Recensione: IL CLIENTE di Asghar Farhadi. Buon film, ma il regista iraniano non ce la fa a replicare il capolavorissimo Una separazione

Il cliente (Forushande – The Salesman), un film di Asghar Farhadi. Con Shahab Hosseini, Taraneh Alidoosti, Babak Karimi, Farid Sajjadihosseini. Iran. Ripropongo la recensione scritta lo scorso maggio al festival di Cannes dove il film era in concorso, e dove avrebbe poi vinto due premi: per la migliore sceneggiatura e il migliore attore.43e6f0109a7aef28a9aba709772e04a9
Torna il regista iraniano di Una separazione, ed è sempre buon cinema. Anche se Il cliente non ha la smagliante costruzione di quel film epocale. Teheran, oggi. Una giovane donna viene aggredita, forse stuprata. Il marito decide di cercare il colpevole e farsi giustizia da solo. Sarà un crescendo di rivelazioni, e niente e nesssuno sarà più come prima. Puro Farhadi, un maestro della scrittura cinematografica. Peccato per le forzature della prima parte. Voto 7 meno
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Asghar Farhadi (a dx) sul set con il protagonista Shabab Hosseini

Asghar Farhadi (a dx) sul set con il protagonista Shabab Hosseini

Si pensava fosse un film minore di Asghar Farhadi, indiscusso regista numero uno dell’Iran dopo la vittoria a Berlino e l’Oscar per il miglior film straniero per il capitale Una separazione. Dalle scarne notizie filtrate era parso di capire che Forushande avesse a che fare con La morte di un commesso viaggiatore di Arthur Miller e ne fosse una messinscena nell’Iran contemporaneo. Invece no, trattasi di film assolutamente maggiore, e la rappresentazione di Miller c’è, ma è solo un momento, un luogo forse simbolico (probabile ci siano allusioni alla realtà iraniana che a noi sfuggono), intorno a cui si mette in moto una di quelle implacabili, precisissime macchine narrative di cui Farhadi è un maestro. Insieme a Mungiu, probabilmente il miglior costruttore di storie, il miglior lscrittore di trame presente in questo Cannes 69. E però se in Una separazione la sapienza e la mano del costruttore era invisibile, perfettamente nascosta sotto la naturalezza e il fluire degli eventi, qui invece la si nota un po’ troppo, soprattuto nella prima parte, la più faticosa e meno risolta. Il che non me lo ha fatto molto amare, questo pur ammirevole Forushande. Frutto, va ricordato, del ritorno in Iran del suo autore dopo l’escursione francese per girare Il passato. A Teheran una compagnia di appassionati, tra cui Emad e Rana, marito e moglie sul palco e nella vita, mette in scena La morte di un commesso viaggiatore di Miller. E sentire in persiano le battute fa il suo effetto, e ancora di più ne fa il personaggio della prostituta che mentre dice “sono nuda” appare bardatissima in una palandrana rossa con foulardone nero in testa. Così è Miller al tempo degli ayatollah. Intanto si esce dal teatro e si entra nella vita, nella città, con un palazzone costruito con materiali scadenti e su un terreno infido che comincia a cedere. Scappano via i condomini, tra cui Emad e Rana, che son così costretti a trovare al più presto un’altra sistemazione. Babak, loro amico e anche loro compagno a teatro, offre un appartamento di sua proprietà appena liberatosi dell’inquilino precedente. Non è granché, sta in una zona abbastanza malfamata, ma i nostri due non hanno alternative e finiscono con l’accettare. Si notan subito cose strane. Perché quella porta dello stanzino è chiusa a chiave? e perché i vicini, pur così disponibili, mostrano una certa reticenza? Fin qui sembra quasi di stare in un thriller con la giovane coppia installata nella casa dei misteri. Così non è, naturalmente, siamo in un film di Farhadi dopotutto, non in un horror, o nel Fritz Lang di Dietro la porta chiusa. Ma un segreto c’è davvero, come scopriremo. Una sera Rana, mentre è sotto la doccia, apre con il citofono pensando sia il marito che sta rincasando. Invece. Invece è un altro uomo, uno