Recensione: ALLIED – UN’OMBRA NASCOSTA, un film di Robert Zemeckis. Brad Pitt e Marion Cotillard: alleati o nemici?

127605nullAllied – Un’ombra nascosta, un film di Robert Zemeckis. Sceneggiatura di Steven Knight. Con Brad Pitt, Marion Cotillard, Lizzy Caplan, Matthew Goode.
nullRobert Zemeckis recupera un genere illustre ma desueto, quella della coppia minata al suo interno da dubbi e ombre, tra Notorious e Il sospetto di Hitchcock. Il tutto in una cornice da spy story anni Quaranta (con riferimenti anche troppo espliciti a Casablanca). Max si innamora delle resistente francese Marianne, ma ecco arrivare il sospetto: se fosse una spia nazista? Assai promettente sulla carta, Allied finisce poi col deludere. Zemeckis epicizza troppo, anche quando non ce n’è bisogno, e i due protagonisti si aggirano lungo tutto il film smarriti e poco convinti. Peccato. Occasione sprecata. Voto 5 e mezzo
nullChe peccato. Uno dei film più coraggiosamente inattuali e in controtendenza degli ultimi tempi – nel suo tentativo di riesumare un genere illustre, decaduto, come il giallo psicologico di coppia minata da sospetti reciproci – purtroppo fallisce, ed è difficile capire il perché, visto che tutti gli ingredienti sulla carta sembravano, sembrano, a posto. L’idea-innesco del racconto. La sceneggiatura, abilmente scritta da Steven Knight (quello di Locke e dell’imminente serie tv Taboo con Tom Hardy: uno bravo e versatile). Pure i due interpreti sembravano perfetti, Marion Cotillard quale (in)fedele moglie forse spia forse no e Brad Pitt eroe della WWII, in una versione smorzata del suo personaggio di Inglorious basterds. Invece qualcosa non ha funzionato e il risultato finale è inferiore alla somma degli addendi. Mi aspettavo il gran film, ecco. Un film diverso da amare. Con i suoi richiami alle tante spy stories pre-James Bond, quelle collocate in zone franche o città appena lambite dal conflitto in corso e dunque perfette per ogni gioco, doppio gioco, anche triplo, con agenti al servizio delle varie potenze, e magari di più di una contemporaneamente. Per dire, la Salonicco nido di spie dell’omonimo film di Pabst (capolavoro!) o l’Ankara di Operazione Cicero di Mankiewicz. Oltre naturalmente alla Casablanca del film di Michael Curtiz, cui questo Allied nella sua prima parte evidentemente si ispira. O meglio, più che ispirarsi, ne riprende religiosamente le mitologie, la cornice, gli ambienti, le atmosfere sospese, quel senso di precarietà da terra di frontiera e terra di nessuno, per riposizionarci però dentro tutt’altra storia. Se mai, son più le affinità di Allied con varie cose di Hitchcock, con certi suoi film di maneggi e dubbi dentro le mura di casa tra cucina e camera da letto, di paure che corrodono la coppia e non si sa se il (la) coniuge sia vittima o carnefice, dunque Notorious (di cui in questo Zemeckis c’è parecchio) e Il sospetto. Anche se rispetto a questo in Allied si opera un’inversione, e il sospettato non è più il marito ma la moglie. Un genere non più praticato benché glorioso, e troppo stratificato, troppo complesso, troppo contorto, con dentro troppe ambiguità e sfumature per piacere alle platee popcorn che non tengono pensieri e abituate alle facili e nette demarcazioni tra bene e male delle saghe tipo Star Wars. Cinema adulto che in questi tempi di infantilizzazioni di massa rischia di non trovare cittadinanza. Difatti flop clamoroso negli Stati Uniti e fuori, nonostante la presenza di Brad. E però pure io, che mi sono avvicinato a Allied animato dalle migliori intenzioni e con pregiudizio favorevole, ne sono uscito insoddisfatto. Temo che Robert Zemeckis abbia sbagliato tono e approccio, guardando più che ai personaggi alla loro cornice storica e a infiniti modelli cinematografici di cinema bellico, sicché si ha la sensazione costante di artificio, di clin-d’oeil, di recita in un tendone da circo