Che BERLINALE sarà: si comincia domani (Italia quasi assente)

2017_0004_IMG_FIX_600x600Con tre ore di ritardo – controllori di volo in sciopero a Tegel, e sembra un ritorno all’Italia anni Ottanta – eccomi alla Berlinale. Quella che si apre domani è l’edizione numero 67, e la quantità di film è al solito mostruosa, quasi 400. Impossibile capire, anche al sesto anno che vengo qui, cosa siano certe misteriose sezioni cui nessun accreditato va, perché semplicemente non ne ha il tempo, né la forza di saggiarle. Cosa sarà mai LOLA at Berlinale? No, se pensate che c’entri Marlene (cui è dedicata la piazza del Palazzo del cinema, epicentro del festival) vi sbagliate, trattasi di acronimo, ma di cosa? E Berlinale Open House? Mi ci sono voluti un paio d’anni (sono born in Brianza, dunque duro di testa) per capire quali fossero le differenze tra Forum e Forum Expanded, a penetrare almeno parte dei misteri della sezione NATIVe – Indigenous Cinema. Quando poi leggo Berlinale Goes Kiez mi arrendo definitivamente, immagino siano screening magnanimamente delocalizzati in un’area non centrale, glamour per le periferie, ma non ne sono sicuro (aspetto il mio amico Max Borg, che tutto sa e tutto capisce: lui mi illuminerà). Ecco, ho reso l’idea di cosa sia questo Moloch detto Berlinale? Meglio stare schisci allora sulle tre sezioni pià importanti, più esposte, che già quelle rigurgitano di film da ogni dove, la Competizione (dove si assegna l’Orso d’oro), Panorama e Forum. Difficile dire che festival sarà, visto che non ce l’ho fatta a leggermi tutte le sinossi delle suddette tre sezioni. Diciamo che mi limiterò agli highlights.
Cominciamo col dire che di Italia c’è quasi niente. Solo il film girato in inglese (e immagino con capitali in gran parte stranieri) da Luca Guadagnino, Call Me By Your Name, Chiamami con il tuo nome, un racconto di formazione gay nella Liguria anni Ottanta tratto da un libro di André Aciman (nato ad Alessandria d’Egitto, vissuto anni nel nostro paese e poi approdato negli Stati Uniti). Se l’hanno messo a Panorama e non in concorso è perché l’hanno già dato in prima mondiale al Sundance, dove è parecchio piaciuto (tutte le liste, comprese quelle di Variety e IndieWire, sui best movies del festival lo includono). Guadagnino produttivamente, e non solo, è sempre meno italiano, sempre più globale. Cerca direttamente il suo pubblico altrove, e fa bene. Il suo A Bigger Splash è stato sbertucciato un paio di anni fa a Venezia, incassando poi zero euro nelle nostre sale, mentre in Gb e Usa il film ha avuto ottime reviews e un buon risultato al box office, e allora tanto vale emigrare dove ti apprezzano.  Il resto d’Italia a questa Berlinale si chiama Alessandro Borghi (Non essere cattivo, Suburra), inserito tra le Shooting Stars, i dieci attori giovani che ogni anno il festival segnala e promuove.
Si sperava arrivasse il nuovo Terrence Malick, invece niente, lo daranno in prima al SXSW Festival di Austin, e giustamente, visto che è girato proprio lì. E allora il nome di maggior peso del concorso è Aki Kaurismaki, con un’altra storia dopo Le Havre legata all’immigrazione (The Other Side of Hope), a occhio il favorito. Con un presidente di giuria come Paul Verhoeven c’è da sperare venga premiato il cinema vero, e non carino-piacione. Riuscirà a rivincere il rumeno Calin Peter Netzer con Ana, Mon Amour, una storia di amore e follia, lui che si era portato a casa a sorpresa tre anni fa l’Orso con Il caso Kerenes? Ma attenzione, c’è anche il sud coreano Hong Sangsoo, ormai un maestro conclamato e celebrato (soprattutto dai Cahiers du Cinéma), vincitore  Locarno nel 2015 e qui in corsa con On The Beach At Night Alone. Torna il cileno Sebastian Lelio, lanciato qualche Berlinale fa con Gloria, e stavolta in corsa con A Fantastic Woman (la fantastica donna del titolo è una trans). Ci sono nomi illustri da festival che rispuntano: Volker Schlöndorff, Sally Potter, Agnieszka Holland. Fuori competizione T2, il vent’anni dopo di Trainspotting, sempre con Ewan McGregor e Robert Carlyle, sempre con Danny Boyle alla mdp. Ci si aspettava qualcosa di eclatante per l’apertura, è arrivato invece il francese Django, biopic del musicista gypsy