Recensione: ARRIVAL, un film di Denis Villeneuve. Gli alieni siamo noi

ARRIVAL379750Arrival, un film di Denis Villenueve. Con Amy Adams, Jeremy Renner, Forest Whitaker, Michael Stuhlbarg. Basato sul racconto Storie della tua vita di Ted Chiang. Presentato in concorso a Venezia 73. Al cinema da giovedì 19 gennaio 2017.
459159Dal regista di La donna che canta e Sicario uno sci-fi con al centro il fattore umano, secondo la lezione di Odissea nello spazio e del Tarkovski di Solaris. Sbarcano gli alieni, si cerca di comunicare con loro, di capire se abbiano intenzioni ostili o no. Ma più che nei misteri cosmici questo è un viaggio nella nostra parte di cosmo, quella che abitiamo. Gli alieni siamo noi. Buonissimo film, solo con qualche oscurità di troppo. Formidabile (as usual) Amy Adams. Voto 7+

ARRIVALDopo averlo visto lo scorso settembre a Venezia, Arrival mi è sembrato subito il migliore degli americani in concorso, sì, anche meglio del sovrastimato La La Land (il terzo era La luce tra gli oceani). Non così assoluto, non così memorabile com’era lecito aspettarsi dal regista di Incendies e Sicario, ma pur sempre ottimo nel suo destreggiarsi tra autorialità da una parte e mainstream e cinema ultrappopolare dall’altra. Il canadese ormai hollywoodizzato  Villeneuve, nonostante l’oscurità del plot, vero punto di fragilità dell’operazione, ce la fa a condurre in porto un fantascientico colossale come esige il mercato senza scadere nella giocattoleria, e invece attenendosi a quel filone nobile e glorioso della sci-fi umanistica che ormai sembrava eclissato dalle mostrerie varie con uso e abuso di CGI e quant’altro. Rispetto alle figurine piatte e bidimensionali, da graphic novel prontamente riporodotta su grande schermo con la stessa mancanza di profondità, dei vari reboot di Star Wars e Star Trek e dei pur rispettabili supereroistici Marvel, Arrival più che raccontare di alieni va a scavare nelle nostre alienazioni, nella gente che sta da questa parte del cosmo, mostrandone corpi e menti dove stanno incapsulati ricordi angosciosi. Quella fantascienza che abbiamo conosciuto e amato tra anni Sessanta e Settanta, da Kubrick fino al meraviglioso Tarkowski di Solaris cui questo Arrival qua e là somiglia, e di Stalker. Si va nel cosmo, o si comunica con creature dal cosmo venute, per esplorare il cosmo altrettanto misterioso che siamo noi, e quegli alieni a noi stessi che scopriamo essere. In Solaris Tarkowski ci faceva approdare su una stazione spaziale dispersa e dismessa per farci ripiombare nel passato e nelle memorie dei suoi personaggi, qui la linguista Louise (una Amy Adams al solito bravissima e dominatrice dello spazio schermico) cerca di parlare con le creature venute da chissà dove e per chissà quale motivo, per poi scoprire che quel loro viaggio sarà anche un viaggio dentro le fratture della sua vita. Naturalmente è spettacolo, e ottimo, dunque Villeneuve non ci aduggia con spieghe e pensosità e considerazioni psuedofilosofiche (che invece abbondavano in quei film anni Sessanta-Settanta), preferendo mostrare e svelare la complessità attraverso il farsi, lo srotolarsi di azione e narrazione. Azzeccando la pulsazione del film e la sua temperatura interna, temperatura senza sbalzi, come in un ecosistema cui siano garantite condizioni di perfetta stabilità. Arrival si snoda senza climax particolari, piuttosto secondo un flusso costante e avvolgente, e anche questo per un prodotto ad alta spettacolarità è cosa insolita, e svela la diversità del progetto.
Da qualche parte dello spazio atterrano in vari punti della terra oltre una decina di strane navi spaziali ovoidali, con probabili alieni dentro. Da dove vengono? Chi sono? Soprattutto: cosa vogliono? Hanno intenzioni ostili o no? Parte il sistema di controllo e di contenimento dell’ignoto. Louise, docente di linguistica, viene chiamata perché tenti di stabilire un ponte comunicativo con quelli là, le creature misteriose. Ovvio che, messa faccia a faccia – solo una parete la separa – con i due alieni ribattezzati prontamente Gianni e Pinotto, non ci metta molto a stabilire il contatto. Il che è francamente poco credibile. Capisco che a tirarla troppo per le lunghe il popolo del popcorn sarebbe scappato dalle sale, ma un attimo meno sbrigativi no? Ma come avrà fatto la pur geniale glottologa a decifrare quelle inchiostrate a forma di cerchio prodotte da G&P? Senza neanche a disposizione uno straccio di equivalente della stele di Rosetta. Ma è il cinema, bellezza. Naturalmente il mondo si dividerà tra chi vuole il dialogo e chi invece li vuole distruggere, quelli venuti dallo spazio (ogni allusione alle paranoie antistranieri dell’Occidente oggi è forse voluta). Non succede granché, succede che inoltrandosi nei misteri dell’universo la glottologa Louise scenderà nel suo inconscio, e non dico altro. Villeneuve crea sequenze di massima suggestione, come i dialoghi attraverso la parete trsparente, ma non ce la fa a scagliare il film oltre il suo destino annunciato di onestissimo prodotto. Tutta la parte su strapiaciutol passato e il futuro di Louise, e sul suo dono (non posso dire di più), resta alquanto oscura e indecifrabile, e se questo velocizza il film e impedisce tempi morti, finisce poi col penalizzarlo. In America è strapiaciuto anche i critici di massima alterigia, e si avvia a supeare i 100 milioni al box office, esito assolutamente insperato. Amy Adams finirà probablmente nalla cinquina per l’Oscar come migliore attrice, ma se la dovrà vedere con Natalie Portman (Jackie), Emma Stone (La La Land), forse anche Isabelle Huppert (Elle) e Annette Bening (20th Century Woman). Tutte di stratosferica bravura (io premierei Natalie Portman, impressionante nel film di Larrain). Fa bene al cuore, il successo di Arrival, di film così che sappiano essere popolari ma non corrivi c’è bisogno come il pane.
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