Recensione: LA VERITÀ STA IN CIELO di Roberto Faenza. Un film su Emanuela Orlandi che sembra una versione estesa di Chi l’ha visto?

Photo courtesy by 01 Distribution

Photo courtesy by 01 Distribution

Photo courtesy by 01 Distribution

Photo courtesy by 01 Distribution

La verità sta in cielo, un film di Roberto Faenza. Soggetto di Roberto Faenza, Pier Giuseppe Murgia, Raffaella Notariale. Con Roberto Scamarcio, Maya Sansa, Greta Scarano, Shel Shapiro, Valentina Lodovini, Paul Randall.

Photo courtesy by 01 Distribution

Photo courtesy by 01 Distribution

A che punto siamo trent’anni dopo con il caso Emanuela Orlandi, la ragazza misteriosamente scomparsa nel 1983?Scene da un rapimento, e soprattutto retroscena e fuori scena, secondo Roberto Faenza. C’è dentro di ogni: il Vaticano, la banda della Magliana e quella rivale del Testaccio, Marcinkus, Roberto Calvi, mafia capitale. Siamo tra Romanzo criminale e Il caso Spotlight (stracultistico Shgel Shapiro direttore che manda la giornalista Maya Sansa a investigare). Ma il vero modello, si spera inconscio, resta Chi l’ha visto? Voto 4 e mezzo

