Festival di Venezia. Recensione: UNE VIE di Stéphane Brizé è da premio. L’Ottocento nostro contemporaneo

27540-Une_Vie____TS_Productions_4-1Une vie (Una vita), un film di Stéphane Brizé. Tratto da Guy de Maupassant. Con Judith Chemla, Jean-Pierre Darroussin, Yolande Moreau. Francia 2016. Concorso Venezia 73.
27536-Une_Vie____TS_Productions_1Stéphane Brizé, il regista di La legge del mercato, non sembrava sulla carta il più adatto a portare in cinema un classico ottocentesco. Invece riesce nell’impresa, insufflando nuova vita a un romanzo di de Mauapassant e a rendercelo nostro contemporaneo. Puntando sui primi piani, su una macchina da presa mobile e prensile, e una recitazione di massima naturalezza. Da premio. Voto 7 e mezzo
27542-Une_Vie____TS_Productions_3Possibile Leone d’oro. Pensare che prima della proiezione non ci avrebbe scommesso nessuno o quasi. Pensate, un film da un classico della letteratura d’Ottocento come Una vita di Guy de Maupassanti, quindi a serio rischio di eccessi di crinoline, chicchere, livree e tutto il banale costumistico-scenografico del period movie che deve mostrare al pubblico la propria sontuosità. Aggiungeteci la storia di un’eroina toccata da tutte le possibili sventure, una povera donna cui il destino molto toglie e poco dà. E il regista francese Stéphane Brizé, pur bravo assai, autore della Legge del mercato su un cinquantenne disoccupato e ancora prima di un film sull’eutanasia visto qualche anno fa a Locarno, Quelques heures de printemps, si era fatto una fama di autore di stampo realistico, perfino cronachistico, versato nell’affrontare e narrativizzare le famose problematiche d’oggidì. Dunque, apparentemente il meno indicato per inoltrarsi tra le storie nobilmente sofferte di Une vie. Invece, signori, il risultato è uno dei migliori film di questo concorso strapieno di delusioni e di film divisivi. Pur rispettando alla lettera tutti i tornanti della lunga storia di de Maupassant, Brizé riesce a restituircela come nostra contemporanea, e senza quelle modernizzazioni cretine dei registi che spostano al giorno d’oggi tra aerei e consigli di amministrazione quel che si svolgeva tra magioni avite e tenute. Lo fa elaborando un metodo, facendo quel che deve fare un regista, ovvero reinventare attraverso la messa in scena, i modi della rappresentazione. Brizé ripete, anche se con meno radicalità, meno fango, meno brutalità, l’intervento operato qualche anno fa Andrea Arnold su un classico ormai quasi irrappresentabile come Cime tempestose. Film diventato quasi un paradigma di come riproporre un classico logorato dall’uso, peccato che quasi nessuno se ne fosse accorto quando passò qui a Venezia cinque anni fa. Quella lezione la ritroviamo tutta in Une vie. Con Brizé che si situa al livello preciso dei personaggi, soprattutto della protagonista, che si sintonizza sul loro respirare, che li pedina con una macchina da presa mobilissima riprendendoli in primi piani assai ravvicinati, registrandone ogni tremito fremito vibrazione, abbattendo il diaframma tra loro e noi spettatori. Soprattutto, Brizé lavora mirabilmente sugli attori ottenendone la massima naturalezza, sottraendoli a ogni birignao da vecchio film in costume, con rese in alcuni casi eccezionale. Yolande Moreau, per dire, nella parte della madre è monumentale. Si gioca sulla pause della voce, sulle esitazioni per evitare ogni esibizione trombonesca e maramalda da guitti. Si procede a ritmo lento, sintonizzato sul ritmo interno e profondo della storia, e per radicali ellissi. In un attimo passano gli anni, di molti avvenimenti vediamo solo le conseguenze. Contano, più che i fatti, le loro ricadute sui personaggi e le deviazioni impresse al corso delle vite. E uso accorto e calcolatissimo della voce off, spesso sfasata rispetto a quanto vediamo sullo schermo, ad anticipare e alludere, o commentare ex post. Tutto è de-enfatizzato, ridotto alla misura umana, in questo period movie senza pompa né affettazione. Un film strutturatissimo senza darlo a vedere, complesso ma leggero come una ragnatela. Gran risultato, ancora più grande perché non se lo aspettava nessuno.
Siamo nella Normandia del 1819, alla fine dell’era napoleonica. Ma qua dentro non c’è traccia della Storia là fuori, qui è tutto all’interno del castello e negli immediati dintorni dove vive l’aristocratica Jeanne. La quale finirà con lo sposare un visconte nel più classico dei matrimoni infelici: lui che controlla ogni spesa e la umilia, lui che la tradisce con la cameriera e con la migliore amica, lui che non ha nessuna voglia di collaborare alla gestione delle fattorie di famiglia. Succederano altre sfighe nella vita della povera donna, compreso un figlio che la riduce sul lastrico. Un racconto di forza ottocentesca, con l’ossessione assai alla de Maupassant dei soldi e dell’avidità, dei rappporti umani corrosi e manipolati. Ma quel che conta è come Brizé ce lo rende nostro, questo pezzo di vita apparentemente così remoto. Vengono in mente le lezioni dei film in costume di Roberto Rossellini, o il purtroppo dimenticato sceneggiato televisivo di Gianni Amico tratto da Le affinità elettive di Goethe, con quella naturalezza, quello sguardo limpido sul passato. Judith Chemla, molto somigliante alla Binoche, si prende sulle spalle il film e ed esce vincente dall’impresa. Formidabile Yolande Moreau. Scena che non si dimentica: Jeanne che nella notte scappa dal marito traditore, due figurine riprese da lontano, sfuocate, ridotte a ectoplasmi.

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