Berlinale 2017: i 5 film che ho visto sabato 11 febbraio (Félicité; Final Portrait; Wilde Maus; Le Jeune Karl Marx; Seif Tagreeby)

Il giovane Karl Marx

Il giovane Karl Marx

Felicité

Félicité

1) Félicité, un film di Alain Gomis. Competizione.
Di un giovane regista senegalese che aveva portato nel 2012 qui a Berlino un film di cui non ho ricordi meraviglioso, Ajourd’hui. Dunque le mie aspettative rispetto a questo suo nuovo Félicité, tutto girato nella capitale congolese Kinshasa, dunque in un’altra Africa da quella del suo paese, erano ridotte. E invece risultato superiore all’attesa. Félicité è per Alain Gomis un passo in avanti, e l’applauso con cui è stato accolto a fine press screening è sacrosanto. Cinema delle bidonville, degli stracci, degli umili e ultimi che si ingegnano a svoltare la giornata, dunque a fortissimo rischio di retorica miserabilista e populista. Invece rischio scansato, grazie anche alla possente figura femminile che ne occupa il centro, la Felicité del titolo, di una carnalita e bellezza che tutto pietrifica intorno. Una naturale dominatrice (no, please, non dominatrix). E però vittima, messa a dura prova dalla vita, una disgrazia via l’altra, un figlio che le procura guai e dolori, e allora non si può non pensare all’archetipo di tutti i film matriarcali in derelitte periferie, Mamma Roma di Pasolini con un’inarrivabile Anna Magnani. Mama Felicité, cosi tutti la chiamano, canta in una bettola con uso di musica e ballo, canta canzoni malinconiche e sottilmente dark, come presagi. Le dicono che suo figlio sta in ospedale, corre da lui, scopre che ha avuto un incidente di moto, che per l’operazione alla gamba ferita occorrono molti soldi, e Felicité incomincia la ricerca, la questua. Tutto per suo figlio. Ci sarà una drammatica svolta, ci saranno rasserenamenti verso il finale. Commedia umana e tragedia degli slums e delle favelas, ma senza indulgere troppo in populismi e attacchi ai potenti. Gomis sta con la sua cinepresa sui corpi e le facce, soprattutto della sua adorata Félicité, quasi feticizzata, interpretata da un’attrice che non ci mette niente a riempire lo schermo e conquistarci tutti (si chiama Véro Tshanda Beya e la vedo in corsa per il premio alla migliore interpretazione femminile). Il melodramma politico a tesi per fortuna stinge in un affrescone con canti e balli, e perfino momenti da commnedia pura. Lo sguardo è sempre complice, non distanziato e distanziante come in certo cinema etnografico. Ritratto di una donna e di una vita difficile ma non abbrutita. Come spesso nel cinema africano, ci son derive nel magico, nei ritualismi della tradizione dei padri, e qui sono le passeggiate notturne nella foresta di Felicité, un po’ sacerdotessa à la Norma, un po’ sofferente in cerca di una guarigione. Due ore e qualcosa, troppo lungo. Voto 7
2) Final Portrait, un film di Stanley Tucci. Competition (Out of Competition),
Prima di parlare del film, conviene chiarire la misteriosa e contraddittoria dicitura Competition (Out of Competition) che compare nel programma accanto a questo e altri film. Che fanno sì parte della selezione ufficiale, ma non sono in concorso. Formula di teutonica astruseria, mentre la clarté cartesiana dei francesi ha portato a Cannes a ricomporre la stessa contraddizione in un più comprensibile ‘Selezione ufficiale – fuori concorso’. Ma non si può pretendere lo stesso dal paese che ha partorito Heidegger e i suoi sapienziali enigmi. Dunque: il film. Firmato da Stanley Tucci, e non è la sua prima volta da regista (ha cominciato nel 1996 con Big Night). Non una gran cosa. Si raccontano diciotto giorni – siamo nel 1964, a Parigi – nell’atelier di Alberto Giacometti, scultore (e pittore) svizzero di minoranza italiana. Certo un gigante dell’arte novecentesca. Due settimane e mezzo in cui un giovane americano, Jim Lord, di mestiere critico d’arte, cerca di farsi ritrarre (su tela, mica in creta o bronzo) dal bizzoso Giacometti. E risultano insopportabili i tic, i cliché, i manierismi da genio & sregolatezza che Geoffrey Rish, uno degli attori che più tendono all’overcating, carica sul suo personaggio. Tutti i raptus, i su e giù, i bipolarismi