Locarno Festival 2016. Recensioni: Un juif pour l’exemple; The girl with all the gifts; Slava (Glory)

Film visti mercoledì 3 agosto, tutti in proiezione stampa

Un juif pour l’exemple di Jacob Berger. Con Bruno Ganz, André Wilms. Svizzera 2016. Fuori concorso. Voto 6+
OC903811_P3001_218718Un Holocaust-movie con qualche scostamento rispetto al canone. Anche, una discreta sorpresa rispetto alle aspettative, che eran quelle di un film nobile ma anche assai prevedibile e incapsulato nella convenzione. Invece Un juif pour l’exemple indaga qualcosa di non così raccontato e conosciuto, un episodio laterale eppure agghiacciante della distruzione degli ebrei d’Europa, come l’ha chiamata Raul Hillberg, nel corso dei primi anni quaranta del secolo breve e disgraziatissimo. Perché siamo in Svizzera, paese che restò fuori dalla guerra e dalle mire espansionistiche naziste, nel quale la persecuzione antigiudaica non ebbe luogo e che anzi fu per molti ebrei rifugio (finché ‘la barca’ fu dichiarata piena, come titolò un famoso film anni Settanta, e si chiusero le frontiere agli ebrei che cercavano riparo). In una piccola città della Svizzera francofona alcuni balordi, lumpenproletari in cerca di rivalsa o semplicemente in balia delle loro pulsioni peggiori, mettono su una cellula nazista che invioca l’arrivo di Hitler e dei suoi anche nel loro neutrale paese. Pensano sia solo questione di tempo, e anche loro sarano annessi al Reich. Sotto la guida di un esaltato garagista violento e sadico, il gruppo decide che in occasione dell’imminente compleanno di Adolf gli si deve fare iìun regalo: uccidere un giudeo locale quale monito ed esempio. Il film, secondo la lezione del cinema della minaccia di Haneke, monta un crescendo angoscioso, registra fedelmente la paranoica caccia a un capro espiatorio, mostra i molti sintomi del male al lavoro ma che nessuno coglie o vuole vedere. Finché accadrà l’irreparabile, e la vittima designata pagherà. Istruttivo su come si possano innescare certe deviazioni psichiche collettive, e la lezione vale anche per oggi. Si pensa a certi film anni Sessanta, come il tedesco Scene di caccia in Bassa Baviera, con la sua analisi quasi clinica delle follie collettive e del contagio psichico. Certo, ci sarebbe voluto Fassbinder per dare vigore alla storia (vera) che Un juif pour l’exemple ci racconta, ma accontentiamoci. Un ebreo come esempio ce la fa a evitare qua e là le consuetudini narrative dell’Holocaust movie e riesce a smuoverci. E la sequenza della macellazione è da brividi, e da sola vale il film, svelandoci quali orrori si possano  celare dietro la quiete bucolica delle campagne svizxere, e di come immersione della natura e esercizio della violenza posssano assai bene coesistere. Certo, spesso la cadenza è da vecchia televisione, ma alla fine il conto è attivo. Un film che merita la visione e potrebbe avere una buna circolazione anche oltre la Svizzera. Con Bruno Ganz, ormai un totem del cinema tedesco e delle immediate vicinanze (qui recita in francese).

The Girl With All The Gifts, un film di Colm McCarthy. Con Gemma Aterton, Glenn CLose, Sennia Nanua, Paddy Considine. UK 2016. PIazza Grande. Voto 5+
OC892304_P3001_214393Diciamolo, non se ne può più di zombie. Vi prego, basta. Anche se qui son simil-zombie detti Hungries, affamati, per via che, contaminati da un fungo letale, diventano vogliosi di ogni carne vivente, umana e animale, purché fresca e nin ancora colpita dal suddetto microorganismo. Non se ne può più di zombie anche perché è il modello secondo cui li si rappresenta a essere insostenibile. Possibile che debbano tutti muoversi a scatti con la faccia (tra)sfigurata e la bocaccia sanguinolenta, e capelli arruffati, e che quando sono immobili si debbano disporre come in una installazione di Vanessa Beecroft però mostrificata? La credibilità di ua regia la si musira anche da come se la cava o meno nel metterli in scena, i morti viventi, e Colm McCarthy in questo film non ci ga una gran figura. Per uscire vivi da una storia così bisogna essere almeno George Miller, e lui non lo è. Vero che sparge qua e là allusioni metaforiche (sulla paura nei confronti dei diversi, sulla cindozione femminile, su quello che volete voi e ci vedete voi), vero che per differenziarsi dal solito blockbuster fracassone si astiena dalle facili baracconaggini e si attiene a un realismo appena appena alterato costruendo un panorama umano e disumano molto simile a un oggi distorto. Se nei momenti migliori sembra di rivedere il mitico e censuratissimo mockumentary di Peter Watkins anni Sessanta su un’Inghilterra colpita dall’atomica, nei peggiori si ripiomba in uno dei tanti distopici per young adults, con moralina incorporata e resistenze e ribellioni a una Macchina o a un Fato che esigono la tua disumanità. A conti fatti, una delusione per un film deputato ad aprire ufficialmente in Piazza Grande Locarno 69. Si parte con una strana scolaresca di ragazzini guardati a vista da umini armati e chiusi e legati con catene e cinghie. Capiremo che sono infettati dal fungo e che, se lasciati liberi, sbranerebbero tutti gli umani intorno. Tra di loro c’è anche Melanie, acuta, intelligente, ma pure lei intossicata dal fungo. Le si affeziona un’insegnante (Gema Aterton), convinta che quel che di di umano è rimasto in lei possa prevalere sul disumano, e guarirla. Ma si contra con una dottoressa, una gradiosa Glenn Close, che vorrebbe fare a pezzi letteralmente Melanie per ricavarne quanto le serve a mettere a punto un vaccino. Poi gli Hungries distruggono una base militare in cui erano stati rinchiusi, e una pattuglia di umani – la maestrina, la dottoressa e qualche soldato, più Melanie – è costretta a vagare cercando di non soccombere dagli affamati. E il film somiglia sempre di piu a un qualsiasi Workd War Z, con qualche scena gnam-gnam mica male e però di troppe pretese. Non bastano però le ambizioni autoriali e metaforiche per riscattare una materia sdata. Con uno dei finali più balordi e improbabili che si siano visti recentemente a cinema, sotto il segno di un correttismo politico e filofemminile soffocante. Quasi due ore, ed è troppo, troppo, troppo.

