Berlinale 2017. I 5 film che ho visto lunedì 13 febbraio (Helle Nächte; Call Me by Your Name; Mr. Long; The Lost City of Z; The Misandrists)

Helle Nächte

Helle Nächte

The Misandrists

The Misandrists

1) Helle Nächte, un film di Thomas Arslan. Germania. Competizione.
Rientra nel medio-mediocre da Berlinale questo Helle Nächte, in concorso in quota tedesca (giustamente: siamo Berlino e la Germania promuove la sua produzione, esattamente come fanno la Francia a Cannes e l’Italia a Venezia). Presentato in press-screening al Palast tra molti applausi della platea (in gran parte tedesca, dunque nazionalmente solidale con l’autore). Non che si brtto, intendiamoci. Solo che è la troppo volte vista storia del padre separato-divorziato che si ritrova a dover passare qualche giorno con il figlio adolescente e a lui prraticamente sconosciuto (i figli, si sa, stanno perlopiù dalla madre), e son scontri prevedibilie, rinfacci e incornate tra maschio alfa papà e aspirante maschio alfa figlio. Signora mia, le incomprensioni tra generazioni! E il complesso di Edipo! Sembra di rivedere Manchester on the Sea, anche se là sono uno zio e un nipote a scontrarsi. Solo che in quel film molto ben posizionato per gli Oscar c’è una scrittura che non sbaglia biente, una regia di mirabile naturalezza, qui invece siamo al déjà-vu e poco, pochissimo di più. Nella seconda parte Helle Nächte migliora, quando il reista lascia parlare il paesaggio e i silenzi, azzarda un lungo piano sequenza nella nebbia, sfrutta la plumbea Norvegia con tanto di boschi, valli, fiordi e cieli e sole che non va mai via per costruire una minima geografia dell’anima. Ma è troppo tardi, e il tentativo è troppo timido. Se Thomas Arslan avesse impresso lo stesso segno fin dall’inizio avremmo avutro un buon film, e invece.
Heinrich, abitante a Berlino, lavoratore nei cantieri (non si sa se come ingegnere o altro), apprende che il padre è morto. Si era ritirato in una casa nei boschi nel Nord della Nrvegae, e lì ha lasciato scritto che vuol essere sepolto. Sicché il figlio che lo non vedeva da anno lascia la Germania e raggiunge il villaggetto norvegese, imbarcando nel viaggio anche il figliolo suo adolescente. Son battibecchi tra due maschi, il giovane e il meno giovane,  più odioso del’altro. Infastidice il padre appartenente alla generazione del ‘vogliamo tutto e subito’ e cresciuta nel mito della ‘realizzazione di se stessi’ (“sai perché il matrimonio con tua madre è saltato? perché continavo a scopare con altre donne anche quando lei era incinta di te”). Mica tmeglio il figliolo, senpre ingrugnito, e non si capisce il perché, sempre pronto a dare dello sfigato al padre: “Ma come fa a non avere la macchian a Berlino? Io appena ho la patente mi prendo un Bmw o una Mercedes, una cosa figa”. Difficile simpatizzare per l’uno o e l’altro, forse un filo di più per il padre, ecco. I due girovagano in macchina e a piedi, col ragazzo sempre lì a lamentarsi. Finale ultraprevedibile. Il regista riduce al minimo le parole, anche perché il figlio tende all’autistico-afasico. E grazie a Dio non esagera in psicolosgismi scemi. Sfronda, scarnifica, riduce allessenziale, facendosi aiutare dal panorama promosse a specchio dell’anima. Il guaio è che l’essenzale è poca cosa. Poi magari è di quei film sommessi e educati che ai festival non ce la fanno a catturare, ma che poi, fuori, dal frastuono, una loro strada la trovano. Voto 5+

