Un film molto francese stasera in tv: MOLIÈRE IN BICICLETTA (giov. 7 nov. 2016, tv in chiaro)

Molière in bicicletta, Rai Movie, ore 23,15. Giovedì 17 novembre 2016.
Recensione scritta all’usc ita in sala del film.
20396788Molière in bicicletta, di Philippe Le Guay. Con Fabrice Luchini, Lambert Wilson, Maya Sansa, Camille Japy, Ged Marlon.20396793Gauthier cerca di convincere Serge, da anni autoesiliato all’Île de Ré, a recitare con lui a teatro Il misantropo di Molière. Confronto-sfida tra i due, mentre provano. Il teatro che imita la vita, e la vita il teatro, perché il vero misantropo, l’odiatore del mondo, è Serge. Film francese, francesissimo, elegante e di buone maniere, di ironie boulevardier, ma non privo di crudeltà. Voto tra il 6 e il 7.20372677Non so se sia un grande film, certo è un bel film elegante, di buone maniere, colto, anche se non per pochi, anzi per tutti (o quasi). Scolasticamente girato magari, e senza troppe invenzioni, secondo una grammatica e una sintassi della macchina da presa da cinema di papà (o del nonno, o forse delle vecchie zie), però perfettamente scritto. Film di dialoghi, film di parola, più che di regia. Dialoghi cui ha collaborato l’Emmanuel Carrère di Limonov. Non è il cinema che amo questo, però di Molière in bicicletta riconosco la buona e astuta confezione, la sapienza artigianale, il gusto impeccabile, la leggerezza di tocco anche nei momenti più didascalici e pedagogici. Un film borghese, ecco, risultato di un mondo, di una cultura, di una Francia che noi, inteso come Italia, non siamo proprio. Non è per autodenigrarsi e autoflagellarsi secondo il modello mentale ben conosciuto e assai diffuso dell’odio di sé italiano, ma noi film così non li sappiamo fare, non ci appartengono. Sì, qualcosa di vagamente simile ogni tanto affiora, intendo, un cinema educato e non popolaresco, non vernacolare (penso quest’anno a Viva la libertà di Andò), ma si tratta di emersioni casuali, sporadiche, intermittenti, mai davvero collegabili a un retroterra culturale diffuso, mai radicate in un humus socialmente allargato. Invece questo film di Philippe Le Guay, autore qualche anno fa di un altro successo come Le donne del sesto piano, ha incassato in patria 10 milioni di euro, che non sarà un’enormità ma è pur sempre un bel gruzzolo. 10 milioni tirati su con una cosa in cui almeno il 30 per cento dello spazio narrativo è occupato da letture (recitate) di Molière e del suo Misantropo, ma ci pensate da noi? Fors’anche perché non abbiamo un autore nazional-classico e insieme popolare come Molière (parlo di teatro, e non si tiri in ballo Dante per favore), non abbiamo una lingua nazionale diffusa e consolidata da secoli come il francese (la conquista da parte dell’italiano di tutte le aree del paese è cosa recente ed è dovuta alla televisione, che è riuscita laddove anche la scuola aveva parzialmente fallito). O forse perché – però le cose son tutte legate e tutte si tengono a pensarci bene – non abbiamo mai avuto un ceto borghese così ampio dalla cultura condivisa, che si riconoscesse in un canone certo. Sì Goldoni, sì Alfieri, ma il primo etnico e vernacolare, il secondo mai davvero conosciuto e amato dalle masse. Invece Molière, come altri, come Marivaux  (vedi La vie d’Adèle), è pane quotidiano, e imposto, nelle classi scolastiche, sicché entra in circolo in tutte le menti. Dunque: Molière in bicicletta (che in origine fa Alceste in bicicletta, dal protagonista del Misantropo). Gauthier, attore, star di una serie tv molto amata dove interpreta un neurochirurgo alle prese con casi estremi, vuole mettere in scena Il misantropo. Sul palco amerebbe avere accanto Serge, attore d’ecellenza ritiratosi da qualche anno a vivere all’Île de Ré, al largo di La Rochelle, disgustato dalla crescente