Recensione: INFERNO, un film di Ron Howard. Dante, Tom Hanks e il mistero Dan Brown

10338663_1678731025748619_1130258380497629408_oInferno, un film di Ron Howard. Tratto dal romanzo Inferno di Dan Brown, Mondadori. Con Tom Hanks, Felicity Jones, Omar Sy, Sidse Babett Knudsen, Ben Foster, Irrfan Khan.
13668766_1729922220629499_563892716070083033_oTerzo capitolo, dopo Il codice Da Vinci e Angeli e demoni, delle cineavventure del detective dei misteri Robert Langdon creato da Dan Brown. Stavolta si mette di mezzo un ecologista pazzo che per salvare il pianeta vuole sterminare l’umanità. Più citazioni dantesche in gran quantità, visioni e allucinazioni ovviamente infernali, e tutto un muoversi e sbattersi tra Firenze e Venezia (con finale a Istanbul). Una benedizione per il nostro turismo. Ma il film? Non peggio dei precedentì, girato col solito buon mestiere da Ron Howard. È il format del thriller storico-esoterico a mostrare però segni di usura. Voto 5 e mezzo

Il regista Ron Hoeard, Tom Hanks e tutto il cast a Firenze alla prima mondiale del film

Il regista Ron Howard, Tom Hanks e tutto il cast a Firenze alla prima mondiale del film