2) Call Me By Your Name, un film di Luca Guadganino. Panorama.
Sì, effettivamente bellissimo, come già aveva scritto su carta e web chi l’aveva visto il mese scorso al Sundance. Fose il miglior Guadagnino, anche meglio di Io sono l’amore che un qualche sospetto di indebito viscontismo l’aveva suscitato. Tanto che qualche perfido brillante l’aveva subito ribattezzato il Visconti dimezzato (e però, dico io, meglio un conte Luchino a metà che zero. Per la cronaca: una parente sua compare nei credits di questo Chiamami con il tuo nome, ed è Verde Visconti, interior decorator).
Chiamami con il tuo nome è tratto da un libro di André Aciman che io ho letto una decina di anni fa (Guanda) e di cui non ricordo niente, se non che era ambientato in Liguria, mentre qui, in questo film parlato in francese e inglese con un po’ di italiano (e di dialetto lombardo-padano), azioni e accadimenti sono spostati ‘Somewhere in Northern Italy’, come avverte la dicitura a inizio film. Stando alle mie letture di Anciman, ricordo invece benissimo il suo Ultima notte ad Alessandria, memoir che consiglio caldamente sugli anni di infanzia e prima adolescenza dell’autore ad Alessandria (d’Egitto) e poi sul forzato esilio, come è capitato a tutte le famiglie ebraiche di Alessandria e del Cairo dopo la presa di potere di Nasser. Ma torniamo a Call Me by Your Name. Siamo, se ho ben capito, a Crema, meravigliosa quanto sottovalutata città di cui non mi pare il cinema si sia mai occupato in precedenza, e siamo per la precisione in una villa nei dintorni che ricorda quella abitata da Alida Valli in La strategia del ragno di Bertolucci. Trionfo della Padania, dell’Oceano padano per citare il libro di Mirko Volpi, in questo film pure così international, e chi mai l’avrebbe detto. Case basse, mura rosse di mattoni, muggiti dalle ricche stalle, brusche parlate e modi sobri, acque di fiume e di lago, pesci d’acqua dolce. Per un lombardo come me, una goduria.
Racconto di formazione del ragazzo Elio, di famiglia ebraica – padre americano, madre francese – trasferita temporaneamente nel cremasco per via che papà è archeologo-studioso di arte antica e sta seguendo certe perlustrazioni sul fondo del non lontano lago di Garda (usciranno tesori classici). In quella villa nella bassa che sembra così tagliata fuori dai grandi giri invece passa il mondo, si sente il mondo. C’è anche Oliver – è un’estate dei primi anni Ottanta -, americano, amico di famiglia e anche assistente del padre archeologo, un bellone che ha la fisicità statuaria di Armie Hammer (non così convincente, forse il punto di debolezza in un film che azzecca quasi tutto). Un bel po’ ospite pasoliniano alla Teorema, nel senso che Oliver piace a tutti e tutti conquista, uomini e donne, un permamente centro di iradiazione sessuale piantato nel bel mezzo di quel microcosmo dedito ai piaceri dell’arte e della cultura, e del bel vivere, delbuon cibo, delle passeggiate, delle letture, delle conversazioni con gli amici. Un ospite-angelo destinato a cambiare qualche vita.
La storia del film è la storia tra Elio e il ventenne Oliver. Elio (interpretato da un attore sconosciuto che si chiama Timothée Chalamet ed è di pazzesca bravura e naturalezza: una rivelazione) suona e compone, ha una mezza storia con la coetanea Marzia, ma è attratto da Oliver. Le sue tempeste ormonali e le sue fantasie van sempre a parare lì, sul corpo di Oliver. Non crederete però che i due si mettano a scopare subito dietro le molte frasche padane, macché, sarà dura e lunga la conquista, e non si capisce se sia Elio a far capitolare Oliver o viceversa. La sceneggiatura è cofirmata nientedimeno che dall’oggi ottantanovenne James Ivory (uno dei fregi araldici che Guadagnino ama inserire nei suoi film, un vezzo che gli si perdona visti i risultati), che qui immette la sua sensibilità mai dolciastra, la sua delicatezza elegante. Ma il film è di Luca Guadagnino, il quale scansa mirabilmente i molti rischi che una simile operazione si porta dietro. Quello del film lgbt militante con messaggio. Quella del viscontismo di risulta e malcopiato, languori e peccatii esteticamente correttissimi e iun po’ inamidati. Quello del film arty con molta cultura esibita a legittimare l’abbondanza di fluidi corporali tra le lenzuola. Guadagnino realizza un film che respira come un organismo vivente, di massima naturalezza, non sbagliando neinete, i tempi, i gesti, le parole, gli ambienti. Le scene d’amore tra Elio e Oliver sono le più convincenti, e le menoo scontate e affettate, dai tempi di Weekend di Andrew Haiig, un capolavoro del cinema gay. Niente smancerie né sdilinquimenti, e nemmeno quell’hard sex che affligge tanti gaysmi, invece un avvicinarsi lento e circospetto al fare l’amore, dubbi, esitazioni, voglie e paure che comunicano un senso di verità. Guadagnino gioca intelligentemente con certi stereotipi e vecchi modi di rapprsentazione dell’omoseesualità maschile (del resto siamo nei primi anni Ottanta): quella matura coppia di gay in visita in abito rosa pallido, l’ammirazione alla Winckelmann per i torsi delle statue classiche. Ma si evitano per fortuna le scene di dramma e di passione con sottofondo di Callas. Quando Elio usa in modo sessualmente creativo una pesca si sente Battiato, mica Casta Diva. Evidentementee Guadagnino quegli anni Ottanta italiani se li ricorda bene e li ricostruisce benissimo, e alla lirica preferisce come colonna sonora giustamente il pop, quello alto di Battiato e quello bassissimo della dance made in Italy. Il finale è presa-di-coscienza della realtà e della vita da parte del ragazzo Elio, e la Bildung si è compiuta. Applausone che non finiva più alla proiezione stampa. Peccato, fosse stato in concorso un premio se lo sarebbe portato via (e comunque Guadagnino ha fatto benone a portarlo prima al Sundance e poi qui, e non a Venezia dove A Bigger Splash era stato massacrato).

