Recensione: COLLATERAL BEAUTY di David Frankel. Il film più brutto degli ultimi anni

CB43644.DNGCollateral Beauty, un film di David Frankel. Sceneggiatura di Allan Loeb. Con Will Smith, Kate Winslet, Helen Mirren, Edward Norton, Michael Peña, Keira Knightley, Jacob Latimore.
450251CB09078.dngSi cerca di riesumare il cinema natalizio tipo La vita è meravigliosa. Solo che al posto di Frank Capra c’è lo sciagurato David Frankel che in Il matrimonio che vorrei mandava a scuola di scopate Meryl Streep. Un tizio è in crisi nera dopo la perdita della figlioletta. Preoccupati (più per se stessi che per lui), i tre soci-amici gli affiancano degli attori che, impersonando Tempo, Amore e Morte, dovrebbero aiutarlo a guarire. Dite che non si capisce niente? Difatti. Tremendissima colata di miele con indigeribili neospiritualismi new age. E con un Will Smith ormai perso alla causa, e uno stuolo di ottimi attori finiti chissà perché nel peggior film della loro vita (e forse pure della nostra). Voto: 0 (zero)
250515Destesto infierire bullisticamente su un brutto film, cerco sempre di trovarci un qualcosa di decente, di guardabile, anche quando sommerso da un mare di indecenze. Ma stavolta proprio non ce la faccio a ritracciare alcunché di salvabile in questo orrendissimo Collateral Beauty, per il quale spendo il primo 0 (zero) della mia storia di spettatore-recensore. Film mandato nei cinema sotto Natale per via dell’elogio dei più dolciastri sentimenti, e mica per niente qua e là si intravede la voglia di rifare e resuscitare il film-sotto-l’albero più sotto-l’albero di sempre, La vita è meravigiosa. Da cui si riprende un protagonista sull’orlo della dissoluzione psichica e del suicidio facendolo assistere da un essere (qui più esseri: tre) di presumibile celeste provenienza. Solo che, tra le molti enormi differenze, c’è anche che qui alla regia non ci sta purtroppo Frank Capra, ma uno dei più guitti e camp e sfrenati registacci in circolazione, il David Frankel di parecchi episodi di Sex and the City, di Il diavolo veste Prada e dell’ignobile Il matrimonio che vorrei dove mandava a scuola di pompini la povera Meryl Streep. Il peggior regista che lo sciagurato copione di Allan Loeb potesse incontrare. Già sdrucciolevole di suo, per la balorda storia che racconta, Collateral Beauty aveva bisogno almeno di un tocco lieve per non ruzzolare e andare a fondo, invece si è ritrovato David Frankel, un maniscalco della macchina da presa perfetto rappresentante della contemporanea subcultura edonistico-narcisa fatta cinema. Ovverossia l’esatto contrario di quanto questo asfittico Collateral Beauty avrebbe richiesto. Eppure il cast è da urlo, con dentro rispettatissimi attori e attrici assai premiati (lasciamo stare Will Smith, ormai incastrato in una parabola discendente inarrestabile), per dire Kate Winslet, Helen Mirren, Edward Norton, Keira Knightley. Che ti chiedi chi gliel’abbia fatto fare di infilarsi in una mala impresa del genere, e non ditemi i dollari, perché gente così può scegliere e non ha certo bisogno di cedere alla prima offerta per arrivare a fine mese. L’impressione è che perfino nomi scafati come loro si siano fatti sedurre da un progetto sulla carta alto, ambizioso, con venature neospiritualiste, scambiando per impegno e autorialità quello che era, è, soltanto kitsch. Storia che si fa fatica a raccontarla, da tanto che è balorda e sgangherata, con dentro cattivi psicologismi e redenzioni e riscatti tramite autoscienze e self-help, e indigeribili e irricevibili miscuglioni new age. E un bel po’ di manualistica how-to-do risolvitutto a uso di sciampiste e altre varie e sciagurate. Dunque: Howard Inlet (è Will Smith, nella sua peggior versione mucciniana, anche se qui Muccino non c’è, e però avrebbe potuto benissimo esserci perché il genere resta quello di La ricerca della felicità), titolare di un’agenzia di pubblicità un tempo di gran successo, è sprofondato in un buco nero psichico dopo la morte della figlioletta di sei anni. Preoccupati i suoi tre soci, che vedono l’azienda andare a pezzi e il loro amico-padrone rifiutarsi di vendere a un offerente che risolverebbe i problemi finanziari di tutti. Grazie a un (una) detective che hanno assoldato per dimostrare la conclamata follia del loro boss, scoprono come lui abbia spedito tre lettere a tre strani destinatari, Tempo, Amore e Morte (e già questo). Da lì l’idea presunta brillante: assoldiamo tre attori che impersonino i tre destinatari e convincano (ma come?) il povero depresso a ricredere nella vita. O almeno a vendere l’azienda. Dite che non sta in piedi? Difatti non si capisce cosa vogliano dai tre impersonator i committenti della messinscena, e cosa sperino di cavarci. Oltretutto risulta alquanto fastidioso che se la tirino da amicissimi del poveretto, mentre son solo delle jene terrorizzate che il malloppo scappi loro di mano. Ora, capite in quale campo di insensatezza ci troviamo, e vedere Helen Mirren che fa la Morte e la sempre caruccia Keira che fa l’Amore strazia il cuore dall’imbarazzo. Robaccia. Con pure il messaggio sbandierato e natalizio e ‘positivo’ che “c’è sempre la bellezza collaterale”, che non si capisce bene cosa sia ma insomma dovrebbe trattarsi del lato positivo presente, stando a questo film demente, anche nelle peggio disgrazie. In qualche passaggio emergono strane e involontarie affinità con Alps di Yorgos Lanthimos (uscito adesso in qualche cinema a distanza di più di cinque anni dalla sua apparizione a Venezia nel settembre 2011), con i suoi impersonator di defunti che cercano di consolare i vivi. Solo che qui siamo nel cinema medio-americano, e non nella new-new wave ellenica: cinema medio-americano che se da una parte cerca di far rivivere i classici tipo La vita è meravigliosa, dall’altra deve fare i conti con l’impossibilità e inattualità dell’impresa, se non altro perché l’humus religioso cristiano in cui affondava il film di Capra (e altre angelerie cinematografiche) oggi si è prosciugato per la ben nota secolarizzazione di massa. E allora ecco che in mancanza di un quadro di riferimento cristiano si rimedia con il bric-à-brac neospiritualista e paulocoelhiano ormai egemone. Questo, nel tempo arrogante che dichiara morta e superata la religione, ci meritiamo. Per non dirci più cristiani o giudaico-cristiani, ecco che siamo pronti a sorbirci intrugli indegni come questo Collateral Beauty, ed è molto, molto peggio di ogni presunto ‘oppio dei popoli’ del passato.

Questa voce è stata pubblicata in al cinema, cinema, Container, recensioni e contrassegnata con , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi