Festival di Venezia. Recensione: QUESTI GIORNI di Giuseppe Piccioni. Esile coming-of-age per quattro amiche

Questi giorni, un film di Giuseppe Piccioni. Con Marta Gastini, Maria Roveran, Laura Adriani, Caterina Le Caselle, Margherita Buy, Filippo Timi, Sergio Rubini, Mina Djukic. Concorso Venezia 73.
27524-questi_giorni_2Caterina ha deciso di trasferirsi a Belgrado dove ha trovato un lavoro. La accompagneranno nel viaggio le tre amiche più care. Ognuna col suo piccolo grande carico di cose irrisolte. Film educato, dal tocco gentile e rispettoso, ma due ore sono francamente troppe per un racconto di formazione in cui poco, troppo poco, succede. L’ultimo (in ordine di apparizione) dei tre italiani del concorso. Voto 5 e mezzo
27526-questi_giorni_1L’ultimo in ordine di apparizione dei tre film italiani del concorso, non proprio una triade da sfracelli. Pare che a qualcuno in giuria sia piaciuto Spira Mirabilis (l’altoautorialità smaccatamente esibita trova sempre i suoi fan), mentre di questo Piccioni e del tremendo Piuma non è dato sapere, ma è difficile che finiscano nel palmarès, anzi impossibile. Non proprio una pattuglia di sfondamento, questa rappresentativa nazionale, forse tra la produzione italiana disponibile c’era qualcosa di meglio da scegliere, ma tant’è. Del gruppo tutto sommato quello che mi è spiaciuto di meno – sì, è un gioco al ribasso – è Questi giorni di Piccioni. Niente di che, intendiamoci, anzi con gli evidentissimi limiti del cinema itraliano piccolo piccolo che si misura con storie altrettanto minime fino a sfiorare il nulla, lo zero. E poi, madonnasanta, 120 minuti in cui non succede niente, e più che al minimalismo siamo all’anoressia. Eppure c’è in Questi giorni un’educazione, una pulizia di tocco, un rispetto per i personaggi che in un cinema come il nostro quasi naturalmente portato allo sbraco è raro trovare, e non è cosa da buttare via (stona solo il macchiettone tutto-Puglia di Sergio Rubini). Classico racconto di formazione, tutto al femminile, con al centro quattro amiche sui vent’anni e qualcosa variamente problematizzate, alle prese ciascuna con piccoli o meno piccoli disastri e crepe esistenziali. C’est la vie. Quattro ragazze carinissime come molte loro coetanee di questa Italia oggi, e però a interpretarle ci sono attrici ancora in via diciamo così di maturazione, acerbe, aspre, con Marta Gastini un po’ più sicura delle altre. Che poi, scusate, perché sempre quella vaga cadenza da Roma bene anche quando, come in questo caso, siamo nella solita location puglise gentilmente messa a disposizione dall’ormai onnipresente Apulia Film Commission? Si pensa al lavoro sugli attori fatto da Stéphane Brizé in Une vie, tanto per stare in questo festival, e al confronto Questi giorni esce stritolato. Dunque: la più volitiva delle quattro, Caterina, ha trovato un lavoro di cameriera a Belgrado e ha deciso di lasciare il paesello e trasferirsi là in Serbia (ma proprio a Belgrado, non era meglio Berlino e Londra che si guadagna di più?). Le tre amiche decidono di accompagnarla in macchina, un viaggio che – come in infinite narrazioni che abbiamo visto e letto – le cambierà per sempre. Niente di sconvolgente, per carità, solo qualche increspatura in più sulla superficie di vite fino ad allora anche troppo quiete. Scopriamo che una delle tre, in procinto di laurearsi con una tesi su Milton, è gravemente malata, anche se non sappiamo di quale male, visto che lei nulla dice né alla madre parrucchiera (una Margherita Buy stavolta in un ruolo non da borghese nevrotica) né alle care amiche. Del resto questa cifra della discrezione, dell’allusione, del non detto viene adottata da Piccioni lungo tutto il film. Di Caterina, probabilmente lesbica, probabilmente innamorata da sempre dell’amica laureanda (solo così si spiegano certe sue reazioni aspre), probabilmente in via di trasferimento a Belgrado per stare vicina a una ragazza serba, nulla si dice esplicitamente, solo mezze frasi, sottintesi e sottotesti che tocca a noi decifrare. Il che, in tempi di sguiataggini e viscere mostrate al mondo via web, suona più come una qualità rara che un limite. L’altra faccia di questa levità di tocco è che la storia di Questi giorni, le sue storie, tendono ad acartocciarsi su se stesse, a rinsecchirsi fino a diventare polvere impalpabile. Non mancano nel gruppo l’incinta e la mal fidanzata con uno stronzo di famiglia ricca che se la scopa e però non la vuole presentare ai suoi. Sulla strada per Belgrado, in Montenegro, incontreranno dei ragazzi serbi, e tra la laureanda e il più secchione di loro sembra venir fuori qualcosa, ma ci penserà Caterina a boicottare il possibile love-affair. A Belgrado tensioni e conflitti latenti tra le amiche si manifesteranno (no, che non esplodono: l’esplosione non si addice al cinema di Piccioni) e le vite si ridisegneranno. C’est tout, ed è francamente troppo poco.

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