Berlinale 2017: i 5 film che ho visto martedì 14 febbraio (The Other Side of Hope; Beuys; Sage Femme; The Party; Fluidø)

Beuys

Beuys

Fluidø

Fluidø

1) The Other Side of Hope, un film di Aki Kaurismaki. Competizione.
Che applauso, alla fine del press screening. Il favorito della vigilia Aki Kaurismaki (chi non lo ama?) si è confermato tale alla visione del suo L’altra faccia della speranza. È lui il candidato da battere per l’Orso d’oro, anche se il suo non è il film migliore del concorso. Volete che la Berlinale si lasci scappare l’occasione ghiottissima di consacrare un autore che da trent’anni persegue con rigore, coerenza e senza la minima malmostosità la sua idea di cinema? Con Le Havre a Cannes si era avvicinato alla Palma, ma poi l’avevano data (bisoga dire giustamente) al Terrence Malick di The Tree of Life. Ma c’è un’altra ragione, squisitamente extracinematografica, che gioca stavolta a favore di Kaurismaki: il suo film su un immigrato siriano clandestino a Helsinki arriva al momento giusto, tocca un tema qui in Germania molto sentito, e la tentazione di premiarlo come atto di resistenza antitrumpista credo sia forte, anzi irresistibile. Insomma, le premesse ci sono, e però, diciamolo, Aki Kaurismaki ha fatto di meglio. Perché va benissimno battere e ribattere sul tasto degli immigrati dalle aree disagiate del pianeta, ma era proprio il caso di replicare Le Havre? Là c’era un bambinetto africano che trovava protezione e aiuto in un homeless di modi assai dandy, qui un siriano che vien salvato dall’espulsione dalla Finalndia da un bravo signore medio-borghese. Se sovrapponiamo i due film, vedremo come le funzioni narrative sian quasi le stesse. E le figure anche. Una debolezza strutturale che Kaurismaki, pur con tutta la sua capacità di fare cinema e di riempirlo di arguzia, grazia, piccoli anarchismi incantevoli, personaggi mattocchi e stralunati, non ce la a mascherare.
Khaled è scappato da Aleppo con la sorella, ha passato la frontiera con la Turchia, ha raggiunto la Grecia, poi su su per la rotta balcanica fino alla Polonia, e da lì a Helsinki nascosto nella stiva di una nave. È solo, in uno scontro alla frontiera ungherese ha perso i contatti con la sorella, non ne sa più niente, è disperato. Finisce in un centro di accoglienza tenporaneo, freddo e anonimo ma non malvagio, in attesa di avere il visto come rifugiato. Intanto, in parallelo, vediamo la storia di Wikström che a cinquant’anni e più deve ricominciare. Si è separato, ha chiuso la sua attività commerciale. E adesso, dopo una vittoria a poker (in una partita molto à la Kaurismaki, e son queste delizie a renderlo unico e indispensabile), punta tutti i soldi su un ristorante scalcinato sperando di farlo decollare. E a questo punto le due vite, la sua e quella di Khlaed, si incrociano. Non dico altro.
Ci si diverte molto, e si ride bene, al teatrino che ancora una volta Kaurismaki ci allestisce. Le gag lievi e insieme ciniche. Gli outsider che non ce la fanno a stare nel branco e che lui ama e ci fa amare. Ambienti come fissati agli anni Cinquanta, tutt’al più Sessanta, con quei colori, le tappezzerie che non si usan più, i mobili, i quadri. Un vintage senza vezzi modaioli e hipster. E la musica, qui assai eclettica. La riconversione del ristorantaccio, con la sua improbabile crew, prima a ristorante con pretese poi a susheria, è da morire dal ridere. Certo, poi c’è il lato oscuro, l’altra faccia, l’odissea di Khaled. Raccontata nelle sue tappe canoniche come in un didascalico reportage, acciocché le platee prendano coscienza di quale sia la vita di un clandestino. Con un finale che, spiace dirlo, non si può proprio guardare. Mentre quando deve descrivere i suoi finlandesi, i marginali come i borghesi piccoli e medi, Kaurismaki non sbaglia niente (si vede che conosce la materia), cade invece nei cliché quando si tratta di definire Khaled. Si ha l’impressione chenon ne abbia visti molti di immigrati in vita sua e che il protagonista di The Other Side of Hope l’abbia costruito su quanto servito tutti i giorni dai media. Un indizio rivelatore: nel colloquio previsto dal protocollo per i richiedenti asilo, a Khaled viene chiesto da una funzionaria evidentemente informata sulla situazione siriana, e di Aleppo, se lui sia sunnita, sciita o alawita. La risposta è più o meno (vado a memoria): sono distinzioni in cui non mi riconosco. “Allora scrivo: nessuna religione”, fa lei. E Khaled tace, e tacendo acconsente. Ecco, nessun musulmano si farebbe scrivere su una scheda di identificazione “nessuna religione”. Sarebbe come dichiararsi apostata, cosa che all’interno dell’Islam, si sa, non è presa tanto bene. Voto 7 meno