di umore e carattere che vi aspettate da un artista modellato sull’archetipo romantico del talento incontrollabile qui li trovate, e in quantità non modica e non smaltibile. Le scorie lasciate dalla sovrarecitazione di Rush, dai suoi improvvisi Fuck! (che voglion dire che dopo tre secondi di pigre pennellate l’Artista si è stancato e molla tutto rimandando il povero Jim al giorno dopo o portandoselo dietro in passeggiate nei cimiteri) sono pesanti peggio delle sculture affastellate nell’atelier. Aggiungeteci le sregolatezze di un Giacometti che cornifica la consorte Annette portandosi in casa la sua diletta prostituta-amante Caroline e avrete il ritratto completo. Non si esce mai, neppure per un secondo, dall’ovvio. I momenti più godibili sono le malignità che il Sommo pronuncia su Picasso e Chagall. Il resto è noia, con la messinscena diligente di chi vuol fare bella figura trattando il tema alto dell’arte e dei suoi tormenti. Si salva il marmoreo Armie Hammer, così ammodo, così perbene, così paziente, un alieno catapultato nel casino dell’atelier. E quei disegni di giovani uomini nella sua stanza d’hotel alluderanno (è un trucco che si usava quando di gaytudine non si poteva esplicitamente parlare al cinema) al suo omoerotismo? Quale moglie tradita si rivede Sylvie Testud (ricordate? Era la miracolata di Lourdes di Jessica Hausner). Voto 3
3) Wilde Maus (Topo selvaggio), un film di e con Josef Hader. Austria. Competizione.
Capita raramente che nei concorsi da festival ci siano commedie fortemente tendenti al comico. Ricordo tre anni fa a Cannes l’argentino Racconti selvaggi, e sempre a Cannes lo scorso maggio il tedesco Torni Erdmann (che vorrebbe far ridere ma in my opinion non ci riesce). Per cui oggi gaudio grande al Cinemaxx 7 – una delle sale dedicate ai press screening – di fronte a questo austriaco Wilde Maus, Topo selvaggio (e a me, che ho passato certe stagioni, mi torna in mente gatto selvaggio, e in fondo qualche analogia c’è tra la rivolta anarcoide-psicotica del protagonista di questo film e quelle vetuste esperienze di lotta extraistituzionale e extrasindacale). Film che parte benissimo, buttando in cinema grottesco e demenziale una faccenda seria e e centrale da un bel po’ di anni in qua come i licenziamenti, anzi gli esuberi. E chi pratica il mondo dei giornali non avrà faticato a riconoscere in quello che capita al protagonista (siamo nella redazione di un settimanale viennese chiamato Express) quanto è successo negli anni Duemila in tanti quotidiani e periodici italiani. Tagli, tagli, tagli. Georg, più vicino ai cinquanta che ai quaranta, è un critico musicale assai rispettato e competente, solo di carattere un filo bizzoso. Eppure un giorno, convocato dal gelido boss, si ritrova licenziato. “Lei alla sua età guadagna troppo, il 50% di colleghi più giovani, col suo stipendio ne possiamo prendere tre al posto suo”. Cose che son state ripetute pari pari negli uffici del personale (pardon: delle risorse umane) a giornalisti diciamo così maturi in molte aziende editoriali di casa nostra. La prende male, Georg, non lo dice alla compagna Johanna, psicoterapeuta, ora tutta protesa nel progetto (tardivo abbastanza) di fare un figlio, sicché è tutto un calcolo di ovulazioni e di posizioni scoperecce pià adatte a far arrivare il troppo stanco spermatozoo di Georg fino all’ovulo-bersaglio. E il nostro critico, con la sua cultura, la sua profonda conoscenza della materia, se ne va a spasso, anzi alla deriva, malinconico, depressissimo, cascando senza quasi accorgersene in un’altra vita. Mettendo su una doppia vita. Grazie a un ex compagno di scuola reincontrato per caso, si mette a rilevare e rilanciare in società con lui un fatiscente rollercoaster, Das Wilde Maus, ritrovandosi in un giro di marginali, matti, senza denaro, senza casa, immigrati, criminali. Mentre Johanna tutto ignora. E però momenti meravigliosi: quando Georg ritrova la ex collega più giovane che ha preso il suo posto e si sente dire “domani devo recensire Il flauto magico, ed è la prima volta che scrivo di un’opera” eccolo ribattere tagliente: “Il flauto magico non è un’opera, è un Singspiel!”. Applausi.
