Film-recensione: LA BATTAGLIA DI HACKSAW RIDGE. Ottimo ritorno di Mel Gibson regista (e le sei nomination all’Oscar sono tutte meritate)

031206199006La battaglia di Hacksaw Ridge, un film di Mel Gibson. Con Andrew Garfield, Teresa Palmer, Sam Worthington, Vince Vaughn, Rachel Griffiths.
028550Storia (vera) di un eroe qualunque di nome Desmond Doss, un pacifista obiettore di coscienza che nella battaglia di Okinawa salvò come infermiere decine di compagni. Una storie esemplarmente americana che segna il grande ritorno, ed è qualcosa che nessuno aveva pronosticato, di Mel Gibson regista. Il quale con la lunga, formidabile sequenza della battaglia firma un altro pezzo del suo cinema del sangue, del massacro, del martirio e del sacrificio. Voto tra il 7 e l’8
201037La sorpresa vera dello scorso festival di Venezia è stato, più che La La Land, questo Hacksaw Ridge (così il titolo originale), presentato senza troppi clangori fuori concorso, non sospinto da alcun hype, ma subito adottato dalla stampa più sveglia e meno inamidata, e anche meno gravata da pregiudizi verso il suo autore. Nessuno davvero si aspettava che Mel Gibson, ormai dato per bollito su tutti i fronti, a partire da quello professionale, fosse ancora in grado di metersi dietro la macchina da presa e tirare fuori un film così buono ( (e però lo scorso maggio a Cannes, chiamandolo come superospite la sera dei premi, avevano intuito che qualcosa di buono stava succedendo dalle parti del bersagliato, criminalizzato, ostracizzato per motivi extracinematografici, Mel, e che dopo il tonfo la risalita era vicina). Si conferma, il signor Mad Max (nessuno, nemmeno Tom Hardy, gli può togliere il titolo), di essere tra i non molti attori che passando dall’altra parte della camera si dimostrano autori-autori, con un’impronta ricoscibile, un segno forte, una visione di cinema (e mi viene in mente, tra gli altri non molti, il Charles Laughton di La morte corre sul fiume). Qui MG prende una bellissima quanto esemplare storia americana, intendo impregnata dei valori fondativi di quell’enorme paese, a partire dal cristianesimo variamente riformato e da un patriottismo sentito, autentico  e vivificante oltre ogni retorica (magari ne avessimo un po’ noi italiani), e ne trae un film che, senza pedanterie e facili tesi incorporate, e senza battere la grancassa e sventolare troppe bandiere, celebra come si deve – e com’è giusto – un grande eroe qualunque. Grande anche perché qualunque, senza iattanza, senza esibizionismi muscolari e fanatici. Uno di quei buoni americani che, in nome della propria fede e del proprio paese, sanno fare il proprio dovere quando sono chiamati a farlo, non si tirano indietro, buttano l’anima nella missione loro affidata. E lo scenario è, non poteva che essere, la WWII, forse l’ultima guerra in cui chi è andato a combattere per l’America ci ha creduto davvero, perché poi, dalla Corea al Vietnam giù giù fino all’Iraq, sappiamo come quella compattezza culturale, quelle certezze identitarie si siano incrinate, se non dissolte, tra mille dubbi, alcuni legittimi, altri assai meno (e sarebbe utile vedersi, dopo Hacksaw Ridge, il Billy Lynn di Ang Lee su un eroe-non eroe della guerra di Baghdad e Falluja, un eroe riluttante, malgré lui e senza più grandi visioni e spinte ideali, tantomeno il patriottismo).
1942. Il ventenne Desmond Doss viene arruolato, ma lui, cristiano avventista del settimo giorno, si rifiuta di impugnare le armi, optando e lottando per quella che adesso chiamiamo obiezione di coscienza e che allora sotto i cieli americani non s’era mai vista, specie con un nemico all’orizzonte. C’è la guerra difatti,  e che guerra. Il suo rifiuto viene preso dai più rigidi rappresentanti della gerarchia militare e delle istituzioni come diserzione, lui invece rivendica il diritto di dare il proprio contributo al paese senza per questo dover uccidere. E ce la farà. Desmond Doss diventerà infermiere, si ritroverà sul fronte del Pacifico, parteciperà da assistente medico alla cruentissima battaglia di Okinawa contro i Giapponesi, battaglia che avrebbe cambiato gli equilibri in quello scacchiere a favore degli americani. Rischiando la pelle più e più volte, Desmond riuscirà a salvare oltre settanta suoi commilitoni sulla linea di fuoco di Hacksaw Ridge, e sarà per lui Medaglia d’onore. Il pacifista diventato eroe di guerra. In una storia che sembrava tagliata su misura per Clint Eastwood, Mel Gibson riesce nella non facile impresa di non far rimpiangere il regista di The Sniper e Letters from Ivo-Jima. Lasciando la sua impronta sulla sequenza che è il cuore di Hacksaw Ridge, la parte che lo rende grande e ne fa un film necessario e bello, quella della battaglia feroce per impossessarsi di una strategica postazione. Un lungo e formidabile pezzo di cinema in cui Mel Gibson tirà fuori il meglio di sé. Che per taluni (non per me) è anche il peggio, vale a dire il suo senso per il massacro, per i corpi martoriati, martirizzati e maciullati offerti in sacrificio a un qualche Dio, per il sangue visto come essenza dell’umano corporale e elemento rituale. Nessuno come lui sa qui, come già in film del passato (in testa La Passione di Cristo), rendere cinematograficamente la sacralità del martirio, anche laico. Al loro meglio i film di Mel Gibson – Hacksaw Ridge compreso – sono una tela seicentesca pullulante di corpi muscolari, e un tempo trionfanti nella propria perfezione carnale, adesso perforati, trafitti, lacerati, squartati, squarciati, smembrati (talvolta in battaglie nel nome di Dio), corpi oltraggiati offerti alla contemplazione dei fedeli affinché costoro ne siano terrorizzati e insieme edificati, e meditino sulla caducità umana e la potenza divina. La lunga battaglia di Hacksaw Ridge è una sacra rappresentazione in forma di combat film, un memento, ed è nello stesso tempo cinema di guerra classico – possiamo rintracciare infiniti precedenti hollywoodiani – che però Gibson porta al suo punto di deflagrazione, di disintegrazione, come nessuno o quasi dei registi della Golden Era avrebbe osato (bisogna arrivare a Samuel Fuller e a pochi altri, come il Sam Peckinpah di La croce di ferro, per trovare qualcosa di affine). A confronto con quelle nuove vite dei santi che sono i tanti racconti offertici dal cinema politicamente corretto (Hidden Figures e Moonlight i casi più recenti), storie esemplarissime indirizzate alle masse globali affinché evitino i peccati che si chiamano sessismo, razzismo ecc., la parabola di Desmond Doss (storia vera, peraltro) è invece raccontata da Mel Gibson come una vita dei santi di un tempo, quando fede religiosa e patriottismo imprintavano l’America, e non solo. Sta in questa sua inattualità il fascino, il richiamo la capacità di scuoterci davvero, di Hacksaw Ridge. Andrew Garfield ha per le mani la sua occasione e non se la lascia scappare, realizzando un’altra ottima performance dopo quella in Silence di Scorsese. Giustamente nominato all’Oscar come best actor (a Hacksaw Ridge sono andate altre cinque nomination, e se qualcuno avesse solo ipotizzato un anno fa un tale risultato per Mel Gibson sarebbe stato preso per pazzo e internato).

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