2) Beuys, un documentario di Andres Veiel. Competizione.
Dalle massicce fughe dalla sala durante il press screening si deduce che non molti sapessero chi fosse Joseph Beuys, e ancora meno quelli interessati a saperne qualcosa. Eppure fino agli anni Ottanta  fu una celebrity dell’arte contemporanea, un performer di casa a Documenta e altri cruciali appuntamenti. Un artista-popstar, forse l’unico in Europa che fosse riuscito a situarsi allo stesso livello di fama di Andy Warhol, anticipando tutta quell’arte spettacolo che sarebbe dilagata fino a oggi, da Damien Hirst a Jeff Koons a Maurizio Cattelan. Una gloria tedesca, Beuys. E tedesco è questo documentario minuziosoe e preciso, didattico ma non pesante e pedante, che ricostruisce con ampio ricorso a materiali video opere e esistenza di JB. Già la quantità del materiale a disposizione rivela il lato ampiamente mediatico di Beuys, anticipatore anche in questo di quanto verrà nelle decadi successive. Nel film son noiosissimi e appaiono oggi di nessun interesse tutti i dibattiti tipo ‘ma signora mia come si può chiamare arte questa roba?’ che si scatenarono allora, e ahinoi sono ancora meno interessanti le lezioni teoriche del Beuys engagé, convinto che l’arte possacambiare il mondo e farsi strumento della rivoluzione, una delle molte sciocchezze partìorite in quegli anni Sessanta-Settanta di sovreccitazione ideologica e pseudomarxiana. Mentre restano mirabili e bellissime le performance, ed è bellissimo lo stesso Beuys, con quella faccia da eterno adolescente, un’icona perfetta con quel Borsalino in testa che diventerà il suo trademark. E che storia. Da ragazzo si arruola o viene arruolato nella Luftwaffe in tempo di guerra e, mentre sta pilotando un aereo (se ricordo bene in Crimea), precipita. Si romperà la testa, ma vivrà. Qualcuno farà risalire a quelle ferite la successiva, lunga depressione che lo coglierà negli anni post-bellici, quando i suoi disegni e dipinti vengono regolarmente rifiutati. Eppure, a vederli oggi, sono straordinari e commoventi, con quelle silhouette colorate che sembrano volersi liberarsi dalle gabbie grafiche in cui sono costrette. Sarà la performance art a fare di lui Joseph Beuys e a salvarlo. Performance ome le mitologiche settemila querce piantate a Düsseldorf (se ricordo bene). Va con sentimenti ambivalenti in tournée americana per via della guerra in Vietnam (allora, come avevano insegnato i Beatles, se volevi essere consacrato star mondiale il tuo tour anericano te lo dovevi fare). E quella sua performance, quella sua autoreclusione con un coyote, elevato a simbolo americano, a vederla oggi in video è  conturbante davvero (il coyote che strappa a morsi il sacco in cui Beuys è avvolto e nascosto!). Diventerà verde, farà convinta militanza ecologista, ma quando si tratterà di scegliere i candidati alle elezioni i Grünen non lo vorranno. Morirà nel 1987. Voto tra il 6 e il 7

