recensione: THE ZERO THEOREM, un film di Terry Gilliam. Grandi visioni ma troppe parole. Al cinema

193816Zero-5-700x466The Zero Theorem (Teorema Zero), regia di Terry Gilliam. Con Christoph Waltz, Mélanie Thierry, Matt Damon, David Thewlis, Lucas Hedges, Ben Whishaw, Tilda Swinton. Al cinema da giovedì 7 luglio 2016.Zero 2
Tra i cinesaldi di fine stagione ecco anche l’ultimo Terry Gilliam, visto (tra gli sbadigli) a Venezia giusto tre anni fa. Un genio del computer smanetta e lavora intorno a un progetto chiamato Teorema Zero, e intanto incombe la fine di tutto, lo zero assoluto, il vuoto, il niente. Grandi discorsi di cui non si afferra granché, e intorno un universo visionario in perfetto Gilliam-style, in un futuro già decrepito e pericolante. Le immagini di questo ritorno del regista di Brazil e Paura e delirio a Las Vegas sono grandiose, ma perché inquinarle con un fiume di parole insostenibili? Voto 5Zero 4
Saldi saldi saldi. A fine stagione si riesumano film di ieri e anche dell’altro ieri rimasti ad ammuffire in qualche deposito e tirati fuori adesso in sale lasciate libere dalle produzioni di richiamo. Il che va benissimo intendiamoci, meglio d’estate che mai. Stavolta tocca all’ultimo lavoro conosciuto di Terry Gilliam, presentato giusto tre anni fa (tre!) in concorso a Venezia e visto allora tra molti sbadigli. Eppure ci si aspettava parecchio da questo ritorno al cinema dell’irregolare TG, ritorno oltretutto con il sacro sigillo della mostra di Venezia. Sarà meno incontinente del solito, si pensava, meno autoriferito, The Zero Theorem avrà una costruzione narrativa di una qualche solidità, un capo e una coda. Macché. Gilliam è Gilliam, quello è, prendere o lasciare. Di quegli autori che si fanno amare e detestare, tertium non datur, Io son più della tendenza seconda, che volete farci, son più portato al cinema del rigore, dell’austerità e della sottrazione (anche se non sono un fondamentalista-cinecalvinista) che a quello del barocco e della baracconaggine che con la scusa della visionarietà esagera, accumula, ingombra la scena, la satura di segni: e anche di sogni. La vita e il cinema come sogno e incubo secondo la remota lezione surrealista. Gilliam appartiene in pieno a questa categoria, come peraltro il francese Jeunet, e io non li reggo. Stamattina prima della proiezione di The Zero Theorem mi son fatto un po’ di autocondizionamento e ci sono andato senza pregiudizi e piuttosto bendisposto e voglioso di apprezzare. Bene, non ci sono riuscito. Sul genio di Gilliam nel creare immagini, macchine visionarie celibi e autoiriferite, non si discute. Quella metropoli che vediamo all’inizio, un coacervo di futurismi tecnologici e smandrappature e degradi calcutteschi, c’ha il suo sinistro, luridissimo fascino. Lo stesso l’antro in cui abita il protagonista, un signore molto capace in smanettamenti tecno-computeristici, che è una ex chiesa semincendiata ridotta a loftone-stamberga polverosa e sozza, con santi e madonne alle pareti, e cristincroce però senza testa e al suo posto un occhio-telecamera di non ho capito quale Grande Fratello Controllore (spero non sia una cattiva metafora della Chiesa come controllore delle coscienze, spero vivamente di no). Lui, per incarico di non ho capito quale company, lavora da casa (è come quei pochi fortunati che ci hanno un contratto di telelavoro) attorno a un progetto chiamato Zero Theorem, un teorema che, una volta dimostrato, riduce il mondo, anzi la realtà al niente. Sempre che anche qui abbia capito bene. Poi lui mentre smanetta per risolvere ‘sto teorema resta in attesa di una chiamata telefonica in cui gli dovrebbe essere rivelato il senso della vita, chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo. Poi arriva una ragazza che forse è uno strumento di non ho capito chi però forse è davvero innamorata di lui, e lui, stupido, manco se la fila. Si discetta molto intorno a cose che non ho afferrato, finché il teorema viene dimostrato. Ora, non sono così beghina da pretendere da un film una storia a tutti i costi, mi stan bene (ogni tanto) anche quelli scatenati e sfrenati e fuori di testa. Ma allora, please, andiamo sulle immagini pure, senza menarcela troppo con parole e parole e parole sul nulla, anzi sullo zero (o forse sul tutto) come in questo caso. Certo, Gilliam riesce ancora una volta a ricreare quei suoi mondi di domani che sembran però già decrepiti, un futuro capovolto in passato remoto, mondi mai scintillanti, sempre rugginosi e difettosi, sempre sul punto di autodistruggersi, dissolversi irreparabilmente. Bello, ma perché inquinare queste visioni con un fiume di discorsi improbabili e un filosofeggiare compulsivo da vecchio prof di vecchio liceo di provincia? Gran cast: da Gilliam accorrono sempre nomi di prima fascia, è come per Woody Allen. Il protagonista è il bioscarizzato tarantiniano Christoph Waltz, in versione calva. Matt Damon è il Boss (ah, quelle sue giacche uguali alla tappezzeria: fantastiche), Tilda Swinton è una strizzacervelli virtuale ed è quasi irriconoscibile. Più la francese Mélanie Thierry (A perfect day), il glorioso David Thewlis e l’ormai dilagante Ben Whishaw (in quanti film l’abbiamo visto ultimamente?).
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