Festival di Venezia. Recensione: THE YOUNG POPE di Paolo Sorrentino, con Jude Law

30872-The_Young_Pope_____Gianni_Fiorito_3The Young Pope, le prime due di dieci puntate di una serie tv. Scritto e diretto da Paolo Sorrentino. Con Jude Law, Diane Keaton, Silvio Orlando, Toni Bertorelli, Javier Camara, Cécile de France, Ludivine Sagnier, James Cromwell. Fuori concorso. Voto 5 e mezzo
30878-The_Young_Pope_____Gianni_Fiorito_2Reazioni tiepide stamattina in Sala Darsena all’anteprima stampa (alle ore 8,30, mannaggia) di questo assaggio corposo delle dieci puntate del Giovane Papa sorrentiniano. Gran produzione international-televisiva di larghi mezzi girata ovviamente in inglese (e devo dire che stavolta Silvio Orlano e gli altri nostri attori se la cavano dignitosissimamente: qualche passo in avanti s’è fatto). Grande l’attesa, però a fine proiezione non si son scatenati in applausi neanche gli stranieri, che notoriamente sono lo zoccolo duro del sorrentinismo, passione assai spenta qui in patria, e invece florida altrove. Difatti: qual è l’unico film italiano presente nella lista dei 100 film migliori del terzo millennio secondo il recente sondaggio sondaggio Bbc? La grande bellezza, per l’appunto (al sessantesimo posto). Che poi stavolta PS esagera nel compiacere i gusti del pubblico extraitaliano, andando a raccontare addrittura di un giovane papa, addirittura delle segrete stanze del Vaticano, in un tripudio di porpore cardinalizie, bianche vesti pontificali, grigie suore in uniforme, marmi e affreschi e quadrerie, insomma tutto il lusso e il barocco della cattolicità romana così come se li immaginano e li esigono gli stranieri. Soprattutto gli anglofoni anglicani e protestanti, che odiano la corruzione di Roma papista e gran meretrice, ma adorano vederne rappresentati vizi e opulenze. Sarà che due puntate su dieci son proprio poche, ma davvero si capisce quasi niente, da quello che si è visto stamattina. Ma dove mai vorrà andare a parare Sorrentino? Al momento, di storytelling ce n’è poco, quasi zero. Vediamo soprattutto una galleria di personaggi prelatizi che si aggirano e tramano a corte, ovvero la curia, dipinta comne una delle fosse serpentesche più pericolose al mondo, e anche questo secondo tutti i più diffusi luogocomunismi. Poi, verbosissimo, di quei Sorrentino-movies parlato parlato, tipo Il divo, in quello stile alto, denso, concettoso come spesso è della scrittura di PS. Par di intuire che si voglia redigere un’anatomia del potere, sul modello di Il divo, ma in versione religiosa e cattolico-romana. Soprattutto: chi è questo papa giovane venuto dagli Stati Uniti e dotato del bell’aspetto di Jude Law? Che intanto, magari per suscitare qualche discussioncina e qualche dibattito finto-indignato, lo si fa vedere schermato da un vetro mentre si fa la doccia, e in una scena successiva in nudo full, però non frontal. Il nostro Lenny Belardo – tale il nome da civile di questo primo pontefice americano – cresciuto in un orfanotrofio di monache (i genitori hippy lo abbandonarono nei primi anni Settanta), svezzato e fatto uomo e cristiano da suor Mary, divenuto pupillo del cardinal Spencer di Boston, ascende al soglio di Pietro assumendo il nome di Pio XIII. Con gran scorno del suo mentore Spencer, certo di essere lui l’eletto, peccato che il perfido Belardo abbia brigato in conclave contro di lui e gli abbia soffiato l’ambito trono. La figura di Belardo/Pio XIII è l’unica cosa di un certo interesse di queste due puntate del serial. Perché anche la visualità, la messinscena, il punto di forza del regista, non è così potente come altre volte. Grandi invenzioni non ce ne sono, del resto io son dell’idea che la serialità televisiva è più roba da sceneggiatori che da registi, e più riproduzione di schemi e cliché ben scritti e messi a punto che luogo di visioni e innovazioni. Per carità, la mano di PS la si sente e la si vede, ma se vi aspettate le sontuose carrellate di The Great Beauty andrete delusi. La figura del papa, si diceva. Questo Pio XIII non si capisce bene chi sia, di certo è antipatico e sprezzante, di certo vuole, o si diverte, a spiazzare i suoi interlocutori in Vaticano, anche a umiliarli. Neutralizza il potente e gran navigatore segretario di stato Voiello (Silvio Orlando, tifosissimo del Napoli tanto da invocare San Pipita, inteso come Higuain; peccato che nel frattempo sia stato venduto alla Juventus). E gli mette sopra la testa Suor Mary, chiamata apposta dall’America acciocché faccia da braccio destro al pontefice novello e da filtro tra lui e la curia. Ma quando lei osa chiamarlo Lenny, lei che lo ha tirato su e l’ha inventato dal niente, si sente rispondere dall’odioso e piccato signore in veste bianca: “Basta, adesso devi chiamarmi solo santità”. All’inizio il nostro sembra adottare modi da rockstar, ma poi sceglie la strada opposta, quella del nascondimento, dell’invisibilità, sicuro di intensificare così il suo potere fascinatorio (“Come Salinger, come i Daft Punk, come Mina”). E al suo primo discorso a una piazza SanPietro gremita di suorine urlanti e ragazzi in sdilinquimento, non solo si mostra nell’ombra, non solo si nega alla vista, ma non liscia nemmeno la folla: “Io non voglio scendere tra di voi, io devo stare al di sopra di voi, e voi dovete salire verso Dio” (cito a memoria, non alla lettera). Facendoci capire che qui siamo agli antipodi di Papa Francesco. Dal “sono come voi” si passa al “sono diverso da voi”, e fa una bella differenza. A occhio, par di capire che il Pio XIII di Sorrentino riesumerà un potere antico, assoluto, centrato sull’autorità e il fascino della figura pontificale. Con magari pure i riti e gli orpelli relativi. Un potere per niente condiviso democraticamente. Assolutismo, restaurazione, con un Papa ponte tra l’umano e il divino, e lontano al suo popolo. Se fosse così, la serie sarebbe interessante. Ma temo che sia solo uno dei contorcimenti cui Sorrentino sottopone il suo protagonista, e che tutto e il contrario di tutto potrebbe succedere nelle prossime puntate. Da non escludere nemmeno che The Young Pope diventi una specie di House of Cards in versione vaticana.

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