Django Reinhardt, e già temo una quantità smodata di politicamente virtuoso (spero di essere smentito). Sorpresa Stanley Tucci, regista di una biografia, Final Portrait, dello scultore Alberto Giacometti (però fuori concorso, come Alex de la Iglesias). Il solido Over Moverman (Rampart, The Messenger) porta in competizione The Dinner, due coppie borghesi che scoprono come i loro figli siano dei delinquenti. Ricorda qualcosa? Sì, un film di Ivan de Matteo, I nostri ragazzi, difatti entrambi i film sono tratti dallo stesso libro di Herman Koch. Il resto del concorso oscilla tra autorialismi di massimo rigore (la portoghese Teresa Villaverde con Colo) e azzardi come quello del giapponese Sabu – lo si è appena visto come attore in Silence di Scorsese: è un samurai – che un paio di anni fa portò qui un film pop-anarchico pieno di energia e che con il suo nuovo Mr. Long potrebbe fare il botto. In Sage Femme di Martin Provost, sempre nella Competizione, rivedremo Catherine Deneuve, e già basta per non perderselo. Non sto ad annoiarvi con altri titoli del concorso e passiamo alla sezione seconda, Panorama, niente premi ufficiali, però premi assegnati dal pubblico (si vota ancora su scheda cartacea consegnata a ingresso sala). Di Guadagnino, di sicuro tra i più attesi di Panorama, ho detto. Scorrendo l’interminabile elenco, e dando un’occhiata alle sinossi, ho visto un quantità impressionante di storie queer, lgbt, transgender. Perfino più del solito (Berlino è il festival più gay-friendly che c’è, e da sempre). Per dire: un docu spagnolo, Bones of Contention, sugli omosessuali uccisi e buttati in fosse anonime durante la guerra civile e il franchismo (vedi Garcia Lorca). E un altro docu su una cantante messicana lesbica, pare amatissima da Almodovar, di nome Chavela. Solo a scorrere l’elenco dei film di Panorama, e poi di Forum, viene il mal di testa. Non resta che andare d’intuito, o basarsi su qualche labile indizio (no, non sulla sinossi: ai festival, e questo non fa eccezione, le sinossi son tutte un inno trionfante, a leggerle i film sembrano tutti capolavori imperdibili), tipo il suo autore, o la presenza di un attore già intravisto in qualche film. Anche il passaparolo è utile, ma conviene dar retta solo a gente di cui ci si fida, con cui s’è già sperimentata una certa consonanza di gusti e sensibilità. E comunque il bello di tutti i festival e della Berlinale ancora di più – vista la quantità di cose da ogni parte del mondo che ci sbatte in faccia – è buttarsi e andare alla scoperta. Nella sezione Berlinale Specials l’evento è la serie tv girata da Fassbinder nel 1972 Otto ore non fanno un giorno, naturalmente restaurata e rieditata: 478 minuti divisi in cinque episodi (e ci sarà, domenica 12, la maratona). La domanda è: come fare a incastrarla nel già affollato programma? Sempre negli Speciali Le jeune Karl Marx, il signor Das Kapital preso a Parigi nei suoi anni giovanili e raccontato da Raoul Peck, ex ministro haitiano della cultura da tempo passato al cinema. Di cui vedremo anche il documentario finalista agli Oscar I’m Not Your Negro su un’anima lacerata delle lettere americane anni Sessanta, il nero e gay James Baldwin (e poi dicono Moonlight). E – sempre stando a Berlinale Specials – di sicuro ci sarà il pieno di berlinesi per Bye Bye Germany di Sam Garbarski (ricordate Irina Palm?), un signore che ha il dono raro della commedia, il quale stavolta racconta di una famiglia di Ebrei nella Germania post-bellica e post-Olocausto. Il ritorno a casa dopo la Shoah sta al centro anche di un altro film, l’ungherese 1945, di Ferenc Török, a Panorama. Del resto siamo a Berlino, i conti con il passato tedesco bisogna farli, al cinema e non solo lì. Ancora tra gli Specials spunta il molto atteso The Lost World of Z di un grande come James Gray (ma perché non sta in concorso?), una storia di follia amazzonica assai alla Herzog che è uno degli eventi del festival. A chi ama (come me) Isabelle Huppert bisogna segnalare Barrage, dova la più brava di tutte le attrici se la vede con una tosta storia di famiglia. Incredibilmente messo a Forum, la sezione terza, e anche qui non si capisce.

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