con fondali dipinti, di riproduzione maniacale quanto esteriore di cliché. Soprattutto, Zemeckis adotta uniformemente il tono epico di cose come Lawrence d’Arabia ritrovandosi spiazzato nella seconda parte, quando la storia si stringe sulla coppia protagonista e si fa più intima. Invece lui continua a epicizzare e inturgidire come se stesse rifacendo non solo David Lean ma pure Il giorno più lungo, ed è un errore che devia il film su una direzione che non è la sua. L’apertura è fintissima, e compromette da subito tutta la narrazione successiva, con quel Brad Pitt agente segreto paracadutato nel deserto marocchino e poi avviato verso Casablanca in un tripudio di locali in djellabah e turbantoni da Sahara-movie anni Quaranta, che mancano solo i cammelli (ma forse ci sono pure quelli, solo che non ricordo bene). Ha una missione, Max Vatan (così si chiama il personaggio), e che missione. Sotto copertura dovrà contattare, lui canadese francofono e dunque appartenente al blocco virtuoso dei belligeranti, una francese dal nome assai francese di Marianne Beausejour (Marion Cotillard, chi se no?), bene introdotta negli ambienti tedeschi di Casablanca e in realtà resistente del maquis e informatrice al servizio degli alleati. Digressione: come sa e dovrebbe ricordare chi ha visto Casablanca, a quel tempo la città pullulava di nazistacci, essendo il Marocco nell’orbita della Francia collaborazionista di Vichy (poi tutto cambierà con lo sbarco degli Alleati in Nord Africa nel novembre del 1942). Ecco, il valoroso Max contatta la partigiana, organizzando con lei un attentato contro il comando tedesco. E poi, via, in fuga, insieme. Con l’ovvia conseguenza che lui si innamora di lei, con lei stabilendosi in Inghilterra, mentre la guerra infuria su tutto il continente. Si sposeranno, avranno una figlia, Anna. Ma ecco il colpo di scena: qualcuno insinua che lei possa essere una spia tedesca, e per il povero e innamoratissimo Max comincia il dramma. Di più non dirò, ovvio. Davvero sembra di tornare, nei momenti migliori, ai tempi belli di un altro cinema, dove gli effetti speciali stavano tutti nelle contorsioni psichiche dei personaggi, nella loro strutturale doppiezza e inafferrabilità, nel loro oscillare tra bene e male. Solo che Zemeckis, abbastanza convincente nella prima parte più spy e war movie, nella seconda così mind game, così psycho-thriller, sbaglia epicizzando dove invece sarebbe da andar di bulino su fondi e doppi fondi della relazione tra i due. Oltretutto, e forse qui dipende anche dallo script, il ritmo si allenta, il gioco del sospetto risulta più noioso che avvincente, le prolissità non mancano, e il film finisce con l’imboccare stancamente la traccia verso il suo prevedibile e più che telefonato finale. Anche le due star faticano parecchio spesso arrancando perplesse e smarrite. Con un Brad Pitt (volutamente?) inespressivo, con la faccia allisciata e come botoxata (ho detto: come) e una Cotillard che, dovendo suggerire ambiguità e doppiezze, si scatena nella sagra del gattamortismo dando il peggio di sé (per il meglio, vedi alla voce Due giorni, una notte dei fratelli Dardenne). Assai divertente Lizzy Caplan quale sorella lesbica di Max, forse la cosa più riuscita del film: insieme al titolo, che gioca a rovesciare una robusta categoria di storia novecentesca come quella di Alleati. A suggerire che anche nel blocco più compatto ci possono essere delle crepe e può albergare il nemico.

Questa voce è stata pubblicata in al cinema, cinema, Container, recensioni e contrassegnata con , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Una risposta a Recensione: ALLIED – UN’OMBRA NASCOSTA, un film di Robert Zemeckis. Brad Pitt e Marion Cotillard: alleati o nemici?

  1. Pingback: Film stasera in tv: LE VERITÀ NASCOSTE di Robert Zemeckis (sab. 28 genn. 2017, tv in chiaro) | Nuovo Cinema Locatelli

Rispondi