Slava (Glory), di Kristina Grozeva e Petar Valchanov. Con Margita Gosheva e Stefan Denolyubov. Bulgaria 2016. Concorso internazionale. Voto 7 meno
OC892398_P3001_214441Dalla coppia registica bulgara che ci aveva dato due anni fa The Lesson, gran film tra Dardenne e Mungiu premiato a San Sebastian e finalista al premio Lux, ci si aspettava parecchio. Invece, delusione parziale. Intendiamoci, Slava è opera di rispetto, tutt’altro che da buttare nel cestino delle cose inutili. Ma soffre di un che di troppo di programmatico e dimostrativo: un teorema (su chi ha il potere e chi ne è escluso) svolto in forma di cinema. Telefonatissimo, prevevibile, anche se scritto assai finemente e con una regia da piccoli maestri, con macchina da presa mobile però mai isterica a pedinare i personaggi, e a disegnare come già in The Lesson un micro e macrocosmo bulgaro corrotto e sordido, dove l’ppartenenza europea e la democrazia son roba di facciata a nascondere il marcio, l’eterna corrosione balcanica, l’opacità est-europea. Quanto son bravi, Grozeva e Valchanov. E se solo riuscissero a tenere a freno l’intento didascalico e un certo moralismo, se solo abbassassero il tono predicatorio, sarebbero all’altezza dei loro vicini rumeni Puiu, Mungiu ecc. Uno scandalo, sollevato da un giornalisto d’assalto, investe il ministero dei trasporti pubblici. Jule, la jena in carrierissima responsabile delle pubbliche relazioni del ministero, non ce la fa a stornare l’attenzione della pubblica opinione dala faccenda. Ma il caso le viene in aiuto. Un manutentore di binari, un tipo asociale e mentalmente non così sveglio e a posto, trova una paccata di soldi abbandonati sulla ferrovia e anziché intascarli li porta alla polizia. Subito Jule vede in lui l’occasione di far dimenticare lo scandalo creando un eroe positivo da dare in pasto al pubblico. Solo che il tizio, uno schlemiel oltretutto balbuziente ma con una sua integrità, non sta così passivamente al gioco e rischia di rovinare il piano di Jule, e la sua carriera, e lo stesso ministro. Un intrigo che i due registi alternano a incursioni nel privato della jena, alle prese con il tentativo di restare incinta tramite fecondazione assistita, e son da antologia della stronzaggine le scene con lei sempre al telefono mentre il medico le spiega la rava e la fava degli ovociti e degli embrioni e dei follicoli. Rispetto a The Lesson Kristina Grozeva e Petar Valchanov accentuano i toni grotteschi e anche comici, facendo del loro uomo qualunque uno scemo più scemo tra Keaton, Tati e gli stralunati personaggi di Roy Andersson. Purtroppo Slava stenta parecchio a carburare e manca di ritmo, e la contrapposizione tra corruzione strutturale del potere politico e innocenza del popolo, incarnata dal ferroviere schlemiel, è davvero troppo rozzo. Comunque, con tutti i suoi limiti, di gran lunga il meglio dei cinque film che ho visto oggi. Finale sospeso. Margita Grisheva, la maestra di The Lesson, qui è la pr carogna disposta a tutto. Slava è la marca di un vecchio orologio che nella storia ha un ruolo centrale.

Oltre ai tre film qui recensiti oggi ho visto anche I Had Nowhere to Go, film di Cineasti del presente, e Moka, della sezione Piazza Grande. Ne scriverò domani, anche per questioni di embargo)

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Una risposta a Locarno Festival 2016. Recensioni: Un juif pour l’exemple; The girl with all the gifts; Slava (Glory)

  1. Marco Marchetti scrive:

    E’ sempre un piacere leggere le tue dettagliate analisi, ormai sei il mio punto di riferimento festivaliero… soprattutto quest’anno che, per vari impegni, non potrò seguire l’intera kermesse. Spero di recuperare questo fine settimana, però. Marco Marchetti, Nocturno.

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