3) Mr. Long, un film di Sabu. Competizione.
Attore-regista made in Japan, Sabu aveva portato qui un tre anni fa un film bello e eccentrico passato quasi inosservato perché proiettato, se ricordo bene, l’ultimo giorno di festival, a fuga da Beerlino già cominciata (titolo: Chasuke’s Journey, e se ne avete voglia ecco quanto ne ho scritto allora). Lo si è anche appena visto, il signor Sabu, nella parte di un samurai nel formidabile Silence di Martin Scosese, tutto girato in una Taiwan che si finge molto bene il Giappone seicentesco. Curiosamente, la connessione Taiwan-Giappone ritorna anche in questo film, come se Sabu volesse lanciare un ponte tra due mondi, il cinese e il giapponese, profondamente diversi, e separati da una storica rivalitài. O forse, banalmente, è solo questione produttiva, di soldi, dai finanziamenti arrivati da entrambi i paesi e dunque con obbligo di location nelì’uno e nell’altro. Mr. Long è un killer di professione – anzi un hitman come detto in sinossi -, arma preferita il coltello. Uno che agisce in silenzio, con elganza, senza fare botti con volgari armi da fuoco. Un virtuoso della lama. Spedito in misisone in Giappone a colpire un giovane boss dal capello ossigenato, viene però gravemente ferito. Verrà soccorso in una sordida periferia da un bambinetto assai sveglio, si salverà. Conoscerà la madre di lui, tossica persa (esattamente come nel plurinominato all’Oscar Moonlight). Intanto, visto che oltre che ammazzare sa anche cucinare miolto bene, mette su lì in Giappone, dove ormai si è insabbiato, con l’aiuto di volonterosi vicini un baracchino di cucina taiwanese che ne fa una piccola star. Nuova vita, nuova rispettabilità. Ma, come vogliono le regole del crime drama, il passato ritorna a esigere il suo prezzo, e sarà bagno di sangue.
Sabu filma quello che è finora, in my opinion, il migliore film del concorso, la vera rivelazione (e non si capiscono proprio le molte fughe durante la proiezione, decine  edecine di ersone: ma allora vi meritate Agneszka Holland). Folgorante il primo quarto d’ora in una Taiwan dalle mille luci, e insiem cupa, minacciosa e darkissima, tra bande criminali e locali di sesso levigato quanto turpe. E Mr. Long è all’altezza dei grandi uomini soli della tradizione noir (vedi Le Samouraï di Melville). Cool. Taciturno (e non solo perché ui, cinese in Giappone, non conosce la lingua), virile ma senza iattanza, pronto alla carezza come al colpo letale. E, quale killer e chef, perfetto come icona di nuova virilitò cinematografica. Ma a lasciare sbalorditi in questo film è lo stile. Sabu ha un senso naturale (e forse anche molto nipponico) dell’immagine pop. Capace di trasfigurare in pura bellezza e armonia gli ambienti più sordidi e a creare mirabilie estetiche dalle cose di ordinaria quotidianità. Flaconi di medicinali, pillole sparse (naturalmente colorate), drink qualunque, cibo spazzatura. Ma Sabu vince per come passa attraverso i generi, dal noir al melodramma all’action alla farsa orientale, sempre tenendo in pougno il film con la forma, con uno stile che non ha mai un cedimento. Meraviglie sparse, come il teatro (mi pare più no che kabuki) in piazza. Nell’insieme dei vari registri e generi forse il melodramma familiare si prende troppo spazio, forse c’è un eccesso di zucchero. Ma è il solo limite di questo film-rivelazione che si merita tutto, anche l’Orso. (E chissà se le analogie con Takeski Kitano e il suo L’estate di Kikujiro – anche lì un gangster incointra un bambino – sono volute o accidentali).

