Festival di Venezia. Recensione: LA LA LAND di Damien Chazelle. Il film di apertura è una delusione assai forte

LLL d 29 _5194.NEFLa La Land, un film di Damien Chazelle. Con Emma Stone, Ryan Goslin, JK Simmons, Rosemarie DeWitt, John Legend. Concorso Venezia 73.
LLL d 13 _2548.NEFIl Damien Chazelle di Whiplash confeziona un classicissimo musical tra Minnelli e Stanley Donen. Ma è un’operazione citazionista algida e stanca. Protagonisti un lui jazzista incompreso e una lei aspirante attrice. Tutti i cliché che abbiamo incontrato in centinaia di film su quanto sia difficile sfondare a Hollywood e nella vita ci sono tutti, senza peraltro la minima reinvenzione. Un film senza un fuoco narrativo e senza una direzione. Bisogna riconoscere a Chazelle un coraggio leonino nel riesumare un genere del passato remoto (quei passi a due!), ma non basta il suo entusiasmo a salvare un racconto intimamente inerte. Comunque molto applaudito al press screening. Mah. Voto 5 meno
LLL d 41-42_6689.NEFMi aspettavo poca stampa stamattina alle 8,30 al primo press screening di La La Land, assai atteso musical d’apertura della Mostra (e in concorso, dunque candidato al leone). Anche perché una successiva e più comoda proiezione era prevista alle 11,15 sempre nella capiente Sala Darsena. Invece grande folla di primo mattino per questo secondo film, molto annunciato, caldamente promozionato, del ragazzo sì e no trentenne Damien Chazelle che tre anni fa centrò un successo che nessuno si aspettava (arrivarono anche tre Oscar se ricordo bene) con il furbissimo e irresistibile Whiplash. E stavolta, al suo lungometraggio numero 3, si butta in un’impresa ambiziosissima e al di là delle sue forze, nientedimeno quella di riesumare il musica classico hollywoodiano tra anni Trenta e Cinquanta, da Fred Astaire a Gene Kelly, il musical premoderno, pre West Side Story e pre Cabaret, e fallisce: nonostante i molti applausi con cui a fine proiezione, e dopo l’ultima ruffianissima scena, è stato accolto, immagino soprattutto dalla stampa anglofona che da un po’ ne parla come di uno dei runner per la prossima awards’ season. È che Chazelle nel corso delle due ore del suo film, troppe, non sa che da parte andare e non va da nessuna parte, imboccando troppe tracce per poi subito abbandonarle. Sentieri interrotti, cancellati. E poi, Dio mio, va bene giocare postmodernamente o ipermodernamente e citazionisticamente con i cliché narrativi e i modi del cinema che fu, ma qui si esagera, riproponendo in un estenuante déjà vu decine, centinaia di trame e sottotrame congelate negli archivi senza la minima reinvenzione, senza il minimo scarto, senza insufflargli dentro un’energia vera, al di là delle frenesie giovanilistiche di qualche sequenza. Inoculandoci un senso di soffocamento fino alla claustrofobia, facendoci sentire come intrappolati in un polveroso museo del cinema neanche ben funzionante. Quando poi Chazelle sembra trovare una pista interessante, come il declino irreversibile del jazz e la missione utopistica del protagonista di salvarlo dall’oblio, subito la dismette per buttarsi da un’altra parte. Un guazzabuglio, un pasticcio sconnesso e concettualmente sgangherato nonostante la ovviamente smagliante e americanissima confezione. Si parte con un ingorgo in autostrada con canti e balli collettivi e assai giovani e energetici, e sembra un qualsiasi Step Up con relativi street dancer. Poi invece si vira su Fred Astaire e Gene Kelly, con strizzate d’occhio fin troppo insistite a cose di Vincente Minnelli, soprattutto Un Americano a Parigi e Gigi, Stanley Donen e George Cukor. Ma così, come la va la va, senza un progetto, un’idea guida, un asse concettuale, e neanche una vera drammaturgia. Che non sia quella del boy-meets-girl, peraltro sviluppata con la massima stanchezza (da una vita non si vedeva una storia a due così approssimativamente costruita, con ampi passaggi inspiegati). Lui e lei a Los Angeles, Sebastian pianista jazz naturalmente sempre senza lavoro, Mia cameriera aspirante attrice venuta dalla provincia che passa da un’audizione all’altra senza mai ottenere un parte. Una vetiginosa sommatoria di stereotipi senza che Chazelle si dia la pena di rivitalizzarli. Si canta e si danza, ma anche qui senza troppa coerenza stilistica. Sebastian vorrebbe salvare il jazz dal mondo crudele che s’avanza, poi però compone per Mia un popsong qualsiasi di quelli che potrebbero finire in cinquina da Oscar, e allora non si capisce più niente. Gli omaggi cinefili son troppi, troppo esibiti e troppo insistiti, fino alla pedanteria. Si salva qualche numero. Il ballo con canto in solitaria di Ryan Gosling tra i lampioni, la danza a due nella volta stellata. La parte finale è ruffianissima e strappa-applausi, ma non ce la fa a salvare il film. Gosling e Emma Stone ce la mettono tutta cantando e ballando benino (e Ryan pure suonando il pianoforte), e a conti fatti son loro il lato migliore di un film al di sotto delle sue e delle nostre aspettative. Quanto a Chazelle, ci mette dentro tutta la sua carica da giovane regista in ascesa, ma paradossalmente confeziona un prodotto come spento dentro, in cui la vitalità sta tutta in superficie senza raggiungere mai il nucleo.

Questa voce è stata pubblicata in cinema, Container, Dai festival, festival, film, recensioni e contrassegnata con , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.