Festival di Venezia. Recensione: l’argentino EL CIUDADANO ILUSTRE. Indeciso tra commedia e dramma (ma sarà successo di pubblico)

27416-El_Ciudadano_Ilustre_227414-El_Ciudadano_Ilustre_3El Ciudadano Ilustre (Il cittadino illustre) di Mariano Cohn e Gaston Duprat. Con Oscar Martinez, Dady Brieva, Andrea Frigerio, Nora Navas, Mauel Vicente. Argentina 2016. Concorso Venezia 73.
27410-El_Ciudadano_Ilustre_5Qualcuno ne parla come di un possibile Leone d’oro. Dissento. Il cittadino illustre funziona bene, benché piuttosto prevedibile, nella prima parte, ma casca nella seconda e si sfracella su un finale irritante. Storia di un Nobel della letteratura argentino che dopo quarant’anni, carico di fama, torna al natio borgo. E sarà resa dei conti. Film irrisolto, indeciso tra commedia e dramma, e però ruffianissimo. Piacerà di sicuro in tutto il mondo. Voto 6 meno
27406-El_Ciudadano_Ilustre_4Qualcuno ne parla come del più serio candidato al leone d’oro. Dissento. Certo, trattasi di film abilissimo, furbo fino alla paraculaggine, destinato a un successo planetario. Magari ne faranno pure un remake a Hollywood, raccontando Il cittadino illustre una storia di quelle buone a ogni latitudine e longitudine. Il che, intendiamoci, mica è un limite. Non è che un film da festival debba per forza far penare lo spettatore, un po’ di entertainment ci vuole, un po’ di sana e tradizionale narrazione altrettanto, se no da uno Spira Mirabilis all’altro qui al Lido si soccombe tutti. Ma ci deve essere un limite anche al piacionismo e alla captatio benevolantiae del pubblico, e in questo film argentino di una coppia registica tra i trenta e quarant’anni il limite purtroppo non c’è. La storia è quasi un racconto archetipico, l’uomo o la donna mediamente famosi o molto famosi che dopo essere scappati dall’orrendo e meschino paesello ed essersi costruiti come usa dire una vita altrove, poi chissà perché all’orrendo paesello a un certo punto decidono di tornare. Errore fatale, come per l’appunto ci hanno mostrato infinite narrazione cinematografiche e non solo, tra le ultime Young Adult, film di gran lunga migliore e più sottile e amaro di questo. La storia: l’argentino Daniel Mantovani, signore a occhio sui sessanta, ha appena vinto il Nobel per la letteratura (pensare che al suo conterrano Borges non l’han mai dato, roba da matti), ma siccome è un tipetto assai non convenzionale e assai anti-istituzionale  e arrabbiato con il mondo (da vero baby boomer sessantottino qual è), il premio lo ritira, pronunciando però di fronte agli esterrefatti re e regina svedesi uno speech tipo: adesso che mi avere nobellizzato mi avete ucciso come scrittore, mi avete trasformato in monumento in vita decretando la mia fine. Costernazione lì a Stoccolma, ma applausi scroscianti ieri da parte della platea-stampa della Sala Darsena perché i ribellismi e gli anarchismi piaccion sempre. Che però ti vien da dire: scusi, signor Mantovani, se il Nobel le faceva tanto schifo non poteva semplicemente dire no grazie? E le zie non le hanno mai insegnato che non è bello sputare nel piatto dove si mangia? Intanto, a Nobel appena ritirato, il ruvido Mantovani nel suo volontario esilio dalle parti di Barcelona – son quarant’anni che ha lasciato l’Argentina – si nega a tutti gli inviti, le interviste, le conferenze, i tour promozionali e quant’altro, non volendo compromettere la propria arte con la merda del sistema (e sono ancora applausi dalla platea della Darsena); quando però gli arriva una lettera da Salas, il natio borgo che lo invita e lo vuole nominare Ciudadano Ilustre, cittadino illustre, e festeggiarlo, finisce con l’accettare. E rieccolo a Salas, “sistemato in un albergo che sembra uscito da un film rumeno”, ed è la migliore battuta del film, questa sì da applauso a scena aperta. Naturalmente il sindaco lo tallona obbligandolo a uno stringentissimo programma di incontri e appuntamenti, e naturalmente Mantovani ritrova il suo amico più caro che intanto ha sposato la sua ex fidanzata (ex dello scrittore, intendo). C’è una giovane ammiratrice che ha letto tutti i suoi libri che gli si infila a letto, ci sono le minacce di un boss della zona cui lui ha bocciato il quadro in un concorsaccio di pittura. La commedia per un bel po’ fila via piuttosto bene, si ride, gli attori son bravi, le situazioni, anche se riproducono fedelmente tutti i cliché del genere ritorno-a-casa, son godibili, e il confronto-scontro tra la sofisticata cultura dello scrittore da Nobel e il ruspantismo del villaggio natio è produttore di gran divertimento. Solo che la commedia a un certo punto si intorbida, si incarta e vira in dramma (come insegnano tutti i film del genere – anche Strategia del ragno di Bertolucci – il comeback è sempre fonte di disastri e rinfacci e vendette e rese dei conti). Solo che il passaggio al registro drammatico è brusco e scarsamente motivato in fase di sceneggiatura. Un incupimento del racconto, un precipitare verso la tragedia poco credibile e che sconta l’eccesso di piacionismo della prima parte: difficile convincere lo spettatore a prendere sul serio quello che fino a un attimo prima lo ha fatto sghignazzare. Errore capitale. Ma il peggio, quello che rischia di rovinare anche il buono del film, è il finale. Che se la mena con lo sdato giochino del rispecchiamento tra vita e romanzo, tra realtà e simulazione-rappresentazione, forse a citare le ambiguità e le finzioni borgesiane. I due registi, se fossero stati coraggiosi, avrebbero bloccato il film alla cruda scena precedente. Col rischio di scontentare il pubblico, certo, ma facendo guadagnare al El Ciudadano Ilustre credibilità e forza. Invece qui si affonda nella medietà e anche se questo film vincerà premi, anche se sarà un successo internazionale, non ce la farà a salire nella categoria delle cose davvero importanti. E se proprio lo si vuol premiare qui a Venezia, si dia la Coppa Volpi al protagonista Oscar Martinez e finiamola lì.

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Una risposta a Festival di Venezia. Recensione: l’argentino EL CIUDADANO ILUSTRE. Indeciso tra commedia e dramma (ma sarà successo di pubblico)

  1. ugo scrive:

    Sono d’accordo sul fatto che non sia meritevole di un premio ma perchè il viraggio verso la tragedia è brusco? Quando il boss scopre che la figlia è stata scopata ( e chissà che cosa gli avrà raccontato dell’accaduto la “verginella” dopo che è stata rifiutata ) e ricordandosi dei particolari che Mantovani gli aveva descritto dell’incontro con la disinvolta sua ” ammiratrice” in che modo poteva agire? In fin dei conti il Boss lo voleva solo spaventare, chi ha tentato di ucciderlo è il fidanzato demente della figlia abituato a uccidere i maiali selvatici ( non ci sono forse allusioni sui vecchi porci che ne approfittano delle “povere” fanciulle ignare?).
    Se aggiungiamo lo sguardo della mdp ( niente di nuovo sotto il sole, certo) il film si lascia guardare con un certo interesse.
    Magari un 7 – ?
    cordialmente
    Ugo

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