Il film imperdibile stasera in tv: NELLA CASA di François Ozon (mart. 11 ottobre 2016, tv in chiaro)

Nella casa, un film di François Ozon (2012). Rai 5, ore 21,15.
20254556Nella casa (Dans la maison), un film di François Ozon. Con Fabrice Luchini, Ernst Umhauer, Kristin Scott Thomas, Emmanuelle Seigner, Denis Ménochet, Yolande Moreau.20288392Claude, povero ma bello, si insinua per invidia, competizione, ansia di rivincita sociale, nella casa (e nella vita) del benestante compagno di classe Rapha. Cosa vuole davvero? Racconta tutto in una serie di temi in classe che coinvolgeranno sempre di più il suo professore di lettere (e noi con lui). Il prof diventerà suo complice, in una partita che si farà sempre più rischiosa e dagli esiti imprevisti. Siamo dalle parti degli intrecci e degli scambi tra realtà e finzione, tra vita e letteratura, ma Ozon riesce a percorrere il labirinto senza perdersi mai e appassionandoci sempre. Gran film (con citazioni di Teorema di Pasolini esplicite e abbondanti). Voto 82025455520288391François Ozon continua a sfornare a un ritmo impressionante film eccellenti, eppure ho come l’impressione che la critica paludata e istituzionale (di Italia, Francia e ogni dove) continui a non prenderlo troppo sul serio e a considerarlo un eterno, promettente, talentuoso ragazzo della macchina da presa non ancora degno del podio. Forse perché dei maestri solitamente consacrati non ha l’alterigia, la pososità, la pensosità, la pesantezza e neppure l’imponenza fisica (a 50 anni sembra davvero un eterno ragazzo, me lo ricordo lnel 2012 giurato alla Berlinale aggirarsi con quel ciuffo sempre a cascargli sulla faccia ridente). Poi ha il dono della leggerezza, mai che la mette giù dura nei suoi film, e anche questo viene scambiato per superficialità e non glielo si perdona facilmente. Eppure come pochi sa mettere in scena con nitore e pulizia anche le trame più ingarbugliate, ha un’eleganza per così dire connaturata, genetica, adora i generi (dalla commedia al musical al melodramma sirk-fassbinderiano al naturalismo dardenniano) e li sa riprodurre con maniacale affettuosità, o affettuosa maniacalità, fate un po’ voi, e mi riferisco a quelle notevoli operazioni di citazionismo cinematografico e teatrale che erano Otto donne e un mistero e Potiche. Un cinema, il suo, che è sempre metacinema, sempre consapevole di se stesso, pronto a esibire i propri meccanismi interni di funzionamento, in una operazione che in altri tempi – tempi ormai lontani – si sarebbe detta postmoderna (ma oggi?). Come dimostra anche il suo ultimissimo, e al solito sottovalutato, Frantz (cui a Venezia è andato solo un premio minore, il Mastroianni a Paula Beer quale migliore attrice giovane), libero rifacimento, con smontaggio e rimontaggio, di un antico e non così memorabile film di Ernst Lubitsch, Broken Lullaby. Insomma, avrete capito che a me François Ozon piace parecchio, e non riesco a capacitarmi di come continui a raccogliere meno di quanto meriti. Questo Dans la maison, lanciato al festival di San Sebastian 2012, ha poi avuto un cursum honorum di qua e di là niente male, non deludendo neppure al box office. Meritatamente. Perché è un altro gran film ozoniano, lieve e perturbante insieme, di crudeltà sofisticata e assai chic, una crudeltà e un disincanto levigati dallo stile, dai riferimenti letterari, dalla bellezza di un’avvolgente messinscena. Insegnante di lettere in un liceo, Germain (un Fabrice Luchini al limite della perfezione) si imbatte nel tema, assai intrigante, scritto da un suo allievo, Claude, il ragazzo dell’ultimo banco. Dovendo descrivere il suo weekend, Claude racconta di come ha cercato di penetrare nella casa borghese di un suo compagno di classe, Rapha, con il pretesto di aiutarlo nei compiti di matematica. Lui, povero, con un padre invalido e disoccupato, è rimasto soggiogato da quell’ambiente di medio-alto benessere, soprattutto dalla madre di Rapha, Esther, e “dal suo odore di donna borghese”. Germain capisce che lì c’è del talento, che il ragazzo sa scrivere e ha il dono del racconta-storie, e lo incoraggia a proseguire in quella avventura, scritta e vissuta, nella casa degli altri: “Tu sei Sheherazade, io il tuo sultano: mi devi appassionare, se mi annoi ti taglio la testa”. Chiaro il patto, no? Claude si insinua sempre di più “dans la maison” e nella vita