festival di Venezia. Recensione: FRANTZ di François Ozon. Gran melodramma storico-sentimentale con colpi di scena e false piste

27444-Frantz_327436-Frantz_2Frantz di François Ozon. Con PIerre Niney, Paula Beer, Ernst Stötzner, Maria Gruber, Curielle Clair. Concorso Venezia 73.
27446-Frantz_4Il più lungo applauso finora a una proiezione stampa. Questo Ozon ha convinto quasi tutti e si candida per il palmarès. Melodramma d’epoca, con un reduce di guerra (la prima guerra mondiale) francese che piange inconsolabile per la morte di un nemico tedesco. Perché? Cos’è successo? Cosa c’era tra loro? Sarà la fidanzata del defunto a dipanare il groviglio. Voto 7 e mezzo
27440-Frantz_6Il più lungo applauso sentito finora a una proiezione stampa del concorso (superato solo da quello all’israeliano Through the Wall della sezione Orizzonti). Stavolta Ozon fa centro senza se e senza ma, con un film calcolatissimo, travolgente, lucidamente, diabolicamente costruito per piacere a tutti, alle giurie festivaliere, al pubblico, alla stampa. Difatti, a fine screening, tutti contenti. A oggi, il più solido candidato al leone d’oro, il film che potrebbe trovare in giuria la maggioranza dei consensi e il tasso più basso di dissenso (ma stiamo a vedere, la strada è lunga e alcuni pezzi grossi, da Malick a Lav Diaz, devono ancora scendere in campo). Difficile davvero resistere a Frantz, per via di una ricostruzione d’epoca smagliante – siamo in una piccola città tedesca nell’immediato dopoguerra mondiale, la prima guerra mondiale, quella delle trincee e dell’iprite – con ruffianissime e sapienti alternanze tra bianco e nero e colori. Ozon è così bravo da evitare l’effetto tremendo da museo delle cere, da laboratorio dell’imbalsamatore, da museo del costume e della moda sempre in agguato nei periodo-movie. Sa essere squisito e filologico senza cadere nelle smancerie e nella sfilata di moda vintage. Del resto, che fosse un manierista sopraffino lo si sapeva, che fosse di un eclettismo sbalorditivo –  capace di giocare vertiginosamente su registri diversisissimi – pure. Il gran manipolatore e utilizzatore finale di plurimi generi della storia del cinema stavolta, e non è la prima volta, si misura con il melodramma d’epoca, nella sua variante vite devastate dalla guerra con ricadute sui reduci, su chi dal fronte è tornato ma con irrimediabili lacerazioni dentro. Con una storia che i credits ci dicono modellata su un Lubitsch non dei più conosciuti del ’32, Broken Lullaby, ma che immagino poi Ozon abbia robustamente rivisto a modo suo. Grande schermo a dilatare, in un effetto di realtà aumentata, gli interni e gli esterni, le facce e i corpi dei personaggi, con un bianco e nero abbacinante che da solo vale la visione e strappa ooh di meraviglia. Siamo a qualche mese dalla fine della WWI, in Germania. Chi è quel giovane uomo che ogni giorno va sulla tomba del soldato Frantz Hofmeister morto in guerra? Anna, la fidanzata del defunto, che ora vive dai genitori di lui accolta come una figlia, lo avvicina, scoprendo che si tratta di un francese di nome Adrien Rivoire. Un nemico. Anche se la guerra è finita i rancori sono rimasti, i nazionalismi in Germania non si sono spenti, anzi son più forti che mai (come poi la storia di Weimar e del nazismo dimostrerà ampiamente). Tutti rifiutano Adrien, tranne Anna. La quale riesce anche a farlo accettare dai genitori di Frantz. Ma cosa lo spinge a deporre fiori sulla tomba di un ragazzo caduto in trincea sul fronte opposto? Eravamo amici, racconta Adrien, ci eravamo conosciuti studenti a Parigi prima della guerra, entrambi innamorati dell’arte. Che tipo di amici? e quanto amici? Adrien è vago, reticente, l’unica cosa certa in quella strana storia è che soffre moltissimo per la perdita di Frantz, e che da allora la sua vita non è più la stessa. Abilmente Ozon allude, insinua, ci fra credere che tra i due ci fosse una storia omoerotica, avvalorata anche dagli eccessivi sdilinquimenti di Adrien, dalle sue lacrime da vedovo inconsolabile. Ma non siamo che all’inizio di un tortuoso melodramma dove i twist, le giravolte, le inversioni a U, i colpi di scena si moltiplicano man mano che ci si avvia verso la fine (che arriva dopo due ore e passa: un po’ si poteva anche tagliare, monsieur Ozon). Adrien si conquista l’affetto di Anna e della famiglia di Frantz Hofmeister, ma non ce la fa a vincere l’ostilità del paese. Ostilità, con tanto di minacce, che lo costringono ad andarsene. Non avendo più sue notizie, Anna partirà per Parigi decisa a rintracciarlo, convinta com’è di essersi innamorata di lui e intenzionata, anche sotto la spinta degli Hofmeister che in Adrien rivedono ormai il figlio perduto, a sposarlo. Si resta inchiodati aspettando di vedere cosa succederà, e come finirà, con il diabolico Ozon che non si risparmia e non ci risparmia nulla per tenerci in ostaggio. La rivelazione decisiva è una sorpresa clamorosa, smantellando di colpo tutte le ipotesi che in platea si erano fatte. Se c’è un difetto in questa macchina di spettacolo irresistibile fino alla spietatezza, ed è l’overpromising. Ozon ci fa balenare retroscena e sottotesti e sottintesi che in realtà sono depistaggi (in primis, l’omosessualità di Frantz e Adrien), gioca con la nostra buonafede e anche credulità, perché si sa che anche lo spettatore smaliziato resta un infante pronto a lasciarsi incantare e manipolare (anche per questo si va al cinema, in fondo). Ricorre anche a finti flashback, ingannandoci, come del resto aveva già fatto Alfred Hitchcok in Paura sul palcoscenico. E a Truffaut che nel mitologico libro-intervista glielo rinfacciava, lui soavemente si difendeva invocando l’assoluta libertà e arbitrio del regista-demiurgo. Però alla fine, anche se il film è bellissimo, si resta con la vaga sensazione di essere stati presi in giro. O forse no. Forse, più benevolmente, si può pensare che Ozon abbia steso al di sotto del film visibile uno strato invisibile che in parte conferma e in parte contraddice quello che passa sullo schermo. Come succede con certi affreschi che sotto ne nascondono un altro. Quell’Adrien avvinghiato e piangente a Frantz rimanda a un’altra possibile storia, lo stesso la visita dei due al Louvre. Come se oltre a Frantz ci fosse da qualche parte un Frantz 2, una copia difforme, con incapsulata dentro un’altra storia. Memorabile Pierre Niney, che sembra uscito da una foto d’epoca tanto è perfetto, con quei baffetti alla Marcel Proust. In corsa per la CoppaVolpi come migliore attore, sempre che al film non diano qualcosa di più corposo.

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