3) Sage Femme, un film di Martin Provost. Competion (Out of Competition).
Il film è niente, ma signori, c’è Catherine Deneuve, immensa, in uno di qei ruoli che posono portare un’attrice – se le cose si infilano nel modo giusto – a ogni premio possibile e che commuoveranno le signore di tutte le platee del mondo. Deneuve è Deneuve, una leggenda del cinema, un simbolo della Francia, eppure con quanta leggerezza e grazia, e mai tirandosela, mai mettendola giù dura (imparate ragazze, imparate!), continua  a mettersi in gioco, ad arrischiare ruoli e film. Qui è oltre tutto e tutti, stratosferica ecco. E la pur brava Catherine Frot (Marguerite, La cuoca del presidente), che sarebbe sulla carta la vera protagonista, non può che scostarsi di fronte a lei e farle da spalla, porgerle le battute. Claire è ostetrica – in fancese sage femme (chissà, forse un residuo lessicale di quando le donne sapienti facevano nascere i bambini e curavano gli adulti, figure poi spazzate via dalla caccia alle streghe) – in un piccolo ospedale pubblico nella banlieu parigina, ha un figlio ventenne che ha tirato su da solo, una madre che non vede mai. Riceve una telefonata inattesa, è Béatrice, la donna che fu nei lontani annu Settanta l’amante del padre, campione di nuoto troppo presto scomparso. Cosa vorrà mai? C’è un cauto incontro, Claire fatica a prendere le giuste misure con quella sconosciuta che ha avuto però tanta parte nella sua vita. Non sa come maneggiarla, quella signora all’apparenza vitalissima, di quelle che hanno dissipato senza pentimenti la loro vita al tavolo da gioco e in varie fatuità, una donna dai molti amori che ha vissuto e soltanto vissuto: questo il suo lavoro, la sua missione, la sua vocazione. Ed è Catherine Deneuve. Certo, a pensarci bene, il suo personaggio (che lei sa rendere travolgente e umanissimo) di finta contessa polacca e vera proletaria parigina sembra venire dalla Belle Epoque, come le sue frequentazioni da avvanturiera di Biarritz e Montecarlo, e da Belle Epoque è il suo consumarsi nella frivolezza, in una vita senza pensieri per il domani fatta di champagne e gioielli, peraltro prontamente venduti o impegnati per far fronte ai debiti di gioco. Ma non stiamo qui a sottilizzare, anche se improbabile Béatrice è un gran personaggio (e quando va nelle bettole dove si gioca clandestinamente à magnifica, una rosa nel fango). Se Claire è una sage femme, anche nel senso letterale di donna saggia e prudente e razionale, Béatrice è il suo opposto. Si scoprirà ben presto che ha un tumore che non ha più soldi, che ha cercato di rintracciare il padre di Claire credendolo ancora vivo sperando nel suo aiuto.
Sarà complicato, per due donne così diverse, trovare un punto di intersezione. Soprattutto è dura per la signora che fa l’ostetrica accettare colei che le portò via da casa il padre, e che anche adesso, da malata, da povera, non rinuncia al suo egocentrismo e alla sua fatua gaiezza. Ma l’impossibile diventerà possibile. Deneuve è ma nifica quale vieille dame indigne ancora bellissima e sempre dominatrice. Se questo film, che non è gran cosa, che è il classico dramedy alla francese, imbocca il corridioio giusto, pioveranno premi sulla testa di Catherine. Occhio, c’è un’altra gloria del cinema francese anni Sessanta, anche se non della consistenza della Deneuve, ed è Mylène Demongeot.Voto al film 5, voto a Catherine Deneuve 10

4) The Party, un film di Sally Potter. Cometizione.
Sally Potter resta inchiodata al film che le diede fama nei primi anni Novanta, Orlando (film fondativo anche dell’icona Tilda Swinton). Eppure ha girato parecchio da allora, svariando tra molti generi, mai autoreplicandosi, sempre rischiando. E questo glielo si deve riconoscere, anche se magari non si ama il suo cinema così impeccabilmente british, così costruito, levigato, così poco sporco. In questo suo film numero 11 raggiunge un ottimo risultato, scrivendo e dirigendo quello che è un classico huis clos, un gioco di masacro in un interno-inferno che si fa prigione e gabbia per cannibalismi e sbranamenti reciproci tra personaggi, gente che ha tutta qualcosa da nascondere e da farsi perdonare. Una commedia dark molto, molto scritta, puro teatro filmato, con dialoghi witty, perfidi e taglienti nella tradizione che va da Oscar Wlde e arriva fino ad Alan Bennett, di cui qualche eco la si avverte. Teatrocinema anche satirico, anche comédie de moeurs nel suo mettere alla berlina i vizi nascosti di una classe. Che in questo è una classe dirigente britannica assai di sinistra, di idee molto liberal, di aperture a ogni istanza e ogni diritto, ma non così limpida (e grazie a Dio almeno qui non si tirano in ballo corruzioni e roba del genere: la critica, feroce, verte su altri misfatti, ad esempio la concupiscenza del potere).
Nella sua strabella casa con giardino Janet raduna gli amici più cari (ma dovrà ricredersi) per festeggiare la sua nomina a ministro nel governo ombra. Si presume laburista. Il coronamento di un duro lavoro, di una carriera. C’è la cara quanto linguacciuta amica April, accanto a lei fin dai tempi delle lotte femministe-emancipazioniste, accompagnata dal maturo fidanzato tedesco Gottfried (è Bruno Ganz), votato alla causa verde e alla medicina olistica. Di quei suadeti e soavi matti di cui son pieni i salotti, e he son contro i vaccini e quant’altro. E c’è la coppia lesbica – poteva mancare? – in attesa della bellezza di tre gemelli (naturalmte le battute e gli ammiccamenti sui miracoli della provetta e dei donatori si sprecano). A chiudere il gruppo, un cocainizzato e survolato faccendiere che dall’amicizia con la ministra, per quanto ombra, conta di trarre parecchi vantaggi. Ma a dominare la scena è il principe consorte, Bill, professore ormai ridotto a una larva dall’alcol (e, si scoprirà, anche da altro) e considerato dall’in carriera Janet un peso. Invece sarà lui a far esplodere la serata con due rivelazioni una più scovolgente dell’altra. Trasformando i cari amici in un branco selvaggio. Sally Potter orchestra benissimo, e con  un ritmo da screwball comedy, il crescendo delle rivelazioni e il progressivo surriscaldarsi e deteriorarsi delle relazioni disumane del gruppo. Con pure qualche bilancio e amara riflessione su come son finiti i sogni di una generazione che voleva cambiare il mondo e marciava per le strade per ogni possibile buona causa, e invece guardatela come s’è ridotta. Anche al più alto grado di civilizzazione restiamo animali mossi dagli istinti e pusioni primarie, il sesso, il tertorialismo, il potere, sembra dirci la signora Potter: la morale è un po’ stantia – con tutti i Carnage che abbiamo visto, compreso The Dinner a questa Berlinale -, ma è sempre in grado di produrre ottimo spettacolo. Tutti bravi, come no. Da Kristin Scott Thomas la ministra a Patricia Clarkson a Cillian Murhpy (vestito Prada): Ma a dominare è Timothy Spall, grandiosissimo quale marito alcolista e rudere umano capace invece di far saltare tutti gli equlilibrie e le ipocrisie. Bel bianco e nero, e grazie a Dio durata di soli 71 minuti. God save Sally Potter. Voto tra il 6 e il 7

