Festival di Locarno 2016. Recensione: il thailandese DAO KHANONG. Un altro film-sudoku di questo festival

OC901010_P3001_217795OC901013_P3001_217798Dao Khanong (By the Time It Gets Dark) di Anocha Suwichakornpong. Con Arak Amornsupasiri, Atchara Suwan, Visra Vichit-Vadakan. Thailandia. Concorso internazionale.
OC901016_P3001_217803L’ennesimo film estenuante e inafferrabile di questo festival. Vari personaggi percorrono lo chermo senza che riusciamo a capire che connessione ci sia tra loro. Tra Bangkok e l’interno thailandese, un racconto-rompicapo forse ispirato alla visione budddista del mondo. Forse. Voto 4
OC901014_P3001_217800Dice non si capisce niente? Che si parte con una tizia che vuol girare un film e dopo la si vede in un bosco con un fungo di metallo azzurrognolo tutto brillantato? Ma signora mia, cosa vuole, è un film buddista, bisogna prenderlo per quello che è. Che non so se ha notato, ma verso la fine ci sono anche un paio di scene di fedeli in un qualche tempio per l’appunto buddista, con tanto di preghiere collettive. Che le devo dire?  Probabilmente c’entrano il dharma e il kharma, forse anche la metempsicosi, di più non saprei, perché non sono un cultore né un conoscitore di quella forma di religiosità. Comunque, che fatica, che bisogna essere zen per uscire senza incazzatura e rabbie – Ooommmm! – da questo film thailandese di una regista, una delle otto signore del concorso più femminilizzato della storia di Locarno. Per un dieci minuti sembra di stare in un film politico su un pezzo di storia della travagliata Thailandia (che non è mica solo il paradiso del sesso per turisti arrapati). Una giovane signora riceve una bella signora in età. Scopriamo che la prima è una regista-sceneggiatrice che si accinge a una lunga intervista alla seconda, una donna che fin dalle lotte antiregime degli anni Settanta nelle università è stata icona e figura di riferimento per i democratici, con l’obiettivo di girare poi un film sulla sua vita. Sbuffi un attimo per lo sventolio di bandiere e i moti di piazza che immagini ti aspettano, invece no, subito dopo il film vira verso qualcos’altro, anche se non si capisce cosa. Una ragazza, forse la stessa regista, si muove in un bosco onirico incontrando un ragazzo conun costume (se ricordo bene) da coniglio, e poi il fungo tecnologico di cui si diceva. E poco più in là arriva sullo schermo altra gente, e cominci a perderti, anzi ti sei già perso. Chi sono? che fanno? perché stanno lì? che c’entrano con la regista e la signora della sinistra democratica thailandese? Invece la simil-Aung San Suu Kyi la perdiamo di vista, per ritrovarla solo in un frammento finale. Intanto vediamo la replica del suo arrivo, quando fu accolta dalla regista, però con due altre donne, e in un ambiente più lussuoso di quello. Cosa mai vorrà dire questa ripetizione differente secondo il buddismo? Si saran mica già reincarnate le prime due? Ma non abbiamo il tempo di rifletterci che si piomba nella Bangkok dello spettacolo, dei soldi facili, del successo, con un divo assai amato dalle molte groupie che lo braccano. E però il destino è in agguato pure per lui, e il film di chiude ancora più enigmaticamente di come era cominciato. Certo ci si potrebbe immergere in letture buddiste per cogliere le corrispondenze sotterranee e segrete tra fatti e persone così sconnessi e lontani, ma non c’è il tempo, ci sono altri film che reclamano di essere visti, magari di altrettanta incomprensibilità. Sono i festival, bellezza.

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