Film stasera in tv: CARNAGE di Roman Polanski (merc. 26 ott. 2016, tv in chiaro)

Carnage, Iris, ore 23,34.
19854181-700x434Carnage, di Roman Polanski, tratto dal lavoro teatrale di Yasmina Reza. Interpreti: Jodie Foster, Kate Winslet, Christoph Waltz, John C. Reilly. Ripubblico la recensione scritta dopo la presentazione del film al Festival di Venezia 2011.
Delusione. Polanski non va oltre la professionale e un po’ svogliata messinscena di una collaudato testo teatrale di Yasmina Reza. Due coppie si incontrano dopo che i loro figli si sono menati in un parco. Si parte in modo civile, finisce in uno scontro selvaggio. E Polanski sta a guardare.carnage_3-700x465Mezza delusione, e anche qualcosa di più di mezza. Pompatissimo gran ritorno al set, questo Carnage, dell’esule Polanski dopo il sopravvalutato e troppo premiato L’uomo nell’ombra, dignitoso film tratto però da un romanzo ridicolo; soprattutto, ritorno al lavoro dopo la prigionia svizzera con rischio di estradizione in terra americana. Tutto sembrava nascere nel modo migliore, con alla base un play rappresentato in tutto il mondo e anche quello molto premiato di Yasmina Reza, e con la decisiva collaborazione alla sceneggiatura della stessa commediografa, peraltro amica da tempo di Polanski (per cui aveva scritto la versione teatrale delle Metamorfosi kafkiane). Invece Carnage non è molto di più di una professionale e in fondo svogliata e anche impersonale messinscena di Le Dieu du Carnage, Il dio del massacro, questo il titolo originale della pièce. Polanski sembra assente ingiustificato, smista il traffico delle battute (che si susseguono a mitraglia) e gli attori con annoiato mestiere, senza metterci del suo, senza un’invenzione registica (a parte il criceto della scena finale), narrativa o visiva. Perfino in L’uomo nell’ombra aveva fatto di più, muovendo i personaggi in quell’allarmante casa-bunker e su un litorale livido che ricordava i suoi remoti Il coltello nell’acqua e Cul-de-sac.
Qui in Carnage neanche quello, non si fuoriesce da un appartamentino medio borghese in cui non c’è niente che si carichi di significato, che ci dica o suggerisca qualcosa. Non c’è un movimento di macchina che si ricordi, solo parole e parole, un flusso di parole anche intelligenti, anche acuminate che però risucchiano dentro di sè, calamitano nel proprio vortice tutto il film e ogni possibile idea di messinscena. Una svogliatezza, questa di Polanski, che ricorda certe altre sue prove con la mano sinistra, tipo La morte e la fanciulla, anche quello forse non casualmente tratto da un testo teatrale.
Due ragazzini si menano in un parco newyorkese, uno ne esce con due denti rotti. I genitori si ritrovano per risolvere la faccenda, tentare una riconciliazione. Due coppie che si incontrano e cercano di evitare lo scontro e di aprire un confronto. Nancy e Alan sono i genitori dell’aggressore, Penelope e Michael dell’aggredito. Tutta gente molto civile della middle class, con qualche velleità upper, di New York. Penelope scrive ogni tanto libri sull’Africa, è come ci si immagina una newyorkese politically correct: attenta alle tragedie del mondo, Darfur in testa, e a quelle di casa, pronta a impegnarsi per ogni causa. Il marito è un brav’uomo che vende sanitari e certe volte non sa come prenderla quella Bovary dalle infinite aspirazioni che si ritrova in casa. Alan è invece un avvocato di una casa farmaceutica, e piuttosto che parlare delle botte che si son date i due ragazzi se ne sta sempre al telefono con il boss dell’azienda. Sta per scoppiare uno scandalo su un farmaco della casa dai pesanti effetti collaterali, e lui deve trovare il modo di fermarlo. Il confronto, la partita di doppia coppia, parte molto civilmente, poi per slittamenti progressivi si incanaglisce e degenera. Dallo scambio di cortesie alle minacce agli insulti. Sotto la scorza del civilizzato c’è  il selvaggio assetato di sangue, siamo tutti dominati dal dio del massacro, suggeriscono Reza-Polanski. Che non è una gran morale, anzi è una morale un po’ da conversazione in treno, e neanche tanto nuova. Il play, il film, sono lo svolgimento anche pedissequo di quella premessa teorica. Basta un niente per trasformare i quattro in belve iraconde: una pessima torta di mele e pere che provoca un vomito devastante, e ci vanno di mezzo gli adorati libri d’arte di Penelope, la quale al grido di “il mio Kokoschka” incomincia a dar fuori di testa (in Bridemaids – Le amiche della sposa a procurare simili effetti, e anche peggiori, è invece un churrasco al ristorante brasiliano). Figuriamoci quando poi Michael scopre che sua madre si sta curando proprio con il farmaco killer prodotto dall’azienda di Alan. L’animalista Nancy intanto rimane inorridita nell’apprendere che il pacifico Michael ha preso il criceto di casa e l’ha sbattuto in strada al grido di “Non sopporto i roditori”. La coppia in visita (Nancy e Alan) è sempre lì lì per andarsene, ma non se ne va mai e, come nell’Angelo sterminatore bunueliano, c’è sempre qualcosa che li trattiene, e il risultato inevitabile è che i quattro rinchiusi in cattività si sbranano, in un jeu de massacre nella forma del più claustrofobico kammerspiel. Come nel vecchio, caro Chi ha paura di Virginia Woolf?, anche quello sulla deriva in doppia coppia, si incomincia pure a bere pesante, e tutto deflagra. Si finisce naturalmente con un “mio figlio ha fatto bene a menare il tuo, un frocetto che non è neanche buono a difendersi”, e nelle urla di tutti.
Per carità, l’escalation (come si diceva decenni fa) è calcolata da Yasmina Reza al millimetro, non c’è una battuta di troppo, il meccanismo non si inceppa mai, il pubblico partecipa, ride, si indigna, un po’ si rispecchia in quei quattro così civilizzati, così ipocriti, e così vogliosi di tirar fuori tutto il rancore e la rabbia che hanno in corpo. Ma non c’è niente oltre a questo. Non si va davvero in fondo, non si scava davvero, non si mette davvero impetosamente a nudo niente, come riescono invece a fare i veri grandi testi. Questo è un lavoro che un po’ provoca e molto rassicura, in fondo buon teatro boulevardier d’una volta aggiornato alla crudeltà e al cinismo d’oggigiorno. Formidabile vehicle per attori, comunque. Che qui sono Kate Winslet (Nancy), Christoph Waltz (Alan), Jodie Foster (Penelope) e John C. Reilly (Michael). Il meglio è Waltz, il più autenticamente polanskiano, carogna dai modi soavi e civili, una parte che gli riesce molto bene fino da Inglorious Basterds. E poi Jodie Foster, che fissa indelebilmente nella nostra memoria la sua isterica dama politically correct.

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