre egiziano) sa raccontare, e suggerire, benissimo, sa anche costruire immagini e sequenze che trasmutano anche il minimo gesto  di massima banalità (vedi la parte iniziale con l’arrivo di Tom alla fattoria, vedi come trova la chiave e la usa per entrare nella casa disabitata) in pura esperienza filmica. Il suo è un cinema per niente naïf, per niente giovane, se per giovane si intende immediatismo, uso smodato di camera a mano e altri vizi indie. Cinema riflessivo invece, costruito, dunque in decisa controtendenza rispetto a quanto si vede oggi sullo schermo (e nei vari festival). Con anche una vena camp (l’uso delle canzoni pop) che resta comunque sempre sotto controllo, assai lontana nonostante certe similitudini di superficie dagli almodovarismi. Stavolta, oltre che regista, Dolan è anche l’attore protagonista, e con la sua faccia da ragazzino è perfetto quale Tom, giovane pubblicitario di Montréal che raggiunge fuori città la fattoria della famiglia del suo fidanzato, Guillaume, appena morto in un incidente stradale. L’indomani c’è il funerale, e lui non può non esserci. Conosce Agathe, la madre, apprende che Guillaume aveva anche un fratello, Francis, di cui non gli aveva mai parlato, ed è un indizio che da quelle parti c’è qualcosa che non funziona. La notte Tom si ritrova con un uomo che lo sveglia e gli tappa la bocca, è Francis che lo minaccia, gli intima di non dire alla madre della sua relazione con Guillaume, di fingere con lei che il figlio fosse eterosessuale e avesse una fidanzata. Ha modi rudi e convincenti, Francis, e l’indomani Tom reciterà. Reciterà alla grande. Dirà ad Agathe che Guillaume stava con una collega di nome Sara, si inventerà perfino quel che Sara gli ha detto di lui, ed è scena di meravigliosa ambiguità in cui Tom usando Sara come schermo e paravento in realtà rivela se stesso. Ecco, siamo in climi antichi, ancora con una madre che schianterebbe nel sapere di un figlio omosessuale, e della necessità di mentire e nascondere, e fa un certo effetto in tempi come questi di matrimoni gay e omogenitorialità e quant’altro e madri che sfilano nei gay pride orgogliose dei figli gay. Ma è questa inattualità a rendere così fragrante e interessante Tom à la ferme, infinitamente di più di tanti filmucci carucci e politicamente correttissimi sul tema. Intanto alla fattoria il gioco della finzione si fa sempre più pesante. Francis si rivela un violento, costringe con le maniere fortissime Tom a restare, a continuare quella commedia che rende meno infelice sua madre Agathe e le allevia l’insopportabile lutto per la perdita del figlio. Tutto si complica maledettamente, tutto si fa sempre più ambiguo. Francis manipola Tom, gli fa capire di essere gay e di voler fare l’amore con lui, Tom è neanche tanto oscuramente attratto da lui e dalla sua carica violenta. Quando tenta di scappare viene inseguito e pestato. Francis lo costringe a lavorare in stalla, con le mucche, i maiali. Tom ci sta. Una relazione in cui la vittima accetta e ama il suo carnefice, se ne vorrebbe liberare ma non ce la fa, come in Il servo di Joseph Losey scritto da Harold Pinter. Dolan attore è bravissimo nel mostrarci il progressivo cadere e arrendersi di Tom a Francis, la sua incapacità alla ribellione, l’attrazione per lui e le sue maniere forti. Per molto continuerà la partita delle maschere e degli inganni, fino allo scioglimento finale. Un film che tiene con il fiato sospeso fino all’ultima scena, un noir che grazie a dio svicola dall’ovvio e dall’ideologicamente corretto e ci pone di fronte alla complessità, alle contraddizioni, ai paradossi del desiderio, ai suoi tragitti mai lineari. Tom resta schiavizzato alla fattoria nell’oscura speranza di poter diventare l’amante di Francis, e per riuscirci rischia, letteralmente, la vita. Non perdetevelo. A conti fatti questo è, insieme a Laurence Anyways, il Dolan più compiuto e convincente di sempre.

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