Recensione: QUANDO HAI 17 ANNI di André Téchiné, uno dei film gay più belli (e delicati) da molti tempo in qua

060470291320Quando hai 17 anni (Quand on a 17 ans), un film di André Téchiné. Con Sandrine Kiberlain, Kacey Mottet Klein, Corentin Fila, Alexis Loret. Al cinema da giovedì 6 ottobre.
201614460_1Damien e Thomas hanno diciassette anni, son compagni di scuola. E si odiano. Sempre lì a prendersi a pugni e avvinghiarsi in furiosi corpo a corpo. Ma molte cose succederanno, le vite dell’uno e dell’altro verranno segnate da avvenimenti importanti, e i due scopriranno di non potersi non amare. Il più bel film omosessuale degli ultimi anni, firmato da un signor regista di anni 73 anni che con questo film torna ai suoi massimi livelli. Gran successo alla Berlinale 2016 (anche se poi ne è uscito senza premi). Voto 8+038750

il regista André Téchiné

il regista André Téchiné

Che grande e sorprendente film ha mandato quest’anno in sala quel signore del cinema che è André Téchiné, autore di cose formidabili come Loin e I tempi che cambiano. Un regista che ha il senso, ed è ormai tra i pochi, del cinema classico, della narrazion pura e meticolosamente, artigianalmente costruita, e di personaggi che siano tali, con profondità e spessore, mica fugurine bidimensionali da graphic novel. Uno dei primi a trattare, anche, l’omosessualità in modi non convenzionali e senza correttezze politiche (Niente baci sulla bocca), quando ancora non c’era il same-sex marriage e di stepchild adoption neanche si parlava. Ecco, questo signore, dopo averci dato due film negli ultimi anni non così importanti, anche se di indiscutibile eleganza, come Impardonnnables e il giallo altolocato L’homme qu’on aimait trop, con Quand on a 17 ans torna adesso ai suoi massimi livelli, e non era così scontato. Raccontandoci un altro amore tra uomini, anzi tra ragazzi, anzi tra due diciassettenni compagni di scuola ma inizialmente separati da parecchie cose e diverse appartenenze. Lo fa con fermezza e pudore, grazie a Dio senza ideologismi e bandiere da gay parade, senza recepire né lanciare messaggi, parlando solo di desideri e attrazioni, di vite che con quelle attrazioni ci fanno conti complicati. Che lezione, e non solo di cinema. Che capacità di farci respirare e percepire il vero, di interessarci ancora con una storia gay dopo che il tema è stato sviscerato e sovrarappresentato e sovraesposto in ogni sua possibile variante in decine e decine di film visti negli ultimi anni, negli ultimi festival. Ci voleva un regista ultrasettantenne per avere il più bel film sull’amore omosessuale da un bel po’ di tempo in qua. Di incredibile freschezza e energia, anche se Téchiné non rinuncia alla classicità del suo cinema, ai suoi modi educati di raccontare e di seguire le traiettorie narrative. Non c’è quella sensazione di stanchezza che comunicavano i suoi due precedenti lavori, tant’è che ci si chiede quale sia la fonte di tanta ritrovata vitalità. Forse la storia giovane, forse l’aver chiamato a collaborare alla sceneggiatura Céline Sciamma, la regista di Tomboy e Bande de filles, che di omosessualità (femminile) ha molto trattato. Sembrano difatti molto, molto Sciamma quelle interminabili lotte iniziali tra i due ragazzi, Thomas e Damien, un bullfighting violento, un prendersi a pugni e rotolarsi e avvinghiarsi e farsi del male più e più volte che ci riporta dritti alle lotte di supremazia delle maschie-alfa di Bande de filles. Siamo in una piccola città con dietro montagne fredde e di molta neve, se ho ben capito Pirenei. Damien è un ragazzo buono bullizzato a scuola (non apprezzano granché il suo orecchino), incapace di difendersi, costretto a prendere lezioni di boxe per uscire da quell’inferiorità. La madre, Marianne, è una donna attraente e intelligente, e volitiva, medico sempre in giro a visitar pazienti, il padre è nell’esercito, dislocato