volgarità non solo dell’ambiente teatrale e cinemotagrafico, ma del mondo. Il film è questo, è il tentativo di Gauthier (Lambert Wilson, in gran forma, anche se un po’ inquartato) di convincere Serge (Fabrice Luchini, stratosferico), di sedurlo, di condurlo verso il suo progetto. Che è quello di affidargli a teatro la parte di Filinte, l’amico e antagonista su cui si riversano gli atrabiliari umori di Alceste. Ma qui sorge la prima grana. Serge non ne vuole sapere della parte di Filinte, lui vuole essere, anzi lui è, Alceste. Si addiviene a un compromesso, si scambieranno ruoli, una settimana a testa. Cominciano le prove, o meglio le leture recitate, lì a casa dell’eremita Serge. Meravigliosi momenti in cui il testo teatrale rispecchia la realtà e il carattere dei due, in un continuo entrare ed uscire dalla finzione, anzi mescolando i due livelli fino a confonderli. Serge è il Misantropo perfetto perché lo è lui stesso, essendo la sua scelta, come per Alceste, quella di estraniarsi dal mondo non potendolo più sopportare. Il confronto tra i due attraverso il testo di Molière è il cuore vero del racconto. Sono scintille, perché ognuno è narciso senza remissione e vuol prevalere a discapito dell’altro, cannibalizzarlo, ma sono anche momenti di abbandono, mutua comprensione, lampi di amicizia. Con giri in bicicletta per l’isola che consolidano il patto tra i due (e consentono di mostrare al pubblico uno dei posti vacanzieri più amati dai francesi, il che non guasta). Qual è il gioco, la partita tra Serge e Gauthier? In fondo il primo disprezzo il secondo e invidia il suo successo, il secondo cerca la tacita approvazione del primo, sapendolo più bravo di lui. Le scene migliori sono quelle sospese tra sottile crudeltà e sincero mutuo soccorso. Le Guay però non eccede mai in cattiveria, frena e tiene sotto controllo gli attacchi umorali di Serge-Alceste, non fa del film un gioco al massacro alla Polanski, per intenderci (Venere in pelliccia è molto più radicale di Molière in bicicletta). Nel ping pong tra i due si insinua a un certo punto una donna, un’italiana che sta vendendo la sua casa sull’Île per via del divorzio (è Maya Sansa, molto incerta e poco convincente nel doppiaggio di se stessa), la quale avrà una parte determinante nello scioglimento della storia. Altre figure e figurine ruotano intorno a Serge e Gauthier, come quella, azzeccata, della ragazzina aspirante pornostar, ma il centro della narrazione sono loro, è il loro confronto-scontro-duello. Philippe Le Guay non sbaglia niente per due terzi, poi fa confusione, allinea almeno tre o quattro finali senza mai decidere a chiudere il film e la partita tra i suoi personaggi. Ha però il coraggio di darci un’uscita di scena agra, non conciliante, non compiacente verso il pubblico. Certo, questo resta un film bon ton e signorile (e anche per signore, se è per questo), qua e là cattivo ma mai davvero spietato, e sta in questo non estremismo la ragione del suo successo. Basta non scambiarlo per un capolavoro, ecco. O per un’opera dalla forte impronta autoriale. Qui si sente l’eco della tradizione boulevardier del teatro parigino, tutto è tenuto nel perimetro del garbato, senza mai inquietare davvero. Peccato per il doppiaggio. Molière in bicicletta è film che andrebbe visto e sentito in originale, sant’Iddio, come si fa a doppiare due che recitano Molière? A sorpresa, a un certo punto si sente provenire da un cd Il mondo di Jimmy Fontana, sì, la stessa canzone dei nostri anni Sessanta utilizzata e glorificata in un altro film di questo 2013, l’inglese About Time/Questione di tempo, ed è una misteriosa coincidenza. Chissà se Fontana lo ha saputo prima di andarsene via, per sempre, lo scorso 11 settembre.

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