Berlinale 2017. CALL ME BY YOUR NAME di Luca Guadagnino è davvero assai bello. Racconto di formazione gay in Val Padana

Call Me By Your Name (Chiamami con il tuo nome), un film di Luca Guadagnino. Con Armie Hammer, Timothée Chalamet, Michael Stuhlbarg, Amira Casar, Esther Garrel, Victoire Du Bois. Panorama.
201712831_1Un film che respira, di massima naturalezza, mai affettato. Un piccolo miracolo. Guadagagnino prende un racconto di formazione di André Anciman e lo sposta in una meravigliosa villa alla Bertolucci nella bassa padana. Un ospite che pare uscito dal pasoliniano Teorema sonvolgerà vite e susciterà passioni, portando il ragazzo Elio alla scopertà del suo côté omosessuale. Purtroppo presentato qui alla Berlinale (è il solo film italiano) non in concorso. Perché un premio se lo sarebbe preso. Applausone alla proiezione stampa. Voto 8+
201712831_2Sì, effettivamente bellissimo, come già aveva scritto su carta e web chi l’aveva visto il mese scorso al Sundance. Forse il miglior Guadagnino, anche meglio di Io sono l’amore che un qualche sospetto di indebito viscontismo l’aveva suscitato. Tanto che qualche perfido brillante l’aveva subito ribattezzato il Visconti dimezzato (e però, dico io, meglio un conte Luchino a metà che zero. Per la cronaca: una parente sua compare nei credits di questo Chiamami con il tuo nome, ed è Verde Visconti, interior decorator).
Chiamami con il tuo nome è tratto da un libro di André Aciman che io ho letto una decina di anni fa (Guanda) e di cui non ricordo niente, se non che era ambientato in Liguria, mentre qui, in questo film parlato in francese e inglese con un po’ di italiano (e di dialetto lombardo-padano), azioni e accadimenti sono spostati ‘Somewhere in Northern Italy’, come avverte la dicitura a inizio film. Stando alle mie letture di Anciman, ricordo invece benissimo il suo Ultima notte ad Alessandria, memoir che consiglio caldamente sugli anni di infanzia e prima adolescenza dell’autore ad Alessandria (d’Egitto) e poi sul forzato esilio, come è capitato a tutte le famiglie ebraiche di Alessandria e del Cairo dopo la presa di potere di Nasser. Ma torniamo a Call Me by Your Name. Siamo, se ho ben capito, a Crema, meravigliosa quanto sottovalutata città di cui non mi pare il cinema si sia mai occupato in precedenza, e siamo per la precisione in una villa nei dintorni che ricorda quella abitata da Alida Valli in La strategia del ragno di Bertolucci. Trionfo della Padania, dell’Oceano padano per citare il libro di Mirko Volpi, in questo film pure così international, e chi mai l’avrebbe detto. Case basse, mura rosse di mattoni, muggiti dalle ricche stalle, brusche parlate e modi sobri, acque di fiume e di lago, pesci d’acqua dolce. Per un lombardo come me, una goduria.
Racconto di formazione del ragazzo Elio, di famiglia ebraica – padre americano, madre francese – trasferita temporaneamente nel cremasco per via che papà è archeologo-studioso di arte antica e sta seguendo certe perlustrazioni sul fondo del non lontano lago di Garda (usciranno tesori classici). In quella villa nella bassa che sembra così tagliata fuori dai grandi giri invece passa il mondo, si sente il mondo. C’è anche Oliver – è un’estate dei primi anni Ottanta -, americano, amico di famiglia e anche assistente del padre archeologo, un bellone che ha la fisicità statuaria di Armie Hammer (non così convincente, forse il punto di debolezza in un film che azzecca quasi tutto). Un bel po’ ospite pasoliniano alla Teorema, nel senso che Oliver piace a tutti e tutti conquista, uomini e donne, un permamente centro di iradiazione sessuale piantato nel bel mezzo di quel microcosmo dedito ai piaceri dell’arte e della cultura, e del bel vivere, delbuon cibo, delle passeggiate, delle letture, delle conversazioni con gli amici. Un ospite-angelo destinato a cambiare qualche vita.