La prima parte di Wilde Maus è irresistibile, poi il propellente viene meno e, come spesso capita ai talenti brillanti che voglion fare tutto, troppo, da soli (Haider è regista, scneggiatore unico e protagonista assoluto), l’intuizione di partenza non ce la fa a reggere una narrazione lunga e complessa. Anche se l’umorismo corrosivo, e lo sguardo feroce di Haider non così lontano da quello dei suoi compatrioti Michael Haneke e Ulrich Seidl, riescono a colpire ancora parecchi bersagli. Si imboccano sentieri troppo presto interrotti (Johanna che vuole un figlio a tutti i costi, dunque disposta ad andare a letto con il maschio più funzinale allo scopo). E il personaggio di Georg sembra imprigionato in una coazione a ripetere, come il topo nella gabbia degli esperimenti scientifici. Ma il film c’è, e vale la pena vederlo, sperando che in Italia qualcuno lo faccia arrivare. Battutaccia sul nostro paese, rivelatrice di come ci vedono in area germanofona: “Se il mondo è un corpo, l’Italia è il culo, e il Colosseo è il buco del culo”. Grazie, Austria. (Leggendo la scheda biografica di Josef Haider ho scoperto che era lui a interpretare Stefan Zweig nel bellissimo Farewell to Europe visto lo scorso agisto a Locarno: non lo avrei mai detto). Voto tra il 6 e il 7
4) Le Jeune Karl Marx (il giovane Karl Marx), un film di Raoul Peck. Berlinale Special.
La prima domanda che ti fai è: come mai non ci aveva ancora pensato nessuno? Intendo: a mettere in cinema gli anni giovanili, quelli verdianamente di galera, quelli di incubazione di pensieri e azioni e amicizie e amori, di un colosso come il signor Karl Marx? Che comunque lo si guardi, resta figura immensa, bigger than life, degna di ogni possibile narrazione. E la seconda domanda è invece: a chi mai potrà interessare oggi una storia così, chi volete che conosca Marx e abbia voglia di seguirne al cinema gli anni di formazione e prima eplosione sulla scena rivoluzionaria, se non Corbyn, qualche studente leftist supporter di Bernie Sanders e qualche nostalgico italiano della vecchia sinistra? (sì, ancora più vecchia di quella di Bersani e D’Alema).
Eppure alla proiezione stampa di questo pomeriggio, in una sala un po’ troppo piccola, c’era una folla di giornalisti da evento massimo. Tutti lì in fila, e moltissimi rimasti fuori, tant’è che hanno aggiunto uno special screening alle 22 (mica come a Venezia che non ti fanno un screening in più neanche se ti inginocchi implorando: ricordo il caso del film di Kim Ki-duk sull’incesto, Moebius, una sola proiezione e più di quattrocento giornalisti rimasti fuori, ma non ci fu verso di averne una aggiuntiva: si imparasse dalla Berlinale). Dicevo: folla da grandi occasioni, perché il signor Marx resta il signor Marx, e continua come il suo famoso spettro vagante per l’Europa ad abitare i nostri inconsci e a affascinarci. Io, che marxista non sono (avendo attraversato gli anni Settanta e relative follie sono stato vaccinato), e che ritengo le rivoluzioni che da quel pensiero e da quella prassi sono discese un disastro della Storia, ecco, io a questo filmone di due ore mi sono apassionato trovandolo a tratti meraviglioso e perfino, si potrà dire a proposito di Marx & Engels?, incantevole. Preferisco i riformisti, ma diciamola tutta, al cinema i rivoluzionari vengono meglio e appassionano di più. Son come i titanici e magari negativi caratteri shakespeariani, stai incatenato a quelli, mica agli smorti esempi di virtù. Nonostante che all’uscita i commenti non siano stati entusiasti, in my opinion questo è un bellissimol film, pur nelle sue apparanze di cinema d’altri tempi, cinema iperclassico, senza azzardi formali e strutturali. Nelle sue apparenze. Perché il regista Raoul Peck (un signore che immagino simpatizzante di Marx e delle sue idee, già ministro della cultura nella Haiti post regime, e che qui a Berlino porta anche il suo docu candidato all’Oscar su James Baldwin I Am Not Your Negro) sfiora ma evita l’effetti antico sceneggiato storico della Rai era Bernabei, cose come I Giacobini per capirci, grazie a una limpida, precissima, per niente pedante nonostante tutte le spieghe fornite allo spettatore, di Pascale Bonitzer, magnifico scrittore di