Berlinale 2017. Recensione: FINAL PORTRAIT, un film di Stanley Tucci. Due settimane e mezzo con Giacometti

DSC_7514.jpgFinal Portrait, un film di Stanley Tucci. Con Geoffrey Rush, Armie Hammer, Sylvie Testud, Clémence Poésy. Competition (Out of Competition).
DSC_9033.jpgParigi, 1964. Un giovane americano si fa ritrarre da Alberto Giacometti, ma son diciotto giorno di tormento e estasi, e più il primo. Perché mica è facile vaere a che fare con il bizzoso artista. Nessun cliché sull’arte e la bohème, sul genio sregolato e bipolare ci viene risparmiato. Geoffrey Rush insopportabilmente gigione. Regia diligente ma sussiegosa di Stanley Tucci. Voto 3
DSC_9647.jpgPrima di parlare del film, conviene chiarire la misteriosa e contraddittoria dicitura Competition (Out of Competition) che compare nel programma accanto a questo e altri film. Che fanno sì parte della selezione ufficiale, ma non sono in concorso. Formula di teutonica astruseria che sfida il principio di non contraddizione, mentre la clarté cartesiana dei francesi ha portato a Cannes a ricomporre la stessa contraddizione in un più comprensibile ‘Selezione ufficiale – fuori concorso’. Ma non si può pretendere lo stesso dal paese che ha partorito Heidegger e i suoi sapienziali enigmi. Dunque: il film. Firmato da Stanley Tucci, e non è la sua prima volta da regista (ha cominciato nel 1996 con Big Night). Non una gran cosa. Si raccontano diciotto giorni – siamo nel 1964, a Parigi – nell’atelier di Alberto Giacometti, scultore (e pittore) svizzero di minoranza italiana. Certo un gigante dell’arte novecentesca. Due settimane e mezzo in cui un giovane americano, Jim Lord, di mestiere critico d’arte, cerca di farsi ritrarre (su tela, mica in creta o bronzo) dal bizzoso Giacometti. E risultano insopportabili i tic, i cliché, i manierismi da genio & sregolatezza che Geoffrey Rish, uno degli attori che più tendono all’overacting, carica sul suo personaggio. Tutti i raptus, i su e giù, i bipolarismi di umore e carattere che vi aspettate da un artista modellato sull’archetipo romantico del talento incontrollabile qui li trovate, e in quantità non modica e non smaltibile. Le scorie lasciate dalla sovrarecitazione di Rush, dai suoi improvvisi Fuck! (che voglion dire che dopo tre secondi di pigre pennellate l’Artista si è stancato e molla tutto rimandando il povero Jim al giorno dopo o portandoselo dietro in passeggiate nei cimiteri) sono pesanti peggio delle sculture affastellate nell’atelier. Aggiungeteci le sregolatezze di un Giacometti che cornifica la consorte Annette portandosi in casa la sua diletta prostituta-amante Caroline e avrete il ritratto completo. Non si esce mai, neppure per un secondo, dall’ovvio. I momenti più godibili sono le malignità che il Sommo pronuncia su Picasso e Chagall. Il resto è noia, con la messinscena diligente di chi vuol fare bella figura trattando il tema alto dell’arte e dei suoi tormenti. Si salva il marmoreo Armie Hammer, così ammodo, così perbene, così paziente, un alieno catapultato nel casino dell’atelier. E quei disegni di giovani uomini nella sua stanza d’hotel alluderanno (è un trucco che si usava quando di gaytudine non si poteva esplicitamente parlare al cinema) al suo omoerotismo? Quale moglie tradita si rivede Sylvie Testud (ricordate? Era la miracolata di Lourdes di Jessica Hausner).

Questa voce è stata pubblicata in cinema, Container, Dai festival, film e contrassegnata con , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi