Recensione: LA MIA VITA DA ZUCCHINA, un film di Claude Barras. L’animazione per raccontare (senza retorica) di bambini e famiglie complicate

024460La mia vita da zucchina (Ma vie de courgette), un film in stop-motion di Claude Barras. Svizzera 2016.
010673Miracolo, un film in stop-motion che parla di bambini sfortunati e famiglie disgraziate senza retorica. Che riesce a commuoverci senza operare su di noi bassi ricatti. Tosto e delicato insieme. Film-rivelazione della Quinzaine di Cannes che ha poi fatto molta strada. Da non perdere, davvero. Voto 8+
024928Uno dei successi dello scorso Cannes, e non se l’aspettavano in tanti. Inserito nel programma della sempre più competitiva e aggressiva Quinzaine des Réalisateurs, questo film animato (in stop-motion come i Pixar movies) di produzione svizzera e lingua francese ha conquistato proprio tutti. Compresi i recalcitranti al cinema animato, gente come me che ha sempre pensato, in fondo al cuore e al cervello, che il cartone fosse intimamente, inesorabilmente, cosa di serie B rispetto al live action. Pregiudizio? Conservatorismo? Archeo-cinefilia? Può darsi, e però, tanto per cercare santi protettori, mi par di ricordare, anche se non saprei dirvi dove (forse nel densissimo libro-intervista a Hitchcock), come pure François Truffaut non fosse un entusiasta del genere. Ecco, poi arriva La mia vita da zucchina e io quasi quasi mi ricredo (mi era capitato anche con Miyazaki e qualche Pixar come Toy Story 3). Sicché anch’io mi unisco al coro: gran film, in cui l’animazione è perfino benedetta, fungendo da filtro, da barriera distanziante e protettiva rispetto all’eccesso di sentimentalismo che una vicenda così, di bambini sfortunati e derelitti, inevitabilmente si trascina dietro. Ve lo immaginate il protagonista Icare detto Courgette, ovvero Zucchina, interpretato da un bimbetto melenso con corredo di smorfie e faccine, doppiato in italiano dalla solita ragazzina dodici-quattordicenne? (son perlopiù loro, e chissà perché, a dar la voce da noi agli infanti maschi). Meglio il pupazzetto in movimento usato dal regista Claude Barras, con quella testa smisurata a cocomero, e gli occhi sgranati (e par di rivedere il folle musicista del bellissimo Frank di Larry Abrahamson che se ne va in giro con una testa di cartapesta molto, molto somigliante a Zucchina: sotto il capoccione ci sta Michael Fassbender, alla regia quel Larry Abrahamson che di lì a poco girerà Room con la signora Oscar Brie Larson: nel caso non l’abbiate visto, Frank intendo, cercate di recuperarlo). Certo che questo è proprio il film delle mie autocritiche (ma dove ormai trovare la cenere per cospargersi il capo?). Non solo Ma vie de courgette mi ha fatto pentire della mia avversione verso il cinema cartoonato, ma pure della mia scarsa simpatia iniziale per Céline Sciamma. Regista di cui non avevo amato Tomboy e ancora meno il film di guapperia e bullaggine al femminile Bande de filles. Invece, dietrofront. Da allora la signora Sciamma ha scritto la sceneggiatura del meraviglioso Quando hai 17 anni di André Téchiné, uno dei migliori film del 2016, e co-firmato quella di Ma vie de courgette. E adesso devo ammettere che il suo lavoro qui, come in Téchiné, è energico e insieme assai fine è sottile. Riuscendo a coniugare il più tosto realismo con la delicatezza. Un equilibrio che è di tutto il film, del resto, non solo dello script. Si racconta di bambini sfortunati senza cedevolezze mielose, senza condiscendenza e con composta, pudica e sincera compassione. E si sta tutti, noi spettatori, dalla parte loro, anche lacrimando qua e là sulle loro male sorti e sfortune, ma sempre con la bella sensazione di non subire ignobili ricatti da parte degli autori. Un miracolo. Icare, che ama però farsi chiamare Zucchina e ama i cervi volanti, ammazza senza volerlo, e senza rendersene ben conto, la madre, una povera alcolista assai poco protettiva verso il figliolo. Finirà in un centro per bambini tutti variamente colpiti da sventure familiari. L’abusata dal padre, la figlia di sans-papier rispediti a casa e in vana attesa del loro ritorno, quella che ha perso i genitori in un omicidio-suicidio, il figlio di tossici senza rimedio. Una compilation delle peggio disgrazie padre-madre-figli d’oggidì. Il Senza famiglia ottocentesco con i suoi robusti richiami dickensiani rispolverato e riadattato ai tempi nostri, e molto bene. Alla base c’è un romanzo molto venduto, ma credo che il regista Claude Barras e i suoi collaboratori, Sciamma in testa, abbiano messo parecchio del loro, a partire dalla decisione di osare lo stop-motion al posto del più ovvio live-action. La casa-istituto in cui Zucchina è ospitato non ha niente a che vedere con certi lager per l’infanzia del passato (se ne vedrà invece uno, in India, e spaventosissimo, nell’imminente Lion – La strada verso casa) ed è invece ricca di opportunità per i suoi ospiti: sfiorando la caramellosità politicamente corretta, se poi non ci fossero le storie dei bambini e la loro crudezza a neutralizzare ogni eccesso zuccherino. Che dire? Da non perdere. Per piccini e per grandi. e se ha ancora un senso parlare di film natalizi, questo lo è. Intanto La mia vita da zucchini ha fatto la sua bella carriera: si è piazzato tra i finalisti al Premio Lux assegnato dal parlamento europeo ed è il candidato ufficiale della Svizzera all’Oscar per il miglior film in lingua straniera (a fine mese conosceremo la short list).

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