4) The Lost City of Z, un film di James Gray. Berlinale Special.
Lo strano caso di James Gray. Che, dopo i primi quattro (bellissimi) film molto contemporanei e un filo autobiografici su immigrati ebrei (e irlandesi) negli States, con C’era una volta a New York si è occupato sì ancora di immigrazione, ma in forma di period movie e melodramma con risvolti noir nell’America anni Venti. Adesso un altro film nel e sul passato, con sontuosità di scenografia e costumi e neanche più il tema dell’emigrazione a collegarlo ai suoi precedenti. Un’altra cosa, un altro film, un altro cinema. Anche parecchio convenzionale, con militari in alta uniforne ai ricevimenti, cottage anzi castelli nel countryside, interni maestosi di ministeri e altre reali istituzioni tra Otto e Novecento inglese. Che non lo si riconosce più, il rigoroso Gray. Ma perché avrà accettato di girare The Lost City of Z, certo tratto da una biogrtafia diventata bestseller, certo prodotto dalla Plan B di Brad Pitt, ma così inesorabilmente medio-mainstream? Un’avventura amazzonica con delirio del suo protagonista, che sarebbe anche di molto fascino se non ci fossero già sul tema certi indimenticabili film herzoghiani, intendo Aguirre e Fitzcarraldo. L’altr’anno s’è poi visto ai festival e anche in qualche sala italiana il notevole El Abrazo de la Serpiente, di cui par di rivedere molti passaggi in questo La città perduta di Z. E dal confronto il film di Gray esce stritolato.
Il pimo quarto d’ora è insopportabile, tutto un ballo all’ambasciata e ‘il ministro vorrebbe incontrarla al più presto, signor Fawcett’. Perché il film decolli un attimo bisogna aspettare che Percy Fawcett, militare al servizio di sua maestà incaricato di perlustrare per conto della corona la zona dell’alto Rio delle Amazzoni contesa tra Brasile e Bolivia, e magari di aprire varchi a una presenza britannica, parta per la sua destinazione. Lasciando a casa la moglie comprensiva e emancipata (“sono una donna autonoma”) che non fa storie a far la vedova bianca, un figlio e un altro in arrivo. E comincia il viaggio sul grande fiume, con intorno la giungla più pericolosa che c’è, e indios che lanciano fracce letali e pure antropofagi, alla ricerca poi di non si sa che cosa. Avamposti di europei che lì, come il Kurz di Apocalypse Now (e Joseph Conrad), si sono insabbiati e hanno creato il loro piccolo impero con potere di vita e di morte sugli indios schiavizzati. E qui, sorpresa, compare Franco Nero quale signorotto non così lontano da quello già visto in Django Unchained. Il resto è abbastanza pevedibile, conoscendo il genere paura-e-delirio-in-Amazzonia. Le imboscate dei nativi fan fuori parte del già scarno equipaggio, e quel paradiso promesso si rivela un grande niente. Mentre Percy Fawcett si convince sulla base di labili indizi (qualche coccio e poco più) che lì nella jungla si nasconda una grande città perduta, naturalmente costruita in gemme e oro, sede di una civiltà precedente a quella europa. La storia gliela racconta l’indio guida della spedizione, il resto lo fa l’immaginazione, l’ambizione, la voglia di grandezza e di passare agli annali con una scoperta sensazionale del soldato Percy. Naturalmente la città di Z non si lascia scoprire, forse perché non esiste. Fawcett torna a casa, ma tornerà, e tornrà ancora in Amazzonia, intossicato da quel sogno. Non gli basteranno nemmeno i traumi della guerra di trincea, dell’iprite sulla Somme a fargli dimenticare il suo sogno-incubo. Finale aperto, di cui ovviamente non si può dire.
140 minuti di un racconto cinematografico vieux style, anni Cinquanta, tra l’epico e il melodrammatico, che non riesce quasi mai a rivitalizzare i modi del vetusto film d’epoca. James Gray, per quanto si sia buttato nell’impresa (mica facile girare in Amazzonia) col massimo dell’impegno, resta prigioniero di un fare cinema medio che non gli apparriene, e il suo segno di autore qui non si avverte quasi. Quasi, perché la sequenza in cui padre e figlio si ritrovano nella notte amazzonica dai mille fuochi sul’acqua è meravigliosa, e alcuni momenti della follia di Fawcett, della sua hybris, sono disturbanti al punto giusto. Ma l’impianto spesso soappistico (la storia di famiglia) impedisce al buono che c’è di farsi largo ed emergere. Certo, utili riflessioni si fanno vedendolo, ad esempio sull’altra faccia del positivismo ottocentesco, di una razionalità scientifica che mirava alla conoscenza di ogni anfratto del mondo finanziando spedizioni in ogni dove ma che produceva anche il proprio opposto, il sogno, il delirio, la fantasia su inesistenti mondi perduti. Per tutto il film mi sono sforzato di vedere l’impronta di James Gray, il suo essere autore dietro e sotto una confezione tanto classica. Ma non l’ho trovata. Forse bisognerà rivederlo, questo The Lost City of Z, per ora c’è la delusione. Charlie Hunnan ha la faccia del giovane Ron Howard però coi baffi, Sienna Miller è la più brava, Robert Pattinson sacrificato e irriconoscibile sotto una lunga barba.