dei due Rapha (anche il padre del compagno di classe si chiama così) e della madre, e puntualmente ne fa il resoconto nel tema che poi Germain leggerà e correggerà a casa insieme alla moglie Jeanne, pericolante lavoratrice in una galleria d’arte contemporanea a perenne rischio chiusura. Sembra un gioco, all’inizio, ma poi le cose diventeranno più complicate e anche pericolose. Germain ruberà il testo di un compito in classe di matematica pur di favorire Claude nelle sue manovre di conquista di Rapha e relativa famiglia. Siamo insomma nel campo, non proprio originalissimo ma sempre coinvolgente se il gioco lo si sa condurre davvero, delle relazioni tortuose e degli intrecci tra realtà e finzione, tra vita e letteratura, tra persona e personaggio di cui, tanto per restare solo al cinema recente, abbiamo avuto un esempio non così felice in Ruby Sparks (e in Happy Family di Salvatores). Basandosi – e prendendosi però se ho ben capito parecchie libertà – su un play spagnolo, Il ragazzo dell’ultimo banco, a poco a poco Ozon tesse la sua trama – in ogni senso – e ci risucchia dentro il suo labirinto narrativo. Come il professor Germain, che senza accorgersi lascia cadere le sue difese e si consegna inerme alla rischiosa partita, anche noi spettatori ci lasciamo sedurre dal film e seguiamo Claude che da esterno e da ospite diventa il burattinaio segreto delle dinamiche della famiglia di Rapha fino ad arrivare al suo obiettivo: la conquista di Esther, la madre bella e borghese che lui non ha mai avuto. A loro volta, Germain e la moglie Jeanne da osservatori passivi si lasciano coinvolgere fino a suggerire a Claude le mosse da fare e quelle da evitare, fino a diventare, se non attori, anche loro burattinai. Chi manipola chi? Chi è il signore vero della partita, Claude o Germain? E Germain fa tutto questo per amore della letteratura, per vedere una bella, appssionante storia comporsi a poco a poco sulla carta sotto ai suoi occhi, o per voyeurismo? E chi è davvero Claude, un oucast in cerca della sua rivincita sociale o qualcosa di più e di peggio, un essere luciferino, l’incarnazione del male? Ovvio che al di là di un certo punto realtà e finzione si scambino le parti fino a sovrapporsi e confondersi, sicchè il film si fa volutamente inganno e miraggio, senza però mai sviarci troppo, senza tradire mai il patto fiduciario con lo spettatore. Più che un finale, c’è una progressione che culmina in eventi plurimi che cambieranno i destini delle persone in ballo. Ci saranno vincitori e vinti. Qualcuno darà scacco matto, qualcuno lo subirà. Possiamo dire, senza fare dello spoiling, che è la famiglia nonostante tutto a vincere. L’abilità di Ozon sta nel mantenersi sempre al di qua del cerebrale, nel non cedere mai all’astrazione, alla concettualità, alla bellezza glaciale del gioco autistico fine a se stesso, nel mantenere invece viva la narrazione con colpi di scena, sorprese, cambi di passo e di marcia e di prospettiva, e con personaggi cui non possiamo non legarci. Gran finale, con Germain e Claude a contemplare le finestre del palazzo di fronte, ognuna con la sua scena, i suoi personaggi, la sua possibile storia, in una citazione moltiplicata all’infinito dell’Hitchcock di La finestra sul cortile e del Brian De Palma di Omicidio a luci rosse. Ma è tutto il film a grondare amore cinefilo. C’è il Woody Allen tra realtà e rappresentazione di La rosa purpurea del Cairo e quello dell’attrazione, e del conflitto, di classe di Match Point (è il film che Germain e la moglie Jeanne vanno a vedere). C’è soprattutto il Pasolini di Teorema. Anche qui vediamo un ragazzo-angelo sterminatore che si insinua in una famiglia borghese e la corrode dal di dentro, ne fa eplodere le contraddizioni, anzi Teorema è addirittura filologicamente rifatto e citato nella scena del bacio tra Rapha e Claude (e l’attore ricciolino che interpreta Rapha, Bastien Ughetto, è fisicamente quasi un clone dell’Andrés José Cruz Soublette del film pasoliniano). Di quei film così belli e intelligenti da allargarti il cuore. Avercene. Fabrice Luchini è un Germain che non dimenticheremo, Emmanuelle Seigner la mamma del compagno di classe per cui ogni ragazzo perderebbe la testa (però, per favore, non parliamo volgarmente di milf), Kristin Scott Thomas è una tagliente Jeanne.

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