in missione in una parte pericolosa del mondo mai citata, ma che somiglia all’Afghanistan. Quando Damien alla lezione di matematica mette in inferiorità sulle equazioni di secondo grado il più sicuro, forte e virile Thomas, ne provoca la rabbia e la vendetta. Da quel momento Thomas, di una bellezza ombrosa e rischiosa, di origine maghrebina ma adottata da una coppia di contadini di montagna e assai attaccato a questa sua famiglia, prende di mira Damien, e sono agguati, botte e ancora botte. Ma l’intelligente madre di Damien capisce che in Thomas c’è come una lacerazione dentro che lo induce a comportamenti tanto violenti. E benché sia il nemico di suo figlio, comincia ad affezionarsi a lui, forse a esserne oscuramente attratta. Quando la madre di Thomas resta incinta dopo innumerevoli aborti, e riesce a portare avanti la gravidanza, Marianne capisce che a tormentare Thomas è la paura di essere abbandonato o meno amato una volta che in casa arriverà un figlio naturale. Lui, peraltro, adora la fattoria dei genitori, adora starsene là in montagna tra vacche e pecore, e non gli importa di doversi fare tre ore a piedi ogni giorno nella neve per andare e tornare da scuola. E però, quando la gravidanza della madre va avanti, Marianne lo convince ad abitare da lei e Damien: sarà meno complicato per lui mantenere i contatti con la madre in ospedale e andare a scuola. Tra i due ragazzi, piccoli maschi alfa, riscatta, e stavolta in casa, la rivalità. Ma siano solo ai primi passi di una complicatissima schermaglia che finirà con l’avvicinarli, e farli innamorare. La rete dei rapporti, la geometria dei desideri e delle repulsioni è però molto più complicata, ed è quanto assicura al film una tensione e una complessità che gli impediscono di cadere nel fotoromanzo gay. Quando hai 17 anni è anche un piccolo trattato sull’ambiguità dell’amore, di ogni tipo di amore, su come non ci siano regole certe dell’attrazione, e come alla repulsione possa subentrare di colpo il piacere, e viceversa. La storia tra Damien e Thomas è una partita aperta, anche se i due protagonisti procedono per istinto senza mai rendersi conto delle loro stesse mosse. Il film dura ben più di due ore, il primo bacio scatta solo verso il minuto 120, ma vi assicuro che non ci si annoia un attimo. Téchiné con una sensibilità rara nel cinema di oggi non forza mai la narrazione verso una conclusione che intuiamo presto ma che arriverà solo quando, lentamente, uno dopo l’altro, si scioglieranno tutti i grovigli, i pregiudizi, le paure che separano i due protagonisti. Quando Damien e Thomas capiranno di non potersi non amare. Si resta incantati e, ebbene sì commossi, per questo procedere lento e non lineare dell’attrazione, così contrastante con i cliché di tanto cinema gay. Téchiné ha ancora la percezione di un’omosessualità come possibile dramma, come attrito e resistenza, non come istanza desiderante tesa alla sua immediata soddisfazione. Semmai come una sfida e una conquista, quando ne valga la pena. Una lezione anche morale. Peccato per l’ultima scena che scade in un patetismo che si poteva evitare, e anche quello scambio sessuale diciamo così paritario, di ruoli, tra i due ragazzi è fin troppo programmatico. Ma sono difetti da niente in un film assai bello.  Sandrine Kiberlain è grande nel ruolo centrale, e molto complesso e non sempre attraente, di Marianne. Damien è Kacey Mottet Klein che avevamo visto bambino nel bellissimo Sister di Ursula Meier e a Locarno (e poi a Torino) nel belga Keeper, ormai uno degli attor giovani europei su cui contare. Ma il film se lo porta via Corentin Fila quale Thomas, uno che è fatto della materia delle star. Alla scorsa Berlinale, dove Quando hai 17 anni è stato presentato in concorso, è piciuto piaciuto incrediblmente perfino ai jeunes critiques.

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