Ricomincia la cineavventura – siamo al captolo terzo – del professor Robert Langdon, il detective del niente (qualcuno ha mai capito cosa faccia nella vita per guadagnarsi il pane?) inventato con le fortune editorial-bestselleristiche che sappiamo da Dan Brown. Con un Tom Hanks/Langdon tra i casi più clamorosi di miscasting della storia del cinema, che quando mi ritrovai a vedere Il codice Da Vinci (visione non folgorante) stentai a riconoscere nel sempre molto amabile ma non sessualmente irresistibile Hanks l’investigatore figaccione del libro. E però il pubblico globale ha premiato sia quel film che la successiva storia danbrowniana sempre con Langdon, Angeli e demoni, e allora va bene così. Adesso rieccolo, Tom Hanks, nell’avventura numero tre della serie, e son passati sette anni da Angeli e demoni e la bellezza di dieci dal fondativo Il codice Da Vinci, tant’è che ormai non lo si può proprio guardare mentre scappa, lotta, sgambetta, passa indenne o quasi (qui è ferito e smemorato, ma pur sempre kicking and alive) attraverso gli agguati dei suoi molti nemici. Mai credibile, nonostante il suo sommo mestiere d’attore e nonostante la tinta ai capelli e una radicale remise en forme si immagina sotto l’occhiuta sorveglianza di dietologi e personal trainer. Deve però rinunciare, pena il ridicolo, a fare il bell’amoroso e stavolta con la ragazza di turno, la meravigliosa Felicity Jones (ricordate? era la moglie di Stephen Hawkins in La teoria del tutto), ha una liaison asessuale di tipo protettivo-paterno (non so se sia altrettanto nel libro, che non ho letto e non ho intenzione di leggere: mi son bastati Il codice Da Vinci e Angeli e demoni). Stiamo a vedere come risponderà il pubblico americano – Inferno uscirà negli Usa il 28 ottobre -, e però intanto in Italia al primo weekend di programmazione ha spaccato, come dicono i ggiovvani, incassando quasi 5 milioni di euro, un’enormità al giorno d’oggi, il miglior risultato tra tutti i paesi in cui è stato distribuito, più di Germania e Gran Bretagna. Ma noi italiani vogliamo bene a Dan Brown e derivati da sempre, e poi come si fa a non premiare Inferno, che è girato quasi tutto a Firenze con pure una balla escursione a Venezia, insomma uno spottone venite-in-Italia come il cinema americano non faceva da una vita. Un successo vistoso anche a dispetto dei molti signori della critica che dalle nostre parti l’hanno distrutto, a conferma che le platee di recensioni e recensori se ne sbattono seguendo tutt’al più il tam-tam sui social e il wourd-of-mouth amicale (semmai, i critici hanno ancora una qulache funzione di orientamento per i cosiddetti film di qualità e il loro ultraminoritario pubblico). Per carità, Inferno è la solita paccottiglia danbrowniana, messa fedelmente in cinema anche stavolta dall’iperprofessionale e non così anonimo Ron Howard, di complotti, esoterismi, oscure simbologie, sette variamente apocalittiche, segreti custoditi nei templi più consacrati della cultura mondiale, riesumazioni di Storia e improbabili storie del passato arditamente connesse con l’oggi. E però non mi pare peggio di Il codice Da Vinci e Angeli e demoni, è sempre quella minestra lì con gli stessi stessissimi ingredienti, ergo non mi capacito di come di colpo il danbrownismo fatto cinema venga mazzolato dopo tanta indulgenza mostrata nei confronti dei precedenti. Cosa sarà mai successo? Forse che la prima mondiale in pompa magnissima a Firenze in presenza di uno degli uomini più detestati del momento, il nostro presidente del consiglio, insomma Mister Rererendum, abbia indispettito i più? Ma no, sto cadendo anch’io in complottismi e dietrologie, meglio andare avanti e rimuivere certi pensieri molesti. È tutto apparentemente come nei precedenti capitoli 1 e 2, solo che il tempo qualche segno l’ha lasciato, e non solo su Tom Hanks. L’impressione, per me che il thrillerone storico con incursioni finto-colte nella storia dell’arrte e della letteratura non l’ho mai amato neanche ai tempi belli, è che il genere sia ormai sfiatato, logoro per sfruttamento intensivo e per i troppi cloni e autocloni. Non bastasse, il publico medio-globale è cambiato parecchio nel frattempo e ormai mette mano alla pistola al più vago sentore di cultura, storia e ogni altra cosa che richieda un minimissimo pensiero, una elaborazione purchessia, uno sforzo mentale anche micro. Se dieci anni fa la formula Dan Brown con la sua divulgazione ultrapop di arte e storia aveva un’indubbia presa su spettatori ancora voglioso di riscatti culturali a basso prezzo, oggi che l’ignoranza di massa si esibisce orgogliosamente senza più giustificarsi qualla funzione è venuta meno. Il che mi induce a pensare che dopo il botto del primo weekend gli incassi possano calare vistosamente (sarei ben lieto di ricredermi, vorrebbe dire che a funzionare non sono solo supereroistici e cartoni di varia specie). Resta il puro impianto thrilleristico. E allora, funziona Inferno, e quanto funziona? Ma sì, si arriva alla fine senza essersi troppo annoiati, basta non prendere sul serio le continue e compunte citazioni dantesche buttate lì, più che per ragioni narrative, per autocrearsi un’aura di santità culturale e traghettare il film dal pop verso zone più nobili. Finendo ovviamente col produrre il massimo del kitsch. Mentre è a Firenze, Robert Langdon viene aggredito e ferito alla testa. Perderà la memoria per qualche giorno, la sua testa si affollerà di incubi e visioni naturalmente dantesche, tutto un girone infernale signora mia, e malebolge con mostri, umani disumanizzati, appestati e untori, e naturalmente fiamme, fiamme e fiamme peggio che nell’Inferno di cristallo. Aiutato da una giovane dottoressa inglese, il nostro a poco a poco si rende conto di stare al centro di un complotto terribile che rischia di mandare in malora il mondo, con a tirarne le fila un villain alla James Bond intenzionato a usare un virus per far fuori una bella quota di umanità. A muovere il bilionario pazzo (oggi van molto nei film i giovani tycoon che han fatto i dané col web e zone limitrofe) è un afflato ecologista eccessivo e deviato, il considerare l’uomo il maggior poricolo per la sopravvivenza del pianeta. Dunque solo togliendone di mezzo la gran parte e ridurlo a modica quan tità ecosostenibile si potrà salvare Nostra Madre Terra. Caricatura non male di certi deliri ambientalisti (c’è davvero gente che individua nell’umanità il maggior elemento inquinante del pianeta), peccato che l’idea non sia così nuova, la si è vista un paio di anni fa nello spinistico niente male Kingsman – Secret Service. Per arrivare alla fatale sacca del virus e disinnescara, Langdon dovrà passarne di ogni, decodificando innanzitutto i vari messagggi cifrati disseminati nell’illustrazione botticelliana dell’Inferno di Dante, e poi correre correre correre per Palazzo Vecchio, il giardino di Boboli, il corridoio del Vasari e poi via verso Venezia (in treno Italo, con product placement vistosissimo), e dopo piazza san Marco a Istanbul tra Santa Sofia e la mervigliosa Cisterna sotterranea bizantina. Che son sempre dei bei posti da vedere. Mentre a tendergli agguati e trappole non c’è solo la ghenga del bilionario matto ma anche le forze speciali dell’Organizzazione mondiale dela sanità (mah), sufìdivise tra forze del bene e forze deviate. C’è anche un antico amore ritrovato da Langdon, nella persona di un’ispettrice Oms interpretata dalla stupendissima danese Sidse Babett Knudsen (era in La corte con Fabrice Luchine, io l’adoro da quando la vidi al Torino Film Festival nel lesbo-thriller The Duke of Burgundy, un omaggio al morboso-erotico italiano anni Settanta di Lucio Fulci e Umberto Lenzi). L’amnesia di Langdon, peraltro assai selettiva visto che certe cose se le ricorda benissimo e altre per niente (dipende da come si deve mandare avanti il plot), non è granché attendibile, la parte finale di scazzottameti nell’acuqa della Cisterna di Istanbul abbastanza ridicola. Ma tuttosommato il suo lavoro Inferno lo fa, che è quello di intrattenere e anche di fornire alle masse una certificazione altoculturale. Sempre che alle masse interessi ancora. Doppiaggio infame del povero Omar Sy, cui vien attribuita una vocina chioccia con accento francese alla Clouseau. Basta con simili scempi, passiamo alle VO con sottotitoli. Partecipazione speciale del divo di Bollywood Irffan Kahn quale cattivo-ma-non-troppo, che così anche il mercato indiano è garantito.

 

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