Festival di Venezia. Recensione: EL CRISTO CIEGO (Il Cristo cieco) del cileno Christopher Murray è una rivelazione. E potrebbe avere un premio

27428-El_Cristo_ciego_1El Cristo Ciego (The Blind Christ – Il Cristo cieco), un film di Christopher Murray. Con Michael Silva, Sebastian Inostroza, Ana Maria Henriquez. Concorso Venezia 73.
A163In una plaga desolata del Cile settentrionale appare un uomo di nome Michael che cerca di riportare alla fede un popolo senza speranza. Chi è? Un pazzo, un simulatore? O davvero c’è in lui una scintilla divina? Come Cristo ha le stimmate, cammina a piedi nudi, racconta parabole. Un film incredibilmente audace, che coniuga spiritualismi e duro realismo alla Dardenne. Se non fosse per il sovraccarico di ideologia terzomondista e vetero-miserabilista sfiorerebbe il capolavoro. Voto 7+
27422-El_Cristo_ciego_2Alberto Barbera nella conferenza stampa di presentazione del programma ne aveva parlato come di una delle possibili rivelazioni del concorso, e dunque c’era molta attesa per questo film di un a me sconosciuto giovane autore cileno (30 anni o giù di lì) rispondente all’inglesissimo nome di Christopher Murray. E il film non ha deluso, piazzandosi in zona premiabili. Un film da festival, di quelli che han tutte le stimmate per piacere alle giurie, un racconto di umiliati e offesi di quelli sempre un filo ricattatori (come fai a parlarne male? come fai a non fartelo piacere?), stavolta affondato in una landa sperduta, una pietraia nel nod infelice del Cile. C’è stile, c’è una visione rigorosa, estrema, ascetica, non compromessa di cinema. C’è il coraggio di una storia che mescola il realismo, il naturalismo nella sua versione più miserabilista, a uno spiritualismo ormai sparito da tempo dagli orizzonti dell’Occidente laico e dei suoi dintorni. Purtroppo c’è però anche una carica di ideologismo terzomondista che è il vero piombo di questo per altri versi mirabile lavoro. Qui si parla di fede, di religione, di Dio, di Cristo, di miracoli con rispetto, qui non si rapprsenta chi la fede ce l’ha e crede in Dio e aspetta i miracoli come degli sprovveduti, dei rozzi, dei mentecatti, degli antropologicamente inferiori. Qui, ed è il miracolo vero di El Cristo ciego, si dà parola e spazio al bisogno di sacro, di divino, di oltreumano che nonostante tutto si ostina ad albergare in vaste plaghe del mondo. La scommessa di Murray è enorme, e ne esce da vuincente. Pensate un po’. lLa prima scena è di un bambino che, volendo provare lo stesso dolore di Cristo e assimilarsi a lui, chiede a un amico di trapassargli la mano con un chiodo. Gli resterà il segno, quasi una stimmata, per tutta la vita. Da adulto Michael sente in sé l’urgenza di una missione, quella di convincere chi gli sta incontro che Dio abita in ogni uomo, e che se gli si crede niente è impossibile a nessuno. Ma El Cristo ciego non è la cronaca di quel cristianesimo esaltato ed estremo che ha conquistato nelle ultime decadi sempre più gente in America Latina, non è nemmeno una messinscena barocca di martirio, sangue, putrefazione, dannazione secondo i modi e gli stili di di tanta cultura controriformistica iberica e latinnoamericana. E non si pensi di trovare qui una traccia delle blasfemie barocche alla Buñuel tra Nazarin e Viridiana, qui il soprannaturale, il bisogno del soprannaturale – ed è l’immensa novità del film – è rappresentato o evocato nella maniera del massimo realismo, anzi di quel neo-neorealismo che ha nei Dardenne i suoi rifondatori. Con un segno sempr3 sporco, impolverato, disadorno. Michael-delle-stimmate da adulto lascia la casa del padre per raggiungere l’amico che da bambino gli aveva conficcato il chiodo dopo aver saputo di una sua grave malattia. Vuole, semplicemente, guarirlo con un miracolo, con la forza della sua fede. Il suo viaggio a piedi nudi attraverso un deserto di pietre lo porterà a incontri con gente variamente disperata. C’è chi lo deride e perseguita, e chi crede in lui. Diventerà suo malgrado una specie di santone e guida per una piccola comunità che, nella miseria estrema e nell’infelicità, ha come sola speranza la fede. Attraverso un linguaggio spoglio e austero fino alla rinuncia di ogni tentazione espressiva, Murray ripercorre alcune tappe dell’esistenza di Cristo così come ce l’hanno consegnata i vangeli e la tradizione. La distruzione della statua del santo ricorda la cacciata dei mercanti dal tempio. Il battesimo nel fiume ricostruisce, a ruoli ribaktati, quello di Gesù per opera del Battista. Non bastasse, Michael fa uso di parabole così come nei Vangeli. Un ricalco che non è pedissequo, di cui quasi non ci rendiamo conto per via dell’assoluto realismo della rappresentazione. Il regista lascia aperto il film a ogni visione. Michael forse è un simulatore, forse un pazzo, forse un posseduto. O forse ha dentro di sé davvero la scintilla divina. Forse la sua missione non aiuterà mai gli oppressi a riscattarsi, o al contrario forse li spingerà alla ribellione. E la fede cos’è, un inganno e un autoinganno oppure una forza propulsiva al cambiamento? Mantenendosi miracolosamente in bilico tra plurime interpretazioni, Murray conferisce al suo film un’enorme carica di suggestione. Un esordio clamoroso, di cui di sicuro la giuria terrà conto. A convincere molto meno è la cornisce terzomondista in cui Murrray inserisce la sua parabola cristologica. Se la  gente sta male è perché i padroni delle miniere li usano, li sfruttano e poi li buttano via quando nons ervono più. Se c’è il dolore sulla terra è perché c’è quella cosa malvagia chiamata capitalismo. Peccato. Perché al netto di questa zavorra El Cristo ciego sarebbe un film enorme, ancora più libero di quanto già non lo sia.

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6 risposte a Festival di Venezia. Recensione: EL CRISTO CIEGO (Il Cristo cieco) del cileno Christopher Murray è una rivelazione. E potrebbe avere un premio

  1. Anonimo scrive:

    “Se la gente sta male è perché i padroni delle miniere li usano, li sfruttano e poi li buttano via”… Perché non é spesso, troppo spesso, così?

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