La storia del film è la storia tra Elio e il ventenne Oliver. Elio (interpretato da un attore sconosciuto che si chiama Timothée Chalamet ed è di pazzesca bravura e naturalezza: una rivelazione) suona e compone, ha una mezza storia con la coetanea Marzia, ma è attratto da Oliver. Le sue tempeste ormonali e le sue fantasie van sempre a parare lì, sul corpo di Oliver. Non crederete però che i due si mettano a scopare subito dietro le molte frasche padane, macché, sarà dura e lunga la conquista, e non si capisce se sia Elio a far capitolare Oliver o viceversa. La sceneggiatura è cofirmata nientedimeno che dall’oggi ottantanovenne James Ivory (uno dei fregi araldici che Guadagnino ama inserire nei suoi film, un vezzo che gli si perdona visti i risultati), che qui immette la sua sensibilità mai dolciastra, la sua delicatezza elegante. Ma il film è di Luca Guadagnino, il quale scansa mirabilmente i molti rischi che una simile operazione si porta dietro. Quello del film lgbt militante con messaggio. Quella del viscontismo di risulta e malcopiato, languori e peccatii esteticamente correttissimi e iun po’ inamidati. Quello del film arty con molta cultura esibita a legittimare l’abbondanza di fluidi corporali tra le lenzuola. Guadagnino realizza un film che respira come un organismo vivente, di massima naturalezza, non sbagliando neinete, i tempi, i gesti, le parole, gli ambienti. Le scene d’amore tra Elio e Oliver sono le più convincenti, e le menoo scontate e affettate, dai tempi di Weekend di Andrew Haiig, un capolavoro del cinema gay. Niente smancerie né sdilinquimenti, e nemmeno quell’hard sex che affligge tanti gaysmi, invece un avvicinarsi lento e circospetto al fare l’amore, dubbi, esitazioni, voglie e paure che comunicano un senso di verità. Guadagnino gioca intelligentemente con certi stereotipi e vecchi modi di rappresentazione dell’omoseesualità maschile (del resto siamo nei primi anni Ottanta): quella matura coppia di gay in visita in abito rosa pallido, l’ammirazione alla Winckelmann per i torsi delle statue classiche. Ma si evitano per fortuna le scene di dramma e di passione con sottofondo di Callas. Quando Elio usa in modo sessualmente creativo una pesca si sente Battiato, mica Casta Diva. Evidentementee Guadagnino quegli anni Ottanta italiani se li ricorda bene e li ricostruisce benissimo, e alla lirica preferisce come colonna sonora giustamente il pop, quello alto di Battiato e quello bassissimo della dance made in Italy. Il finale è presa-di-coscienza della realtà e della vita da parte del ragazzo Elio, e la Bildung si è compiuta. Applausone che non finiva più alla proiezione stampa. Peccato, fosse stato in concorso un premio se lo sarebbe portato via (e comunque Guadagnino ha fatto benone a portarlo prima al Sundance e poi qui, e non a Venezia dove A Bigger Splash era stato massacrato).

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3 risposte a Berlinale 2017. CALL ME BY YOUR NAME di Luca Guadagnino è davvero assai bello. Racconto di formazione gay in Val Padana

  1. Gianluigi scrive:

    Ciao Luigi, bellissima recensione come sempre!

    Timothée Chalamet ha già fatto diversi film, di cui in Italia si sono visti “Interstellar” di Nolan e “Love The Coopers” (da noi “Natale all’improvviso”) di Jesse Nelson accanto a Steve Martin, John Goodman e Diane Keaton. Interessante suona anche “The Adderall Diaries” diretto da Pamela Romanowsky nel 2015 con James Franco, Amber Heard, Ed Harris e Christian Slater, che in Italia deve essere uscito straight to video col titolo “Le verità sospese”.

    Un salutone e a presto Gianluigi

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