Festival di Venezia. Recensione: SPIRA MIRABILIS, il primo film italiano del concorso è anche il più oscuro e indecifrabile

29574-Spira_mirabilis_829576-Spira_mirabilis_2Spira Mirabilis, un film di Massimo D’Anolfi e Martina Parenti. Con Marina Vlady. Concorso Venezia 73.
27528-Spira_mirabilis_1Molte le fughe dalla Sala Darsena dove è stato proiettato il primo film italiano in concorso. Un documentario, assicurano i due autori, intorno al tema dell’immortalità. Ma non torna quasi niente, in questo lambiccatissimo film. Cosa mai c’entrano i treni nella notte, le statue del Duomo di Milano, la nazione indiana dei Lakota, gli alberi segati in massa con l’immortalità? Qualcuno ce lo spieghi, per favore. Se i due registi si fossero limitati ad allestire un flusso visivo sarebbe stato meglio. E invece ahinoi s’è voluto concettualizzare. Peccato, perché alcune sequenze sono di bellezza davvero mirabile, e lo sguardo di D’Anolfi-Parenti non si discute. Voto 5 mezzo
29564-Spira_mirabilis_1129566-Spira_mirabilis_3Certo che è ben strana la selezione del concorso Venezia 73. Selezione che allinea il mainstream di The Light Between the Oceans o le truculenze anche divertenti, ma inesorabilmente da cinema bis, di Brimstone con il filosofeggiare per immagini e qualche scarsa parola del primo italiano in gara per il Leone, Spira Mirabilis, o con le estenuazioni formali e i tempi dilatatissimi di Lav Diaz. Per carità, mescolare, ibridare, meticciare son diktat ormai. Anzi dogma, e chi osa più discutere la famosa miscela alto-basso e l’irrinunciabilità dei generi. Però, un minimo di coerenza in più no? Ma torniamo a Spira Mirabilis, della coppia documentarista, e anche visual-sperimentalista, Massimo D’Anolfi e Martina Parenti, due signori che han lavorato arditamente da ultraindipendenti per molti anni godendosi adesso la promozione al concorso veneziano e un po’ di visibilità. Qualche anno fa s’era visto a Berlino, se ricordo bene a Panorama Dokumente, il loro impegnato e assai suggestivo Materia oscura, in cui la denuncia dai toni perfino militanti si accompagnava grazie a Dio a un’alta consapevolezza di stile. Poi han portato l’anno scorso a Locarno il molto bello L’infinita fabbrica del Duomo, proiettato lo scorso luglio addirittura all’interno della cattedrale milanese trasformata in sala. Una consacrazione, in ogni senso. Due film notevoli, soprattutto il secondo, in cui D’Anolfi-Parenti son riusciti a costruire una narrazione con sole immagini, partiture visive in cui i confini tra cinema, videoarte e performance artistica si facevano sottilissimi e assai porosi. Ma stavolta no, stavolta inciampano clamorosamente. Spira Mirabilis, forse il loro progetto più ambizioso, è un passo falso nella loro carriera, una caduta. Pretenziosissimo fino all’insopportabiltà, un film che a ogni fotogramma dichiara e declama la propria altitudine artistica e la propria aristocratica autorialità. Ecco, per dirla con le vecchie zie anziché in critichese, Spira Mirabilis (che già il titolo) semplicemente non si capisce cosa sia, cosa racconti (sempre che qualcosa voglia raccontare), dove vada a parare. In un’intervista rilasciata qualche settimana fa al Corriere della sera la coppia registica rivelava di aver voluto costruire un film intorno al tema dell’immortalità. Cosa che vien ribadita nel pressbook, in cui si precisa pure di cinque parti strutturanti Spira Mirabilis con altrettanti protagonisti, parti riconducibili a cinque elementi: terra, aria, acqua, fuoco, etere. Un film sull’immortalità? ma scherziamo? cosa c’entrano mai con l’immortalità quegli alberi abbattuti che vediamo all’inizio, quel treno che corre nella notte su un ponte, quell’officina in cui si costruiscono strani oggetti metallici che poi si riveleranno strumenti musicali a uso di nati precoci custoditi in incubatrice? Sì, certo, ogni tanto sentiamo la voce della gloriosa Marina Vlady leggere un brano di Borges in cui si parta di immortali, brano che però si rivela poi un discorso sulla mortalità, la finitudine, il nostro limite di umani. Insomma, si inventa con una buona dose di arbitrarietà e pretestuosità un presunto concept sotto cui assemblare materiali parecchio disparati e incongrui. Tanto la categoria di immortalità è così vaga e onnicomprensiva e opinabile che ci si può ficcare dentro tutto quello che si vuole e si può. Di pertinente c’è solo la ricerca dello scienziato canterino giapponese sulla medusa scarlatta, specie secondo lui immortale e che, col passare del tempo, anziché invecchiare, ringiovanisce. Il tizio, peraltro simpaticissimo e di sicuro competente, è talmente matto da aver anche scritto una canzoncina sulle sue adorate meduse del miracolo e cantarla in un programma tv. Ma allora perché non limitarsi, magari con un corto, al signor Shin Kubota? Perché aggiungere i nativi-americani Dakota e le loro rivendicazioni nazionali? E scusate, perché riciclare – cosa assai fastidiosa per chi l’ha visto – alcune parti di L’infinita fabbrica del Duomo, o forse alcuni scarti? Forse perché il marmo è immortale? Perché le cattedrali sono immortali? (cattedrale di pietra e sassi, cantava già Fausto Leali del Duomo di Milano in anni lontanissimi, e siam rimasti lì mi pare). No, grazie. Sarebbe stato meglio se il film si fosse presentato come pura partitura visiva, come assemblaggio di immagini, come flusso ipnotico senza ambire al Discorso, lasciando allo spettatore di cogliere eventuali assonanze segrete, disegni e intenzioni nascoste. Che è poi quanto fanno mi pare molti videoartisti. A infastidire in Spira Mirabilis è la filosofia più da salotto che da boudoir. Peccato, perché molte sequenze sono davvero mirabili, con immagini in cui lo sguardo al lavoro dei due autori sa aprirci a scoperte e sorprese. In primis, le sequenze sulle micromeduse allevate in uno sgangherato laboratorio di biologia marina dallo scienziato mattocco giapponese. E ancora i corpi mutilati e le facce sgretolate dei santi delle guglie del Duomo. Se solo D’Anolfi e Parenti avessero fatto un passo indietro. Se solo non ci avessero detto di immortalità e cinque elementi. Se solo avessero mantenuto il loro flusso visivo entro l’ora e mezza. Se.

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2 risposte a Festival di Venezia. Recensione: SPIRA MIRABILIS, il primo film italiano del concorso è anche il più oscuro e indecifrabile

  1. heuresabbatique scrive:

    Visto ieri in Sala Grande, si davvero indecifrabile, criptico fino all’ estremo. Subito uscito dalla sala anche io innervosito da un flusso di immagini che pensavo li per li incoerenti e poco comprensibili mi ero innervosito abbastanza. Ma con il tempo…la magnificenza visiva, un inizio spettacolare a mio avviso, poi le partiture visive da Borges e i testi di Borges stessi (un incanto vero, ma ci mancherebbe un autore come lui!)…mi hanno fatto ricredere. E si rimane un film criptico enigmatico e forse troppo lungo. Ma fra tutti i film visti fino ad adesso qui al Lido per me una delle cose più affascinanti suggestive. Non innovative ma sicuramente qualcosa che non dimenticherò facilmente..

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