Recensione: LION – La strada verso casa, un film di Garth Davis. Un po’ meglio del solito mélo miserabilista

545323Lion – La strada verso casa, un film di Garth Davis. Con Dev Patel, Rooney Mara, Nicole Kidman, David Wienham, Sunny Pawar.
260810Un po’ meglio di quanto ci si potesse aspettare. Sulla carta, un ruffianissimo Oscar bait grondante lacrime e terzomondismo. Invece, grazie soprattutto al regista Garth Davis (Top of the Lake), questa storia – vera, verissima – di un bambino che si perde nell’India anni Ottanta e finisce adottato in Australia, si lascia guardare e riesce ad avvincerci, soprattutto nella prima parte, la migliore, così dickensiana. Poi il miele dei buoni sentimenti prevale, ma Lion resta un prodotto dignitoso. Con oltretutto la migliore Nicole Kidman degli ultimi anni. Voto 6
363564Una di quelle diaboliche esche da Oscar di cui Harvey Weinstein è massimo specialista, con il loro blend di spettacolarità, ruffianaggine e ‘tematiche’ sociali. Stiamo a vedere se Lion – La strada verso casa, che sembra Dickens spostato nell’India esagitata e sovrappopolata e ovviamente poverissima e coloratissima degli anni Ottanta (del Novecento), si prenderà le sperate nomination – il giorno della rivelazione sarà il 24 gennaio -, anche se con l’agguerrita concorrenza di quest’anno non sarà così facile infilarsi nelle categorie di primo livello. Intanto sul fronte Golden Globe qualcosa è arrivato, con la candidatura di Dev Patel (Slumdog Millionaire, The Marigold Hotel) come miglior attore nella categoria drama, anche se poi a prevalere, prevedibilmente, è stato il Casey Affleck di Manchester by the Sea. Non così soddisfacenti gli incassi americani, dieci milioni di dollari, lontano da hit weinsteiniani come The Artist e Django Unchained, mentre il resto del mondo, Italia compresa, sta rispondendo senza troppi slanci a questo melodramma infantil-familiare con disgrazie e agnizioni da fogliettone ottocentesco, con venature e speziature popolar-terzomondiste che, si sa, acchiappano sempre le platee democraticamente corrette d’Occidente. E però devo dire che, nonostante mi aspettassi il peggio da questo combinazione sulla carta letale di astuto engagement à la Weinstein e lacrimatoio da Carolinia Invernizio traslocato a Calcutta, Lion si lascia vedere, soprattutto nella prima parte, la migliore. Certo, una di quelle storie ricattatorie cui non ce la si fa a resistere, anche per non passare da cinici e insensibili ai mali del mondo, con dentro tutte le miserie e le sofferenze atte a suscitare il nostro senso di colpa di affluenti occidentali. Ma con un senso robusto della narrazione, con un racconto che, finché si muove sullo sfondo dell’India delle ultime caste e delle sue città-mostro, non annoia e perfino avvince, anche grazie a un attore bambino di quelli che rubano la scena e sembrano nati per la macchina da presa (nome da annotare: Sunny Pawar). Se Lion riesce a evitare il peggio è anche per la regia, energetica e assai fisica, assai corporale, per niente formalistica e ingessata, del giovane australiano (viene da lì, Australia e Nuova Zelanda, la produzione, cui poi ha apposto il proprio sigillo Harvey Weinstein) Garth Davis, al suo primo lungometraggio, ma con alle spalle la direzione condivisa con Jane Campion di una serie di peso e di culto come Top of the Lake. E poi il cast, ottimo. Con un Dev Patel – tutti i ruoli di giovane uomo di origine indiana vanno a lui – che sa di avere una buona carta in mano e non se la lascia scappare, e con la migliore Nicole Kidman degli ultimi anni, dimessa al punto giusto e qualunque al punto giusto, quale madre adottiva del protagonista. Sì, c’è anche Rooney Mara, ma in un ruolo inconsistente che spreca il suo talento e quella sua naturale grazia audreyhepburniana. Storia vera signori, verissima, di vere lacrime e veri dolori, perché si sa che la