sconosciuto. Rana verrà trovata dai vicini svenuta, ferita, con i segni di un’aggressione, forse di uno stupro. E tutto per la coppia cambia di colpo. Lei non ce la fa a stare in casa da sola, non ce la fa a salire sulla scena, Emad è sempre più torturato e man mano si fa strada in lui la brutta idea di cercare il colpevole, di vendicarsi. Non vanno alla polizia, non denunciano, Rana non vuole che si sappia quel che le è successo, che la gente faccia ipotesi malevole. Si scopre che in quella casa abitava una prostituta e che dunque l’uomo penetrato in casa era probabilmente un suo cliente abituale. Stop, mi fermo qui. Il resto è la ricerca ossessiva di Emad dell’aggressore per farsi giustizia, mentre tra lui e Rana le incomprensioni reciproche cominciano a raggiungere il livello di guardia. Come sempre in Farhadi, un fatto innesca un effetto valanga, per cui niente e nessuno sarà più come prima, tutti son costretti a nascondere qualcosa di sé, e tutto rischia di crollare. Come il palazzo dell’inizio. Si resta ammirati, esattamente come in Una separazione, di fronte all’escalation delle rivelazioni e dei colpi di scena, e di come la realtà e le stesse persone cambino velocissimamente sotto ai nostri occhi mostrando ambiguità insospettabili. Il solito gioco à la Farhadi della dissimulazione, della doppiezza, dell’inganno, del depistaggio. Gioco condotto ancora una volta con maestria assoluta. Ma qui in Forushande c’è qualcosa che funziona meno che in altri Farhadi. La seconda parte è magnifica, con un crescendo di tensione e uno scioglimento finale che pochi oggi saprebbero orchestrare tanto bene. E però quante forzature prima. Sì, vero, Rana non va alla polizia perché non vuole mettere in piazza un fatto tanto privato e umilinate. Ma davvero è credibile che nemmeno Emad vada a denunciare e si voglia far giustizia da solo come un Bronson degli anni Settanta? Ed è credibile il comportamento sfuggente di Rana, che sembra dire e non dire e addirittura proteggere qualcuno? Ed è credibile che un amico come Babak affitti loro una casa prima abitata da una prostituta senza avvertirli? Ed è credibile che il suocero del proprietario del furgone dica che pure lui quel furgone lo usa? E scusate, con tutto il rispetto per Rana aggredita e (forse) stuprata, non è un po’ troppo che lei pretenda dal marito che trovi subito, il giorno dopo, un altro appartamento? Ora, è chiaro che le forzature e le piccole inverosimiglianze sono ingranaggi che permettono alla grande macchina narrativa di Farhadi di mettersi in moto e funzionare, ma qui la pretestuosità è troppo scoperta, troppo evidente, e impedisce a The Salesman di diventare un’opera assoluta. Ma potrebbe entrare eccome nel Palmarès. Occhio ai dettagli che ci rivelano parecchio dell’Iran di oggi, anche quello della classe media apparentemente occidentalizzata e colta che vediamo in Il cliente. Per esempio Emad che, pur professore di lettere e attore e attento cultore di drammaturgia straniera, quando scopre che Rana ha preparato la cena con quanto acquistato con i soldi lasciati in casa dall’inquilina precedente, la prostituta, si rifiuta di mangiare il cibo “comprato con quei soldi sporchi” (oppure pensa che quelli son soldi con cui Rana è stata pagata?). Son cose che dicono di più dell’Iran di cento inchieste.
Nota di aggiornamento: il protagonista Shahab Hosseini, ritirando a Cannes il premio per la migliore interpretazone maschile, ha cominciato il suo speech ringraziando Dio e, subito dopo (se rcordo bene), il popolo iraniano. E anche queste son cose assai rivelatrici di un paese. Intanto Il cliente è entrato tra i cinque candidati al Golden Globe per il migliore film straniero e nella shortlist dell’Oscar (sempre per la categoria miglior film straniero). A riprova dello status di cui Farhadi, già vincitore di due Oscar con Una separazione, continua a godere in America.

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