Il film imperdibile stasera in tv: A DANGEROUS METHOD di David Cronenberg (dom. 16 ott. 2016, tv in chiaro)

A Dangerous Method di David Cronenberg, Rai Movie, ore 21,10.1982869819828707
10A Dangerous Method
, regia di David Cronenberg, da un play di Christopher Hampton. Interpreti: Keira Knightley, Viggo Mortensen, Michael Fassbender, Vincent Cassel.14Un grande film cronenberghiano che sa parlare anche al pubblico più vasto. La nascita della psicanalisi vista attraverso il triangolo pericoloso Sigmund Freud-Sabina Spielrein-Carl Gustav Jung. Un film di idee e di corpi, di furori teorici e passioni della carne.
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Quando l’han dato a Venezia – era il 2011 – i cronenberghiani duri e puri non hanno completamente gradito, ho sentito una tizia lamentarsi perché “questo in fondo è un film su commissione, un film commerciale, e anche in costume”. Come se l’essere su commissione costituisse un marchio di infamia. Conviene rammentare ai puristi antimercato che anche la Cappella Sistina fu commissionata, tanto per dire, e che se non ci fosse stato il committente, che era poi un papa, a stimolare e anche minacciare il signor Buonarroti, forse non sarebbe mai stata finita e a quest’ora non potremmo goderne la visione.
Certo è che David Cronenberg a 70 anni e oltre sembra aver raggiunto una maestria assoluta, la capacità di contemperare il perturbante, l’inquietante, che sono poi il segno del suo cinema, con lo spettacolo anche mainstream e una messinscena armonica e levigata. Ma gli succede già da parecchi film, almeno da History of Violence, con il quale ha fatto pace con il cinema-industria e il pubblico senza però svendere la propria anima (e infatti il successo e gli incassi sono puntualmente arrivati come mai o quasi mai prima nella sua carriera). Lo ha accompagnato in questo percorso di pacificazione (con Hollywood, con le grandi produzioni, con il pubblico) Viggo Mortensen, ormai il suo attore-feticcio: era in History of Violence, poi in La promessa dell’assassino, è adesso in A Dangerous Method.
Il film è puro cinema e puro Cronenberg, pur essendo tratto da un testo teatrale di Christopher Hampton. Il regista canadese lo fa suo, se ne appropria, lo adatta ai propri fantasmi, lo piega alle sue ossessioni, lo customizza e lo personalizza: esattamente quello che non ha fatto o non è riuscito a fare Roman Polanski in Carnage, che al play di partenza di Yasmina Reza poco ha aggiunto. Il metodo pericoloso del titolo è quello della psicanalisi, o psicoanalisi (la o la si aggiunge o la si tralascia a seconda che si appartenga alla scuola junghiana o freudiana), che nei primi anni del Novecento sovverte la psichiatria e non solo quella mettendo a punto una terapia della malattia mentale e del disturbo psichico fondata sulla parola, e sulla centralità della sessualità. In scena ne vediamo il padre fondatore, Sigmund Freud, un Viggo Mortensen immensamente bravo e convincente che sarebbe da oscarizzare seduta stante, vediamo i suoi seguaci riuniti intorno a lui a Vienna, vediamo soprattutto il suo discepolo prediletto e più talentuoso, Carl Gustav Jung, che poi si staccherà da lui e in qualche modo lo tradirà. Ma Hampton, e Cronenberg, evitano il bigino di psicanalisi e hanno l’astuzia e il mestiere di raccontarci quello snodo cruciale della cultura attraverso una storia che è di amore, scienza, devozione, ribellione, tradimento, e sesso, molto sesso. Freud annuncia al mondo che gran parte dei disturbi psichici sono dovuti alla rimozione dell’eros, forza oscura che va dunque studiata, analizzata, nominata, riportata alla luce perché dalla malattia (e anche dal disagio della civiltà) ci si possa riscattare. Questa idea scandalosa la vediamo non solo enunciata ma incarnata, calata nelle vicende degli stessi protagonisti. Carl Gustav Jung conduce i suoi studi nella scia del maestro Freud in un clinica di Zurigo, circondato dagli agi e sorretto da una moglie bella, devota e molto ricca. Ma il perturbante (il perturbante cronenberghiano) si presenta da lui e ne sconvolge la vita attraverso l’arrivo di Sabina Spielrein, una ragazza ebreo-russa bella e talentuosa ma impedita a una vita felice dalla sua isteria, dai suoi attacchi di panico. Da Jung vuole essere guarita, attraverso di lui vuole rinascere. Succederà molto di più tra loro, il medico si innamora della sua paziente, ne fa una sua allieva, attraverso la terapia analitica porta a galla il masochismo nascosto dentro di lei e, picchiandola e frustandola sadicamente, la soddisfa e si soddisfa sessualmente. Una storia privata che rischia di destabilizzare le vite di entrambi, ma che è anche una formidabile occasione di conoscenza, materiale di studio per lui e per lei, una storia che diventa scandalo e arriva all’orecchio dello stesso Freud. Sull’asse Vienna-Zurigo corrono molte missive, Jung e Freud si incontreranno più volte, per poi allontanarsi sempre di più, fino alla rottura finale. E anche tra Sabina e Jung il distacco sarà netto.
A convincere in A Dangerous Method è la sintesi tra fatti e misfatti privati, e il racconto romanzesco della nascita di una disciplina che sconvolgerà il mondo (“non sanno che siamo venuti a portagli la peste”, dice Freud a Jung mentre stanno arrivando in piroscafo a New York e la Statua della Libertà si staglia davanti). La fictionalizzazione anzichè svilire e depotenziare la psicanalisi ne mette in luce invece aspetti laterali e poco esplorati. La differenza ineluttabile tra Freud e Jung ad esempio, così profonda da essere incolmabile. Jung è ricco e vive in una villa sul lago, Freud abita con la sua numerosa famiglia (sei figli) in un appartamento non certo lussuoso di Vienna. Jung è cristiano-protestante, Freud ebreo. In una memorabile scena Freud dice a Sabina: “Come poteva funzionare tra te e un protestante? Tu sei ebrea, ti devi cercare uomini ebrei”. Che non è un arroccamento identitario all’interno del proprio mondo, è lucidità, è consapevolezza delle differenze e di quanto sia complicato superarle. Dietro la perfezione formale della messinscena (costumi, scenografie, location) sbucano molti fantasmi e molte ossessioni, che Cronenberg puntualmente ci fa pervenire. Gli interpreti: di Mortensen s’è già detto, il suo Freud ironico, sornione, autorevole e all’occorrenza inflessibile e autoritario, è monumentale. Michael Fassbender è uno Jung nevrotico, energico e ambizioso al punto giusto, Keira Knightley è la paziente perfetta, anche se eccede nelle scene di pazzia e isteria.

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