5) The Misandrists, un film di Brice LaBruce. Panorama.
Ormai il canadese Bruce LaBruce è un agent provocateur istituzionalizzato e addomesticato, i festival lo ospitano sperando magari di suscitare con i suoi omoerotismi di sesso-vero qualche scandaluccio mediatico utile a creare l’hype. Riuscì qualche anno fa a Locarno, dove molti si indignarono per un suo zombie-gay movie messo in programma dall’astuto Olivier Père. Ma al festival di Berlino chi volete si scandalizzi? Anzi LaBruce, che mi pare passi parecchi mesi l’anno da queste parti, è della città un figlio adottivo amatissimo, un simbolo per il molto nutrito popolo omo-maschile e lesbico. E al Cinemaxx 7, dov’era dato in prima questo suo film inneggiante al lesbismo duro e (im)puro, al suprematismo femminile e al separatismo radicale dal maschio, c’era una platea complice pronta a salutarlo come un eroe. Che ovazione alla fine, per lui e tutte le sue attrici (del resto, Berlino era una capitale lesbica già negli anni Venti, mica ha aspettato i movimenti di liberazione dei primi anni Settanta). E però si potrà dire che il manierismo si è impossessato del cinema di Bruce LaBruce? E anche se lui resta bravissimo nello svariare tra la commediaccia camp e il film più riflessivo, i suoi tic e vezzi si riproducono da un film all’altro. Stavolta per variare un attimo il solito piatto si dedica tutto alla sesualità lei-lei, lasciando (quasi) perdere i suoi adorati nudi maschili con relative sporcaccionate (e però ci mostra un video anni Ottanta assai caldo e divertente, e introduce comunque nel cast all-women un giovane maschio prontamente denudato, e poi sottoposto a ben peggiori trattamenti). Siamo in un collegio feminile in Germania la cui missione è inculcare nelle educande l’odio per il maschio sopraffattore, indurle alla lotta per la supremazia femminile e alla guerra di sterminio verso ogni portatore di fallo. Naturalmente l’unico amore ammesso è quello lesbico. Si riciclano in chiave camp e grottesca i peggio pensieri femministii-radicali a una sola dimensione, a partire da Valerie Solanas, colei che voleva uccidere Andy Warhol in quanto simbolo di maschio padrone (ma si può?). Dotte citazioni a suffragare la tesi del primato femminile si mescolano a dialoghi pecorecci tra le insegnanti (capitanate da una madre badessa tra la dominatrix e la kapò) e le collegiali. Tutte con nomi da pornofilm o da vecchio Moulin Rouge, e calzettoni bianchi da scatenate teen giapponesi. Si citano e si mettono in burla tutti i film di perversioni nei collegi di sole donne, a partire dal mitologico, e tedesco, Ragazze in uniforme, protoesempio di lesbismo al cinema (ah, Weimar!). Un ragazzetto che si oppone pure lui al sistema volendo però attuare una rivoluzione marxista di quelle di una volta, viene inseguito dalla polizia e ferito a una gamba: a soccorrerlo una delle allieve, non così convertita al lesbismo, e naturalmente trattasi di una citazione precisissima di La notte brava del soldato Jonathan. Verrà scoperto, il portatore di fallo, e punito in una scena splatterissima. Il guaio di questo film è che non si capisce se Bruce LaBruce ci creda, a ‘ste balordaggini del separatismo femminile e del progetto di sterminio del maschio, e di supremazia della vagina sul fallo, o se voglia ridicolizzarle. Temo più la prima che la seconda, anche per un malinteso correttismo politico (e che BLB prenda troppo sul serio la faccenda lo dimostra la sequenza fotografica lesbicissima sui titoli di coda con immagini storiche di sole donne). LaBruce sa come farci divertire, e ci sono passaggi da morir dal ridere. Che però non compensano le tirate ideologiche che ci tocca sorbire. Naturalmente The Misandrists è il corrispettivo al femminile di Misogini (le misantrope non rende perfettamente l’idea). Voto 5

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