Berlinale 2017. Recensione: THE OTHER SIDE OF HOPE di Aki Kaurismaki. Bello, ma non è la stessa storia di ‘Miracolo a Le Havre’?

201719257_1The Other Side of Hope (Toivon tuolla puolen), un film di Aki Kaurismaki. Con Sherwan Haji, Sakari Kuosmanen, Janne Hyytiäinen, Ilkka Koivula, Nuppu Koivu. Competizione.
201719257_3Un clandestino siriano a Helsinki trova aiuto e protezione in un maturo signore neoseparato. Ricorda qualcosa questo nuovo Kaurismaki? Sì, il suo precedente Miracolo a Le Havre (ragazzino africano aiutato da maturo homeless). Il regista finlandese copia se stesso, anche se lo fa con grazia e arguzia, divertendoci moltissimo con i suoi soliti personaggi stralunati. E però, altra debolezza del film, la storia di Khaled è così esemplare e dimostrativa da somigliare a un reportage sull’immigrazione.  Voto 7 meno
201719257_4Che applauso, alla fine del press screening. Il favorito della vigilia Aki Kaurismaki (chi non lo ama?) si è confermato tale alla visione del suo L’altra faccia della speranza. È lui il candidato da battere per l’Orso d’oro, anche se il suo non è il film migliore del concorso. Volete che la Berlinale si lasci scappare l’occasione ghiottissima di consacrare un autore che da trent’anni persegue con rigore, coerenza e senza la minima malmostosità la sua idea di cinema? Con Le Havre a Cannes si era avvicinato alla Palma, ma poi l’avevano data (bisoga dire giustamente) al Terrence Malick di The Tree of Life. Ma c’è un’altra ragione, squisitamente extracinematografica, che gioca stavolta a favore di Kaurismaki: il suo film su un immigrato siriano clandestino a Helsinki arriva al momento giusto, tocca un tema qui in Germania molto sentito, e la tentazione di premiarlo come atto di resistenza antitrumpista credo sia forte, anzi irresistibile. Insomma, le premesse ci sono, e però, diciamolo, Aki Kaurismaki ha fatto di meglio. Perché va benissimno battere e ribattere sul tasto degli immigrati dalle aree disagiate del pianeta, ma era proprio il caso di replicare Le Havre? Là c’era un bambinetto africano che trovava protezione e aiuto in un homeless di modi assai dandy, qui un siriano che vien salvato dall’espulsione dalla Finalndia da un bravo signore medio-borghese. Se sovrapponiamo i due film, vedremo come le funzioni narrative sian quasi le stesse. E le figure anche. Una debolezza strutturale che Kaurismaki, pur con tutta la sua capacità di fare cinema e di riempirlo di arguzia, grazia, piccoli anarchismi incantevoli, personaggi mattocchi e stralunati, non ce la a mascherare.
Khaled è scappato da Aleppo con la sorella, ha passato la frontiera con la Turchia, ha raggiunto la Grecia, poi su su per la rotta balcanica fino alla Polonia, e da lì a Helsinki nascosto nella stiva di una nave. È solo, in uno scontro alla frontiera ungherese ha perso i contatti con la sorella, non ne sa più niente, è disperato. Finisce in un centro di accoglienza tenporaneo, freddo e anonimo ma non malvagio, in attesa di avere il visto come rifugiato. Intanto, in parallelo, vediamo la storia di Wikström che a cinquant’anni e più deve ricominciare. Si è separato, ha chiuso la sua attività commerciale. E adesso, dopo una vittoria a poker (in una partita molto à la Kaurismaki, e son queste delizie a renderlo unico e indispensabile), punta tutti i soldi su un ristorante scalcinato sperando di farlo decollare. E a questo punto le due vite, la sua e quella di Khlaed, si incrociano. Non dico altro.
Ci si diverte molto, e si ride bene, al teatrino che ancora una volta Kaurismaki ci allestisce. Le gag lievi e insieme ciniche. Gli outsider che non ce la fanno a stare nel branco e che lui ama e ci fa amare. Ambienti come fissati agli anni Cinquanta, tutt’al più Sessanta, con quei colori, le tappezzerie che non si usan più, i mobili, i quadri. Un vintage senza vezzi modaioli e hipster. E la musica, qui assai eclettica. La riconversione del ristorantaccio, con la sua improbabile crew, prima a ristorante con pretese poi a susheria, è da morire dal ridere. Certo, poi c’è il lato oscuro, l’altra faccia, l’odissea di Khaled. Raccontata nelle sue tappe canoniche come in un didascalico reportage, acciocché le platee prendano coscienza di quale sia la vita di un clandestino. Con un finale che, spiace dirlo, non si può proprio guardare. Mentre quando deve descrivere i suoi finlandesi, i marginali come i borghesi piccoli e medi, Kaurismaki non sbaglia niente (si vede che conosce la materia), cade invece nei cliché quando si tratta di definire Khaled. Si ha l’impressione chenon ne abbia visti molti di immigrati in vita sua e che il protagonista di The Other Side of Hope l’abbia costruito su quanto servito tutti i giorni dai media. Un indizio rivelatore: nel colloquio previsto dal protocollo per i richiedenti asilo, a Khaled viene chiesto da una funzionaria evidentemente informata sulla situazione siriana, e di Aleppo, se lui sia sunnita, sciita o alawita. La risposta è più o meno (vado a memoria): sono distinzioni in cui non mi riconosco. “Allora scrivo: nessuna religione”, fa lei. E Khaled tace, e tacendo acconsente. Ecco, nessun musulmano si farebbe scrivere su una scheda di identificazione “nessuna religione”. Sarebbe come dichiararsi apostata, cosa che all’interno dell’Islam, si sa, non è presa tanto bene.

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