vita sa essere più romanzesca di ogni invenzione, e questo è il caso, tantopiù che ci son di mezzo ambienti esotici dove diventa possibile quel che da noi è perfino inimmaginabile. Alla base di Lion c’è il libro autobiografico di un giovane uomo di origine indiana ma adottata bambino da una famiglia australiana, che cerca di ricostruire il suo passato e di ritrovare la madre biologica. Si comincia con lui, infante di nome Saroo poverissimo tra i poverissimi, con una madre sola, un fratello maggiore, una sorella, e la necessità di dare una mano in famiglia lavorando là alla cava a spostare pietre, e già questo. Succede che una notte, accompagnando alla stazione il fratello, finisca su un treno vuoto e sinistro e, senza rendersene conto, ci resta intrappolato, mentre il treno va e va, per un giorno, una notte, un altro giorno, un’altra notte, approdando in una a lui misteriosa, enorme e ovviamente tentacolare città che è Calcutta. La Calcutta degli anni Ottanta del secolo scorso, con le sue differenze di casta e classe, e masse sterminate a vivere per strada e in lerci quartieri da inferno dei vivi. Gliene capiteranno di ogni, povero piccino, e ogni suo tentativo di rintracciare madre e fratello risulterà vano, visto che è analfabeta, non sa da dove sia venuto, non sa nemmeno esattamente come sia arrivato lì. Finirà tra le sgrinfie di sinistri pedofili da cui riuscirà a scappare, per essere poi rinchiuso in un orfanotrofio-lager da incubo, di quelli che ti riportano alla mente le sorti disgraziatissime dei bimbi narrati da Dickens, solo che qui siamo un secolo e passa dopo, non nell’Inghilterra vittoriana delle suburre. Questa parte, di Saroo bambino perso e solo in un paese immenso e come soverchiato dal tumulto della folla e dei corpi, da minacce di ogni tipo, da loschi figuri, è, bisogna ammetterlo, piuttosto buona. Non che si eviti il rischio del pittoresco e del miserabilismo con tanto di ciaffi sgargianti e suggestiva fotografia di rovine urbane, ma il regista Garth Davis stando stretto sul suo protagonista bambino, e mettendoci dentro la giusta irruenza, porta a casa il film. La seconda parte, con Saroo ormai grande avvolto sì nel confortevole benessere della famiglia adottiva ma ansioso di ritrovare come usa dirsi le proprie radici, è più di maniera e sentimentalista. Eppure anche qui ci sono passaggi non così melensi che instillano qualche sano dubbio e interrogativo sugli effetti collaterali che l’adozione, ogni adozione, anche la meglio intenzionata, può comportare. Si guardi al fratello adottivo di Saroo, che mai si integrerà sviluppando invece una sorda ostilità verso un mondo che non è il suo e non ha scelto. Ma anche l’ottimo Saroo, consolazione di mamma e papà d’Australia, ci ha sempre quel grumo dentro, quel bisogno di ritrovare la vera madre, quel richiamo così prepotentemente biologico che contraddice ogni versione semplificatoria e tranquillizzante dell’adozione, quell’aura di correttezza che la circonda, quell’ideologia e mitologia salvifica così autosbandierata: ma l’abbiamo fatto per lui! ma gli abbiamo garantito un futuro e una vita migliore! ma l’abbiamo strappato alla fame e alla miseria! ma gli abbiamo dato quell’amore che non avrebbe avuto! Sottacendo magari poderosi egoismi e grovigli psicologici assai complessi. Certo, siamo pur sempre in un Weinstein-movie, e le zone oscure son solo sfiorate, le ambiguità e i chiariscuri appena accennati, se no che Oscar bait sarebbe? Che poi Lion, distribuito da noi sotto Natale, doveva più rassicurare e commuovere che indurre al pensiero critico su adozioni, adottanti e adottati. E così è stato, adempiendo alla sua missione di film sotto l’albero. E riuscendoci meno malvagiamente di altri prodotti come il tremendo Collateral Beauty (e scusate se lo tiro in ballo di nuovo).

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