Photo courtesy by 01 Distribution

Photo courtesy by 01 Distribution

Titolo da film popolar-parrocchiale anni Quaranta-Cinquanta, tra un Augusto Genina e un Raffaello Matarazzo dei più scatenati. Invece trattasi di un film di quest’anno del Signore 2016, volto a rilanciare-rconsiderare uno dei casi più eclatanti della cronaca nera italiana (e vaticana) di fine Novecento, la scomparsa di Emanuela Orlandi avvenuta il 22 giugno 1983. E lo fa importando il modello cinematografico molto americano del giornalismo d’assalto e d’investigazione che-non-guarda-in-faccia-a-nessuno, genere Spotlight per intenderci,e  applicandolo alla realtà nostra con qualche goffaggine. Non sono un esperto del caso Orlandi, dunque non saprei dire quanto del film sia suffragato da sentenze, risultanze e indagini ufficiali, quanto sia stato aggiunto sulla base di investigazioni giornalisiche o di altra fonte, e quanto di ipotesi più o meno supportate da fatti. La mia impressione immediata è stata che la ricostruzione proposta da Roberto Faenza, tornato dopo tanti film di estrazione letteraria a misurarsi con storie e cronaca di casa nostra, tuttosommato tenesse, che avesse una sua coerenza, che le connessioni tracciate tra la scomparsa della ragazza, la scena criminale romana alla Romanzo popolare (la banda della Magliana, cui si aggiunge quella detta dei Testaccini) e i soliti misteri d’Italia (la morte di Roberto Calvi), non fossero così arbitrarie. Che insomma un qualche brandello della verità, se non proprio tutta, andasse cercata lì, in quel pantano. Poi, a uno sguardo più ravvicinato, e man mano che cercavo di afferrare la rete argomentativa stesa dagli autori, m’è parso di intravedere un che di forzato, un voler fare rientrare ogni dettaglio in un compatto e grande Disegno Unico Criminale. La ricostruzione del film si basa parecchio sulle rivelazioni fatte a una giornalista di Chi l’ha visto? da una testimone eccellente, la ex moglie del calciatore laziale Bruno Giordano, Sabrina Minardi, poi diventata la donna di un boss della banda dei Testaccini, Enrico De Pedis detto Renatino, secondo La verità sta in cielo l’effettivo esecutore per conto di poteri forti criminali dell’intero affare Orlandi. Solo che sulla Minardi, le cui affermazioni francamente non so quanto siano state avallate da inchieste ufficiali e sentenze, qualche corposo dubbio viene (lo dico da spettatore). Come mai centellina le sue rivelazioni alla giornalista? Come mai parfla a molti anni di sistanza dai fatti? Quanto è affidabile, vista l’evidente instabilità emotiva anche per via di uso di sostanze alteranti quali coaina? Soprattutto, è credibile che il De Pedis le rivelasse dettagli così scottanti del rapimento di Emanuela Orlandi, coinvolgendola addirittura nel trasporto di lei priva di sensi? Comunque, è attorno a lei che La verità sta in cielo costruisce il suo impianto. Riassumendo velocemente la prima parte del film, e senza svelare troppo: Emanuela Orlandi, cittadina della Città del Vaticano, figlia di un dipendente del Vaticano, viene rapita dalla malavita romana, da uomini vicini al boss della banda del Testaccio De Pedis. La ragione? Fare pressioni sulla Santa Sede, e in particolare sul chiacchierato monsignor Marcinkus responsabile dello Ior, la banca vaticana, perché restituisca i soldi di provenienza criminale che gli erano stati affidati, e da lui utilizzati per coprire i buchi delle sue speculazioni. Questo l’asse narrativo del film, quello su cui La verità sta in cielo si gioca tutto, compresa la propria tenuta drammaturgica e spettacolare. Non sto a discutere quanto raccontato, dico solo che un certo odore di complottismo qua e là lo si avverte, che c’è un filo di compiacimento di troppo, e un troppo di virtuosa indignazione politicamente e democraticamente corretta, quando si indica il conglomerato Vaticano/Ior-mafia capitale di oggi-criminalità organizzata di ieri come il crocevia di ogni nequizia e la palude ove rintracciare la verità sul caso Orlandi. E se ricordo bene, mi pare che a un certo punto si tirino in ballo pure i servizi segretio deviati. Insomma, si rischia di stare per l’ennesima volta in quella narrativa sui Misteri d’Italia che si è consolidata come una leggenda nera e come verità popolarmente condivisa nelle (in)coscienze di questo paese, dove è tutto un complotto, tutto un manovrare dietro le quinte di forze oscure, tutto un lercio segreto di stato. Che un bel po’ di pagine nere ci siano state dagli anni Sessanta in poi in questa bella Italia non si discute, altra cosa però è ricondurvi ogni caso irrisolto, ogni malefatta. Quanto al come tutto questo è raccontato e messo in scena, ecco, non è che si vada tanto in là rispetto alle ricostruzioni di Chi l’ha visto? Stile ed estetica vetero-televisivi, fattura onesta e anonima, con un qualcosa dei vecchi film di denuncia anni Settanta, ma senza la mano robusta di un Francesco Rosi. Il tutto aggiornato alle nuove voghe tra Romanzo Criminale e Suburra (vedi la parte con Riccardo Scamarcio e i lussi coattissimi della sua way of life: uno Scamarcio peraltro bravo quale Renatino De Pedis, e però, scusate la trivialità della domanda, perché mai uno che di nome faceva Enrico poi veniva chiamato Renatino?). A non funzionare proprio è la mala idea di spiegarci la rava e la fava attraverso una giornalista investigativa – un’eroica Maya Sansa alle prese con un ruolo impossibile e dialoghi che lo sono anche di più – mandata a indagare oggi a Roma sul caso dal suo direttore londinese. Diciamo la coppia Michael Keaton-Rachel McAdams di Spotlight però in versione cinema italiano attuale. Oltretutto con, straculto assoluto, Shel Shapiro, che per chi ha un’età vuol dire tanta roba e tanti ricordi, nella parte del direttore english speaking residente in London. Intanto intorno a Maya Sansa tutto è torbido, pericoloso e indecrifrabile, e le grandi manovra per oscurare e cancellare continuano. Parafrasando la last line di Chinatown: dimentica tutto, è Roma. Greta Scarano dopo Suburra è notevole in un altro ruolo coattissimo, quello di Sabrina.

Questa voce è stata pubblicata in al cinema, cinema, Container, film, recensioni e contrassegnata con , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

2 risposte a Recensione: LA VERITÀ STA IN CIELO di Roberto Faenza. Un film su Emanuela Orlandi che sembra una versione estesa di Chi l’ha visto?

  1. d. scrive:

    Non capisco, è nel film che viene chiamano Robertino o trattasi semplicemente di imprecisione? De Pedis era infatti detto Renatino. Ad ogni modo, se da un tema così controverso e irrisolto esce solo un filmetto – stando al suo autorevole parere – si tratterebbe purtroppo di una grande occasione sprecata, che nulla aggiunge e ancora meno lascia in dote al cinema..

  2. Luigi Locatelli scrive:

    Enrico detto Renatino: ha ragione. Mia svista, adesso correggo Robertino in Renatino

Rispondi