5) Vênus – Filó a fadinha lésbica, un coto di 6 minuti di Sávio Leite.
A seguire Fluidø, di Shu Lea Cheang. Panorama.
Tripudio gay-lesbico, che alla Berlinale, soprattutto nella sezione Panorama, è cosa pressoché quotidiana. E a fare la fila fuori dal Cinemaxx 7 ragazzi, ragazze, transgnder, drag che poi ti ritrovi sullo schermo. Si comincia (a ora tarda, come si conviene alle cose con molto sesso) con un cortometraggio animato made in Brasile, scritto da una signora che ci dicono specializzata in poemi pornografici, e che qui racconta di una lesbica assai libertina che in sogno si vede crescere tra le gambe un fallo gigante con cui penetrerà non solo signore e signorine ma anche nerboruti maschi. Una fantasia lesbica, però girata da un gay (non era il caso di lasciar fare a una donna?). Applausi entusiasti all’autore che, essendo San Valentino, augura a tutto il pubblico di festeggiare subito dopo la proiezione con “sexual intercourses”.
A seguire un film di Shu Lea Cheang, una videorartist-performer-filmmaker di origini taiwanesi operante perlopiù a New York, ma anche a Berlino, dove, m’è parso di capire, questo suo matto, mattissimo Fluidø è stato prodotto e girato. Ci sarebbe un’idea narrativa di base niente male, poi invece sprecatissima, buttata via. Dunque: in un futuro non così lontano l’Aids viene sconfitto e l’Hiv subisce una mutazione, trasformando lo sperma e altri fluidi che lo contengono in una potentissima e ricercatissima droga, “il corrispettivo per il venunesimo secolo di quella che è stata la polvere bianca nel ventesimo”. Sicché agenti incaricati dal governo e da case farmaceutiche che voglionoi speculare sul prodotto vanno in giro con speciali detector per individaure i portatori del virus mutato, e portarli in un laboratorio dove, a furia di forsennate masturbazioni, blow job e quant’altro, il loro preziosissimo sperma verrà raccolto. Naturalmente ci sono anche gli addicted che per uan dose son pronti a tutto, e immaginatevi le pratiche soprattutto orali per procurarsi la specialissima sostanza alterante. Ora, questa trasmutazione anche simbolica dell’Hiv poteva dar vita a una narrazione brillante, invece ci troviamo di fronte a un punk-porno ossessivo e ripetivo con eiaculazioni a vista, incontri sessuali di ogni tipo, e un club lesbico dove la vagina è esibita e glorificata. Bastavano dieci minuti, e invece siamo all’ora e mezza, e alla centesima eiaculazione in laboratorio non ce la si fa più. Insomma, se si voleva fare del porno benché punk-chic era proprio il caso di tirare in ballo l’Aids? E di parlare di “celebrazione di fluidi corporali”? Scene che rischiano di diventare cultistiche: la coppia lui-lei che con potentissimi getti di urina disegna sul muro una sorta di umido graffito (scena ripetuta almeno una decina di volte), e una sequenza di sodomizzazione che cita il letto di petali di rose di American Beauty con però al loro posto le salutiste foglie di cavolo. Una riuscita presa in giro (stavo per cadere nella battutaccia, ma mi sono fermato) delle smanie salutiste di cui il cavolo è il cibo-feticcio. Voto 4 e mezzo

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