cinema (e anche regista). E grazie al suo tocco (di Raoul Peck) di metteur en scène. Peck compone il suo affresco come una rappresentazione in un teatro di famiglia, con scenografie e costumi esatti ma non pomposi, abolendo i toni stentorei e raccogliendo spesso i suoi personaggi dai nomi altisonanti in ambienti domestici, intimi, assai privati. Poi certo c’è lo squillo di tromba per i Grandi Evento della Storia, ma si resta lontani dalla retorica del cinema militante del passato, almeno fino allo disgraziatissimo finale. Si parte nei primi anni Quaranta dell’Ottocento (che secolo!, quello che ancora ci marchia tutti), con il giovane Marx neosposato alla borghese Jenny e firma acuminata di un giornale di Colonia. Visti i continui attacchi alla libertà d’opinione, Marx viene prudentemente mandato dal suo direttore-editore a Parigi, dove avrà modo di elaborare meglio il suo materialismo dialettico che riprende rovesciandolo quello idealista hegeliano. E che lui cerca di calare dai cieli della teoria nella pratica del cambiamento sociale, della rivoluzione a favore della classe lavoratrice. A Parigi conoscerà Proudhonne, riformista da cui dissente ma che rispetta, l’anarchico russo Bakunin, e Friedrich Engels: il figlio di un industriale tessile di Manchester che è passato dalla parte degli operai tradendo la propria classe di appartenenza. Con Marx è colpo di fulmine, e una notte passata nella stessa camera da letto allude perfino a un possibile fondo omoerotico (del resto, sono una delle coppie maschili meglio riuscite di sempre). Ma si mette troppo in mostra, Karl Marx, dà fastidio, e deve lasciare la Francia rifugiandosi a Bruxelles, mentre le faccende private e pubbliche si susseguono vorticosamente, e i traslochi con la moglie Jenny e le due figlie intanto nate pure. Si finisce con il fatale 1848, anno che cambia i connotati dellì’Europa e in cui Marx manda alle stanpe il mitologico Manifesto del partito comunista. Tutto rievocato con adesione ai fatti, e in modo appassionante. Ottima riuscita, e chi mai l’avrebbe detto. Eccellente August Diehl, l’attore che è Marx, di cui restituisce la possanza fisica, l’ego smisurato, la forza di carattere, la superbia dell’intellettuale e del maschio alfa. Purtroppo la chiusa finale, con tutte quei proletari schierati tipo Quarto stato, e i titoli di coda con il Bob Dylan di Like a Rolling Stone e le immagini di tutte le piccole e grandi rivoluzione e rivolte del Novecento, sono tremendi. Imperdonabili. E rischiano di rovinare tutto, costringendomi a tirar giù il voto di almeno mezzo punto. Dunque: voto 7 e mezzo
5) Seif Tagreeby (Experimental Summer), un film di Mahmoud Lofty. Egitto. Sezione Forum Expanded.
Egitto, oggi. Alla ricerca di un mitologico film degli anni Ottanta dal titolo Seif Tagreeby, Experimental Summer, considerato il primo indipendente girato in Egitto, al di fuori dell’Associazione Cineasti controllata dallo Stato. Un gruppo di giovani filmmaker, appassionati del cinema del passato, cinefili intossicati dalla loro passione, cerca di ricostruire la storia di quel film perduto, confiscato non si capisce bene il perché dalle autorità, forse ricomparso in qualche festival straniero, forse no, forse riemerso addirittura in Giappone. E comunque adorato da tutte le successive generazioni di ragazzi ansiosi di fare cinema in libertà, ragazzi che lo hanno re-immaginato, ri-fatto, remakizzato, sognato. Sicché esistono plurime versioni di Experimenatl Summer, anche se si fatica a distinguere le copie e gli omaggi dall’originale. L’originale? Ma esiste ancora? Ed è mai esistito davero? Come dice la mia amica Slvia N., un altro film sull’immagine mancante, sulla memoria cancellata. O che si autocancella. E in questo film piccolissimo, ma fatto con una passione evidente e commovente, adottando i modi del documentario ma anche simulando i vezzi del cinema del reale, forse il gioco si fa troppo autoreferenziale e si trasforma in una danza nella camera degli specchi. Perché forse Experimental Summer non è mai esistito, è solo un’invenzione, una magnifica invenzione e ossessione per continuare a fare cinema e a sognarlo. Voto 7

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